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Stendhalismo di Savinio

Prima di iniziare a trattare di Maupassant e “l’Altro”, Savinio pone in testa una citazione dall’Ecce homo di Nietzsche: «Maupassant: un vero Romano». Nulla di speciale, se non sentisse la necessità di aggiungere una nota alla citazione, e una nota alla nota della citazione. La prima suona: «Le epigrafi sono poste in testa agli scritti, perché ne chiariscano in pochissime parole il contenuto: questa epigrafe di Nietzsche illumina tanto meglio la figura di Maupassant, in quanto non si capisce che cosa voglia dire».

A questo punto un numero rinvia all’apparato di note in chiusura di volume. La nota alla nota della citazione afferma che il commento all’epigrafe di Nietzsche non è né uno scherzo né un paradosso, perché forse Nietzsche non ha proprio voluto dire niente: «Posso sperare di farmi capire dal lettore, se gli dico che si dice di più non dicendo niente? L’assurda, l’inane definizione di Nietzsche attira “di scatto” l’attenzione sulla figura di Maupassant, molto meglio che una definizione giusta – una definizione profonda. […] Più giovane e inesperto, cercavo la spiegazione di questa definizione. Più vecchio ed esperto, ora non la cerco più. E tanto più questa definizione mi riesce chiara, forte, esplicativa».

Questo modo di fare – non solo la catena delle note, anche il loro contenuto – sembra suggerire che Savinio giochi col testo, e il quesito che soggiace a questo comportamento letterario è: può uno scrittore assumere il suo compito come qualcosa di lieve e ironico? Un quesito che resta aperto se anche assumiamo che egli non sta giocando col testo, e che anzi in quelle note enuncia alcuni cardini della propria poetica. Primo: una definizione riesce tanto più chiara ed esplicativa quanto meno si capisce che cosa voglia dire. Secondo: una definizione inane e assurda attira l’attenzione più risolutamente di una profonda.

Non che Savinio sia scrittore incomprensibile e assurdo, ma accogliere queste tesi e rinunciare al peso della logica deve avere in lui un significato compiuto. Potremmo assumere questa condizione come margine del surrealismo, come se la “surrealtà” (il livello superiore di realtà) abiti la superficie delle cose, le curve della loro forma. Profondità e significato, evidentemente, non equivalgono per Savinio a ciò che di norma intendiamo per “forma”: la sua forma deve sortire dal divertimento di un testo che civetta con l’illogico e dalla frequentazione della superficie.

Appena Savinio scomparve – per quell’inopinato infarto che se lo portò via una notte del maggio 1952 – il sensore Emilio Cecchi vibrò subito a ricordarne l’opera e l’intelligenza spregiudicata, anche se esprimeva una riserva su quanto dispersivo lo scrittore fosse stato nella molteplicità di attitudini e applicazioni, e nel percorrere strade eccentriche con una certa giovanile tracotanza. E tuttavia Cecchi riconosceva che in tutte le forme praticate da Savinio c’è comunque «sempre il senso come d’una ironica, spavalda facilità, di una voluta sprezzatura, e d’un gusto d’improvvisazione che fanno pensare a certi prodotti letterari ed artistici dell’Illuminismo».

Caratteri che davvero emanano dalla scrittura di Savinio, lo qualificano e lo aggregano alla famiglia dei dilettanti. Bino Sanminiatelli ricorda nel suo diario Mi dico addio che quando il 20 dicembre 1950 si ritrovarono insieme a una mostra di scrittori-pittori alla Galleria Bompiani di Milano si salvarono dalla qualifica di “dilettante” data agli altri espositori: Zavattini, Montale, Vergani, Vittorini. Ma si chiese anche: «È bene o male? Non so. Non mi interessa. Forse è più noioso». C’è da credere che anche Savinio la pensasse allo stesso modo, e non si sarebbe poi offeso tanto a essere giudicato un dilettante.

