L’amicizia tra Cesare Angelini e Manara Valgimigli crebbe lentamente attraverso letture condivise, inviti e incontri destinati a lasciare traccia nella memoria. Molto diversi per formazione e per convinzioni (cattolico e intimamente legato alla dimensione spirituale della letteratura il primo, laico di formazione classica il secondo), lo scrittore-sacerdote e il filologo si riconobbero tuttavia in una medesima idea della letteratura intesa come esperienza umana capace di formare la persona. E proprio la letteratura costituì il terreno sul quale le differenze potevano essere superate. A documentare il rapporto resta un significativo carteggio: varie lettere e cartoline comprese tra il 1942 e il 1963, anche se il rapporto tra i due precede la documentazione di quegli anni.
La prima traccia dell’interesse di Angelini per Valgimigli risale al 3 marzo 1934: il sacerdote scrive da Pavia a Giuseppe De Robertis, dopo aver letto sulla rivista «Pan» di Ugo Ojetti un saggio di Valgimigli dedicato a Francesco Acri, filosofo spiritualista cattolico e professore di Storia della filosofia all’università di Bologna. Il giudizio di Angelini è breve ma rivelatore: «Mi è molto piaciuto il lavoro sull’Acri, e il suscitamento di quella sua purezza e quell’odore di antico». Angelini sembra insomma ben cogliere una caratteristica della scrittura di Valgimigli: riuscire a fare della filologia un’esperienza capace di restituire al lettore una viva presenza. Quella «purezza» e quell’«odore di antico» anticipano il modo in cui Angelini tornerà, anni dopo, a parlare dello studioso romagnolo: non tanto come di uno specialista, ma come uno degli umanisti capaci di trasferire la propria esperienza dei classici nella vita e nella scrittura.
Un secondo riferimento significativo emerge nel gennaio 1946, quando Angelini scrive a Cino Pedrelli a proposito delle celebrazioni che si stavano preparando a Cesena per Renato Serra. Nel progettare l’iniziativa, Angelini indica Valgimigli come una voce che avrebbe potuto dire «cose egregie del suo compagno d’università bolognese». Angelini partecipò poi effettivamente alle onoranze, leggendo il 20 luglio in quella città Nostalgia di Cesena, prosa poi pubblicata da Garzanti nel volume Scritti in onore di Renato Serra del 1948.
Il fulcro della relazione fu il Collegio Borromeo di Pavia, di cui Angelini fu per anni rettore, facendone un laboratorio di vita culturale, luogo di incontri e conversazioni. Per farli incontrare con i giovani collegiali, invitava infatti scrittori e studiosi; tra loro Valgimigli, che il 30 aprile 1950 parlò di Giovanni Pascoli poeta latino. Era un argomento congeniale al profilo del grecista e latinista, ma anche alla personale passione per Pascoli, che avrebbe trovato alta espressione nell’introduzione ai Carmina pubblicati da Mondadori nel 1951.
Dopo la conferenza su Pascoli, Angelini continuò a cercare Valgimigli come voce adatta al Collegio. Il 18 maggio 1951 gli scrisse: «Caro Manara, t’aspetto, dunque, per il 3 giugno. Tema: Carducci allegro». Lasciandogli anche un’alternativa: «Se invece cambiassi parere, e volessi parlare dei tuoi greci… fammelo sapere una settimana prima». La lettera è tipicamente angeliniana: la conferenza non è disgiunta dal luogo che la ospiterà e dalla persona invitata. Accanto alla proposta culturale compaiono infatti la primavera incerta di Pavia, l’acqua, il vento, gli orti e i giardini. Tuttavia non risulta che Valgimigli sia tornato al Borromeo per parlare di Carducci. Tema peraltro non casuale: era uno degli autori ai quali aveva dedicato assidua attenzione, e Carducci allegro diventò poi nel 1955 il titolo di una raccolta di suoi elzeviri uscita da Cappelli.
Nel 1953 Angelini ci riprovò. Il 28 aprile scrisse una delle lettere più amabili del carteggio: «Caro Manara, fammi un grande regalo, e il 10 maggio, che è domenica, vieni al mio Collegio a parlare dei tuoi greci. Il tema, lo annuncerò così: I miei greci». Conosceva bene il libro di Valgimigli Poeti e filosofi di Grecia, pubblicato nel 1940 da Laterza, e sapeva che quelle pagine erano il prodotto di uno specialista e al contempo la testimonianza di una relazione molto umana con il mondo antico. E poi, ancora una volta, letteratura e convivialità si fondono: «Vieni. T’aspetto nella pace di questo orto grande. Già sgorgano le rose, e a dodici rusignoli ho ordinato che in quei giorni cantino in greco, in attico!». Se anche la conferenza non si tenne, l’invito resta significativo: Angelini non cercava un semplice relatore, voleva riportare a Pavia una persona che considerava parte della propria comunità intellettuale.
***
Se Valgimigli non tornò al Borromeo per parlare dei greci, fu lui nella primavera del 1952 a invitare Angelini a Ravenna. A quel tempo Valgimigli aveva assunto la direzione della Biblioteca Classense, la cui Sala Dante era diventata luogo significativo della vita letteraria ravennate. Angelini fu invitato a leggere il secondo canto del Purgatorio, quello in cui Dante incontra il musico e amico di gioventù Casella. La lettura si tenne e apparve poi a stampa nella raccolta di Angelini Il commento dell’esule (Noterelle dantesche), pubblicata da Scheiwiller nel 1967.
