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Ilya Kaminsky: «La poesia è umanità distillata»

Nell’intervista rilasciata a Grigoris Bekos per il quotidiano greco To Vima, pubblicata il 30 settembre 2026, il poeta riflette sulla relazione tra biografia e scrittura, sull’esperienza di abitare due culture e sulla capacità della lingua di custodire l’umano durante la guerra.

Alla domanda su che cosa stesse facendo quando aveva ricevuto l’e-mail del giornalista, Kaminsky risponde:

«Avevo aperto lo sportello del frigorifero e da un po’ guardavo dentro. È lì che va la metafisica, a mezzanotte. Ho visto mezza cipolla tagliata, tre olive e una quantità di luce fredda sufficiente a interrogare un prigioniero. Almeno di quella mezza cipolla posso fidarmi».

Il dialogo tra Grigoris Bekos e Ilya Kaminsky comincia da questi dettagli: una scena domestica nella quale la riflessione sulla poesia incontra la concretezza delle cose.

Il giornalista gli chiede di chiarire quell’immagine. La risposta introduce uno dei nuclei della conversazione: la responsabilità dello sguardo in un tempo in cui la percezione è continuamente sollecitata e orientata.

«Credo di averlo detto perché sento che il nostro dovere fondamentale, in un’epoca di terribile confusione come quella attuale, è descrivere con chiarezza ciò che abbiamo esattamente davanti agli occhi. Appena fa giorno, cominciano gli attacchi incessanti al nostro spazio e al nostro tempo, cominciano gli slogan della politica e quelli della pubblicità. La libertà, la libertà di ciascuno, comincia dall’osservazione tranquilla delle cose semplici che ci circondano, dalla nostra capacità di dissentire dai giornali, dalle televisioni, da internet, di dire “no, quello che ho visto io è diverso”. Di dirlo pur sapendo che, nello stesso momento, i poteri continuano a plasmare le cose decisive».

L’attenzione alle cose quotidiane assume così un valore etico: descrivere ciò che si vede significa preservare la possibilità di un giudizio proprio. La libertà comincia anche da questo esercizio discreto, dalla capacità di riconoscere e nominare un’esperienza prima che altri ne stabiliscano il significato.

Le immagini che diventano parola

Nato a Odessa, nell’Ucraina allora sovietica, Kaminsky vive negli Stati Uniti dal 1993, quando la sua famiglia ottenne asilo. Poeta, traduttore, saggista e curatore di numerose antologie di poesia mondiale, insegna oggi all’Università di Princeton. A quattro anni, a causa di una diagnosi medica errata, perse gran parte dell’udito; soltanto a sedici ricevette un apparecchio acustico.

L’intervista al giornale To Vima si colloca in occasione della sua partecipazione al 12° Festival internazionale di poesia di Atene, tenutosi dal 28 settembre al 1° ottobre 2026. Nel dialogo, la vicenda personale apre una domanda più ampia: quanto incide la biografia sulla scrittura poetica? Può arrivare a determinarla interamente?

«Moltissimo, e quasi per niente. Una cucina dell’infanzia, una strada bombardata, la scarpa nera di qualcuno sotto un tavolo: il caso ti mette in tasca cose simili prima ancora che tu capisca di essere un poeta. Quarant’anni dopo, infili la mano in tasca e tiri fuori una poesia al posto della scarpa. Siamo tutti il risultato della geografia, dei genitori, della lingua, delle prigioni, delle relazioni amorose: tutto questo concorre e si rifiuta di ritirare le proprie tracce dal nostro manoscritto. La biografia, però, offre le circostanze, non la poesia in sé. Altrimenti, chiunque avesse sofferto abbastanza diventerebbe subito Dante».

La distinzione riguarda il processo attraverso cui il vissuto prende forma nella lingua. L’esperienza lascia tracce, fornisce immagini, imprime ferite; la poesia nasce dal lavoro che trasforma questi materiali. Nel caso di Kaminsky, la perdita dell’udito ha modificato il rapporto stesso tra parola e percezione:

«Ho perso l’udito da piccolissimo, ma ho imparato a leggere le labbra: le immagini sono diventate parola. Mi parlate per strada. Passa un gatto, la sua coda si muove. Un autobus sfreccia accanto a noi. Entrambi fanno parte della mia lingua, che vedo quando le vostre labbra si muovono. La biografia dà al poeta una bocca già colma di famiglia, patria, storia. Il poeta è in parte ciò che è accaduto, e in parte la lingua che disobbedisce a ciò che è accaduto».

In questa lingua visibile, il movimento delle labbra appartiene allo stesso campo percettivo del gatto che passa e dell’autobus che attraversa la strada. Il mondo entra nella parola attraverso le immagini. La scrittura conserva ciò che è accaduto e, insieme, introduce la possibilità di una disobbedienza: una diversa articolazione dell’esperienza, capace di sottrarla a un destino già definito.

