In primo piano · Interventi

Benito Mastacchini, il poeta-contadino di Suvereto

Fra i protagonisti della poesia popolare toscana del secondo Novecento, Benito Mastacchini (Orbetello, 3 marzo 1929 – Suvereto, 23 giugno 2021) occupa una posizione particolare. La sua lunga esistenza attraversò quasi per intero il Novecento e gli consentì di diventare, negli ultimi decenni della vita, una sorta di memoria vivente della cultura contadina maremmana. Egli apparteneva al mondo contadino e la sua cultura nacque soprattutto dall’esperienza diretta, dall’oralità, dal lavoro, dalla conoscenza della campagna e dalla partecipazione alla vita comunitaria e proprio questa origine costituisce uno degli elementi più interessanti della sua poesia: la capacità di trasformare in versi ciò che egli osservava quotidianamente. La sua poesia è una forma di conoscenza del mondo, costruita attraverso la rima, la memoria e soprattutto la possibilità di parlare pubblicamente dei problemi della comunità. Prima di stabilirsi definitivamente nel territorio suveretano aveva vissuto anche a Sassetta e a Riotorto, ma fu Suvereto a diventare il centro della sua identità poetica; nei suoi versi compaiono il paese, le campagne, i negozi, i luoghi di incontro e la vita quotidiana della comunità. Non si tratta però di una rappresentazione meramente documentaria: il paese diventa materia poetica perché attraverso di esso Mastacchini racconta un intero sistema di rapporti umani destinato progressivamente a scomparire. La sua poesia conserva una dimensione memoriale, ma senza trasformarsi in una celebrazione nostalgica del passato; il mondo rurale che egli racconta è fatto anche di conflitti, fatiche, ingiustizie e contraddizioni.

Egli cominciò a poetare nel secondo dopoguerra e si affermò progressivamente nell’ambiente dei poeti improvvisatori toscani. La sua attività si colloca all’interno di una tradizione di poesia orale che nella Toscana meridionale e nella Maremma ha trovato nell’ottava rima uno dei propri strumenti espressivi fondamentali. Il suo nome è inserito nei repertori dedicati ai poeti improvvisatori del Novecento, accanto a figure come Alfredo Monari, Lio Banchi, Agnese Monaldi e altri interpreti della poesia estemporanea. La sua particolarità consiste nell’aver saputo coniugare l’improvvisazione con una produzione scritta sempre più consistente, trasformando la voce del poeta di piazza e di campagna in una forma di testimonianza destinata anche alla pagina. Uno degli ambiti nei quali Mastacchini divenne maggiormente conosciuto fu quello del cantar maggio: la tradizione dei Maggerini, legata ai rituali primaverili del 30 aprile e del 1º maggio, consiste nel portare il canto di casa in casa e nei poderi, accompagnando musica, stornelli e poesia con l’augurio per l’arrivo della nuova stagione. Negli anni Settanta, attorno a Mastacchini e ad altri poeti e cantori come Gigi Staccioli, Carlo Bechelli e Nanni Parenti, si formò a Suvereto un gruppo impegnato a recuperare questa tradizione, che rischiava di scomparire. L’esperienza proseguì per circa vent’anni e contribuì a riportare il cantar maggio al centro della vita pubblica locale, fino a farlo conoscere anche fuori dal territorio. Egli fu il «cantore maggiolino» per eccellenza, capace di utilizzare la forma tradizionale per commentare l’attualità, rivolgersi direttamente alla comunità e trasformare l’avvenimento quotidiano in materia poetica. Il suo verso poteva affrontare la vita politica, il lavoro, la famiglia, la religione, la giustizia sociale, i mutamenti della società e il rapporto sempre più problematico fra uomo e ambiente. La sua poesia non aveva bisogno di un linguaggio astratto per esprimere una posizione: preferiva la chiarezza, l’ironia e la concretezza del parlare popolare (la dimensione civile rappresenta infatti uno dei tratti più evidenti della sua produzione). Mastacchini fu uomo di convinzioni politiche di sinistra, ma la sua poesia, più che propagandare un’ideologia, insiste su valori quali la giustizia, il rispetto, la solidarietà e la difesa della comunità. In una delle sue ottave più note afferma: «Noi chiediamo giustizia e rispetto / e l’Italia sia patria di tutti», trasformando la forma popolare dell’ottava in uno strumento di riflessione civile. Il suo orientamento politico si intrecciava così con una concezione etica della poesia: il poeta doveva osservare la realtà e assumersi la responsabilità di parlarne.