L’episodio è ricordato da Angelini nell’articolo Saluti da Ravenna della raccolta Questa mia Bassa. Il ritratto che ne emerge è prezioso perché non presenta Valgimigli soltanto come il direttore della Classense e grande studioso dell’antichità, ma come un uomo profondamente legato alla convivialità romagnola. Angelini lo chiama «il padrone di casa», colui che «dimenticando un poco i suoi greci» regolava il calendario delle letture dantesche e raccoglieva poi gli amici intorno alla tavola di una trattoria. La scena delle beccaccine e dell’albana restituisce un Valgimigli lontano dall’immagine austera dello studioso: un uomo di Romagna amante della buona tavola e della conversazione. La conclusione di Angelini è una definizione dell’idea di cultura che accomunava entrambi: la bella conversazione, sostituendo «il canto conviviale dei suoi greci», fa perfetto il piacere della mensa e «aggiunge un filo alla trama della vita».
Un’altra lettera, del 31 dicembre 1956, permette di vedere ancor meglio quale posto occupasse Valgimigli nell’immaginario di Angelini. Dopo essersi rimproverato di aver lasciato trascorrere troppo tempo senza farsi vivo, ecco un invito: «Tu sai che io ti ricordo e ti voglio bene; e aspetto sempre che una buona occasione […] ti riporti a questo Borromeo». Là Valgimigli avrebbe trovato le persone che gravitavano attorno ad Angelini, la società letteraria fatta di studiosi di filologia romanza, letteratura italiana, storia della lingua: Lanfranco Caretti, Cesare Segre, Emilio Bigi, Maria Corti: «A Pavia troveresti un bel cenacolo di persone oneste, che ti vogliono bene». Insomma: è bene che Valgimigli torni, non soltanto per una conferenza, anche per riprendere il filo di una conversazione interrotta.
Dopo il 1956 il carteggio si placa, anche se il rapporto non era finito. Impegnato su alcune noterelle manzoniane e dopo aver riletto La mula di don Abbondio, collezione di elzeviri valgimigliani apparsa da Cappelli nel 1954, Angelini gli scrisse il 19 marzo 1963: «Bravo Valgimigli! A parte l’amorosa intelligenza con cui sai leggere quelle grandi pagine, tu sei uno di quegli umanisti per i quali scrivere bene, è fare il bene». Formula che ben riassume il modo in cui Angelini guardava all’amico: un umanista capace di trasformare la conoscenza dei testi in una forma di vita. Scrivere bene significa fare il bene perché la parola, quando è autentica, è inseparabile dalla responsabilità verso l’uomo.
Dopo aver letto sul «Resto del Carlino» del 21 novembre 1963 l’articolo di Valgimigli La lezione di Acri, Angelini tornò a scrivergli il 29 novembre. Il cerchio si chiudeva: trent’anni prima aveva conosciuto Valgimigli mediante un saggio su Acri, e ora lo ritrovava nuovamente alle prese con quella figura. Il giudizio è entusiastico. Angelini parla di una «lezione» nella quale non si distingue più dove finisca Acri e dove cominci Valgimigli, né dove finisca Valgimigli e cominci Renato Serra: «Tre anime e un solo fiato: quel fiato greco che vi è rimasto nello spirito a forza di leggere e tradurre i vostri autori». È una delle immagini più belle dell’intero carteggio: Acri, Valgimigli e Serra sono uniti dalla continuità della parola e della tradizione classica; la Grecia diventa una sorta di respiro comune che attraversa generazioni e sensibilità differenti. Angelini conclude con parole che sembrano una dichiarazione di poetica: quella di Valgimigli è «scrittura che mantiene ancora l’umano nel divino, e chi legge si sente portato in quella purificazione che è lume di bellezza eterna». Non è un elogio dello stile: è il riconoscimento di come la bellezza della parola possa elevare l’uomo.
Manara Valgimigli morì il 29 agosto 1965 e il giorno successivo Angelini scrisse a Marino Moretti parole che hanno il tono di una conclusione e di una testimonianza: «Sigilla un’amicizia il cui ricordo si conserverà a lungo se, nel mondo letterario, resterà qualche culto delle humanae litterae. Anch’io gli fui vicino; lo ebbi al Collegio a parlare del Pascoli latino; mi volle alla Classense a parlare di Casella». Frase che, scritta nel dolore della perdita, condensa la storia della loro amicizia: due inviti reciproci e due conferenze che diventano estremi simbolici di un’amicizia: Pascoli latino a Pavia, Casella dantesco a Ravenna.
Il tratto più moderno e insieme più antico che emerge dalla loro amicizia è questo: dietro le conferenze, le lettere e le pubblicazioni non c’è soltanto la storia di due studiosi che si stimarono, c’è l’idea che la cultura ha bisogno di luoghi e persone. Il Collegio Borromeo, la Biblioteca Classense, i giardini, le tavole apparecchiate: sono tutti spazi in cui la letteratura esce dalla pagina e diventa conversazione. Così, la loro amicizia racconta una peculiarità della cultura italiana del Novecento: la capacità di vivere nelle relazioni personali, nelle lettere, negli inviti, nelle letture pubbliche e nelle conversazioni a tavola. Dietro le opere resta così la storia discreta di un’amicizia costruita sulla comune fedeltà alle humanae litterae e allo studio del passato, come anche sulla garbata capacità di stare al mondo, riconoscere nell’altro un interlocutore e aggiungere, attraverso la parola e la conversazione, «un filo alla trama della vita».
L'autore
- Antonio Castronuovo è critico e traduttore. Scrive di cultura per la «Gazzetta di Parma» e per riviste di bibliofilia. I suoi ultimi lavori: Ossessione bibliofila (La nave di Teseo) e Dizionario del grafomane (Sellerio). Altri suoi saggi sono nei cataloghi Sellerio, Elliot, Quodlibet, Rubbettino, Pendragon.
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