Abitare il confine

Nel 2019 Kaminsky pubblica Deaf Republic (Repubblica sorda), il suo secondo libro di poesia: una composizione di ampio respiro, di impianto drammaturgico e di natura parabolica. In una città sotto occupazione, l’uccisione di un ragazzo sordo, Petya, spinge gli abitanti a una forma di resistenza collettiva: fingere di avere perso l’udito. Quell’anno la BBC inserisce Kaminsky tra gli «artisti che hanno cambiato il mondo». Per molti, il libro rappresenta una delle più significative opere poetiche di portata universale del XXI secolo.

Per comprenderne la genesi, il poeta torna alla sua prima raccolta:

«Il mio primo libro, “Dancing in Odessa” (Danzando a Odessa), è uscito nel 2004 e proviene, in larga misura, dalla cultura dell’Europa orientale. Allora non me ne rendevo conto, ma in seguito ho capito che non intendevo scriverlo in inglese, quanto piuttosto in una lingua di immagini. Mi sforzavo di creare, dentro l’inglese, uno spazio per la mia immaginazione».

Il passaggio a Deaf Republic comporta un’ulteriore interrogazione: come dare forma a un’esistenza che si riconosce in due culture? Come rendere la scrittura fedele tanto alla memoria dell’infanzia quanto al luogo del presente?

«Volevo scrivere un libro che parlasse sia alla mia parte ucraina sia a quella americana. “Deaf Republic”, nelle sue diverse versioni, si è compiuto soltanto quando ho sentito che era sincero sia nei confronti della mia infanzia nell’Europa orientale sia nei confronti degli Stati Uniti del mio presente. Perché era così: io esistevo tra i due, esistevo ai loro confini».

Il confine diventa una condizione della scrittura. È lo spazio nel quale memorie, appartenenze e lingue si incontrano, senza che una possa assorbire completamente l’altra.

Bekos osserva come l’invasione russa dell’Ucraina e il governo di Donald Trump negli Stati Uniti abbiano reso Deaf Republic ancora più attuale. Kaminsky riconosce questa risonanza, ma la colloca in una temporalità più ampia:

«Purtroppo sì. Attuale, comunque, quanto l’“Iliade”. Ovviamente non sto paragonando il mio libro al poema epico di Omero. Dico soltanto che ciò che siamo noi esseri umani e ciò che continuiamo a farci gli uni agli altri si riflettono nei miti che abbiamo creato. È così che riconosciamo, ogni volta, di trovarci in una crisi. Per essere precisi, questo riflesso rivela anche i molteplici aspetti della crisi che viviamo oggi».

Il riferimento all’Iliade introduce il rapporto tra la persistenza delle forme narrative e il ripetersi della violenza. Nei miti, l’esperienza del presente incontra immagini attraverso cui riconoscersi: la lettura diventa anche un esercizio di consapevolezza storica.

La tenerezza come responsabilità

La poesia reagisce? La poesia consola? Le domande di Bekos conducono al centro etico della conversazione.

«La poesia è umanità distillata su una pagina che fino a poco prima era vuota. Questa umanità a volte reagisce, a volte ci consola, spesso fa entrambe le cose nello stesso momento. Intorno a noi c’è molta tragedia, sì. Ma c’è anche molta tenerezza. Questa tenerezza non deve essere chiamata in causa per distogliere la nostra attenzione dalla tragedia. Se però fissiamo ostinatamente la tragedia ogni giorno, ogni ora, allora non ci resterà più pelle sulle ossa, non riusciremo neppure a stare in piedi e a protestare. Abbiamo bisogno della tenerezza, abbiamo bisogno dei dettagli della vita intorno a noi, perché ci insegnano a prenderci cura gli uni degli altri».

La tenerezza sostiene la capacità di restare presenti al dolore e di agire. Nell’attenzione ai dettagli della vita, Kaminsky riconosce una pratica della cura: ciò che permette di continuare a vedere l’altro, anche quando la violenza minaccia di esaurire ogni possibilità di relazione.

Questa riflessione trova una forma concreta nel programma avviato a Odessa dal poeta insieme a un gruppo di amici. L’iniziativa aiuta i bambini profughi di guerra a scrivere poesie mentre attendono nei rifugi, durante i bombardamenti sulla città.

«No, queste poesie non hanno il potere di fermare la guerra; e non devono essere usate per distogliere lo sguardo dai crimini dei nostri contemporanei. Ci mostrano, però, che la lingua è ancora capace di proteggere ciò che ci mantiene umani — la gentilezza, la premura, la cura — a dispetto di tutte le guerre. E così i bambini scrivono poesie nei rifugi, leggono, recitano, si avvicinano gli uni agli altri. La lingua continua ad avere significato e valore. Non è un antidolorifico, ma è un modo di condividere i nostri momenti umani e di trarne musica, per quanto siano spaventosi o fugaci».

 

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.