Questa funzione pedagogica è stata più volte sottolineata nelle presentazioni della sua opera. Mastacchini utilizzava spesso l’ironia e persino il dileggio, ma il fine ultimo rimaneva quello di suggerire comportamenti da seguire, denunciare ciò che considerava sbagliato e difendere una concezione solidale della vita collettiva. La sua poesia può quindi essere letta come una forma di pedagogia popolare: non un’educazione istituzionale, ma un insegnamento trasmesso attraverso la battuta, il racconto, l’ottava rima e la memoria. La produzione di Mastacchini non rimase confinata alla dimensione orale, al contrario, si tradusse in un prezioso corpus di opere scritte: una prima importante raccolta fu Cantare in compagnia (1987), cui seguì Realtà e malinconia (1992). Nel 2007 il Comune di Suvereto promosse la pubblicazione di Canti dalla collina, mentre nel 2012 uscì Dal bosco alla penna, pubblicato dalla Bancarella di Piombino. In particolare, Dal bosco alla penna costituisce uno dei documenti più significativi per comprendere la sua poetica; il volume raccoglie componimenti che vanno dal sonetto all’ottava rima e presenta Mastacchini come uno degli ultimi grandi cantori capaci di muoversi con naturalezza all’interno della tradizione estemporanea. La forma metrica tradizionale viene utilizzata per raccontare fatti concreti, commentare il presente, parlare del paese e difendere valori comunitari. Anche il titolo suggerisce una traiettoria significativa: dal mondo materiale del bosco e della campagna alla trasformazione dell’esperienza in parola scritta.

Nel 2018 Letizia Papi ha curato Vengo dal bosco e dalla zolla. Autobiografia di un poeta contadino, pubblicato da Aracne con una prefazione di Pietro Luigi Clemente; tale volume, di sole 76 pagine, assume un’importanza particolare perché presenta due componimenti in ottava rima, Ricordare una parte di noi e L’ultima fatica, i quali si connotano come sorta di dono autobiografico. Attraverso questi testi il poeta ripercorre il proprio rapporto con il secolo passato, con la guerra, con il lavoro, con i luoghi della Maremma, con gli uomini e le donne della propria esperienza e con i valori della libertà e dell’amore (l’autobiografia viene costruita attraverso la forma poetica che per tutta la vita gli era stata più congeniale). È significativo che la curatrice Letizia Papi abbia definito Mastacchini un riferimento importante della cultura popolare toscana: la sua figura permette di osservare come la poesia popolare non debba essere considerata semplicemente come una sopravvivenza folkloristica, ma come una pratica culturale capace di produrre memoria, identità e interpretazione del presente. L’ottava rima, nella sua esperienza, non è una forma sterilmente codificata; continua a essere una struttura viva, capace di adattarsi all’attualità e di incorporare eventi, persone e problemi contemporanei (è proprio questa vitalità a spiegare la permanenza della sua influenza nell’ambiente dei Maggerini e dei poeti estemporanei).

Il rapporto con la natura costituisce un altro elemento fondamentale della sua poetica; Mastacchini fu uomo profondamente legato alla campagna, alla caccia, ai boschi e ai paesaggi della Maremma, ma anche in questo caso il paesaggio non è soltanto uno scenario: rappresenta il luogo nel quale si è formata la sua identità e, al tempo stesso, un patrimonio collettivo da difendere. La sua attenzione verso la natura si intreccia con la critica ai mutamenti prodotti dal progresso e con la consapevolezza della perdita di un mondo rurale destinato a trasformarsi radicalmente (il poeta osserva questa trasformazione dall’interno, senza idealizzare completamente il passato, ma registrandone le tensioni e le conseguenze).

La sua popolarità rimase particolarmente forte nell’ambiente suveretano: nel 2019, in occasione dei suoi novant’anni, i Maggerini di Suvereto gli dedicarono una manifestazione nella quale diverse poetesse estemporanee resero omaggio alla sua figura e alla tradizione dell’ottava rima. Negli ultimi anni della sua vita, ormai impossibilitato a partecipare con la consueta frequenza alle lunghe nottate del cantar maggio, Mastacchini continuò tuttavia a essere considerato il punto di riferimento simbolico della compagnia. La sua eredità venne raccolta dai nuovi Maggerini, che continuarono a utilizzare i suoi testi durante le celebrazioni primaverili. La morte non ha segnato la fine della sua presenza culturale. A Suvereto un gruppo di Maggerini porta oggi il suo nome e continua a mantenere viva la pratica del cantar maggio e dell’improvvisazione poetica. Nel 2026 la tradizione è stata ancora una volta rinnovata attraverso la consueta ribotta dei Maggerini suveretani, durante la quale sono state proposte anche ottave lasciate da Mastacchini e nuovi componimenti. Il fatto che la sua memoria continui a essere incorporata nella pratica collettiva, e non soltanto celebrata attraverso commemorazioni, costituisce forse la forma più autentica della sua eredità.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.