In un volatile articolo raccolto in Cruciverba, Leonardo Sciascia afferma che Savinio si dilettava – variamente ma indifferentemente – della propria arte; l’idea che egli nutriva di sé stesso in quanto scrittore, pittore e musicista era quella del dilettante: «Nello scrivere, nel dipingere, nel far musica, nel pensare, nel vivere. Dilettante come Luciano di Samosata. Dilettante come Stendhal. E sinonimo di dilettante era per lui stendhaliano, come si vede dalle tante sue dichiarazioni di stendhalismo». Dichiarazioni in cui Sciascia sente come preminenti gli elementi di dissenso nei riguardi del fascismo: lo scarso far conto della virilità, della forza, del pugno di ferro; il bighellonare anche nelle grandi svolte della Storia, l’ignorare le grandi mete. Lo stendhalismo è proprio «il rifiuto della noia, il dilettarsi della vita, l’esser dilettanti».

Ma altro ancora Sciascia individua in Savinio: l’amore che egli riserva alla superficialità e il disprezzo per la profondità, e per tutti gli scrittori profondi: «Da una condizione di assoluta chiarezza, serenità e libertà interiore, da una luminosa conoscenza di sé anche in quel che dovrebbe essere o si vorrebbe oscuro, avviene l’ovvio fenomeno per cui la profondità diventa superficialità. Non c’è luogo profondo che l’intelligenza non possa rendere superficiale. Profonda è per Savinio soltanto la stupidità: di fronte alla quale il suo animo si riempie di meraviglia come quello di Kant nella contemplazione del cielo stellato».

Nel bozzetto di Sciascia c’è un’imprecisione: viene affermato che Savinio non cita mai la parola “dilettante”. Ma restiamo per ora sul concetto di profondità, cui Savinio riserva parole chiare nell’apposito lemma della Nuova Enciclopedia, dove racconta che fin da adolescente cominciò a dubitare della profondità della “profondità”. La sua è ben diversa, è «una profondità che scopre un’antropologia nuova; e tocca l’oscuro cuore degli animali, dei vegetali, delle macchine; e mira di là dai cieli chiusi; e penetra il perplesso regno dei sogni». Una profondità, dunque, che si allarga a macchia d’olio sul creato e assume l’aspetto di una pellicola di superficie.

Ora, sul dilettantismo, sulla ricerca della superficialità (intesa come disgregazione volontaria del “profondo”), sulla positività dell’ozio e della noia: su tutti questi temi, inerenti a una visione ironica e ludica della vita, Savinio meditò molto negli anni Quaranta. Anni in cui la parola “dilettante” gli corre spesso sulle labbra, fin dal titolo di un articolo che apparve ne «La Fiera Letteraria» del 18 aprile 1946: La strada del dilettantismo. Savinio vi riconosce che ciò che si oppone alla conoscenza del mondo è la volontà di svelarne i meccanismi di funzionamento, e spiegarli. I grandi sistemi di pensiero, da Dante a Freud, da Balzac a Pirandello, sono tentativi di parafrasare il funzionamento del mondo e renderlo in tal modo chiaro agli occhi dell’uomo. L’uomo teme la mancanza di un centro, egli vuole stringere l’universo in un solo pensiero: per questo ha inventato Dio. Che diventa così «la causa principale della non libertà mentale dell’uomo – della non libertà tout court. L’uomo non sarà veramente libero se non quando avrà espulso Dio dalla sua mente e le sue innumerevoli varianti». Solo allora comincerà la fase della libertà dell’uomo, la fase «del suo dilettantismo».

E colpisce – come già Sciascia aveva rilevato – che quando Savinio parla di dilettantismo e di arte della vita appare, sulla sua pagina, il nome di Stendhal: «Enrico Beyle ha praticato esemplarmente il dilettantismo e di questo stato di libertà totale ha dato il modello, benché egli stesso in fondo non sapesse chiaramente quello che si faceva; benché egli fosse inconsapevole della immensa portata filosofica dello stendhalismo».

La vita va dunque colta nella forma dello stendhalismo, che non è tanto un genere letterario quanto una condizione mentale. La sua più acconcia definizione è nel lemma che gli dedica la Nuova enciclopedia, dove si narra che Stendhal amava collocare in momenti del futuro i fatti che non potevano trovare luogo nel presente. Ciò sarebbe un chiaro segno di progressismo, ma anche di prudenza. Amava collocarsi nel futuro per mettersi al riparo: «Per sistema di felicità. Per sfuggire il presente. Per una specie di scappatoia. Molto stendhaliana del resto. Sistema usato anche nei suoi rapporti con le donne. Sfuggire le possibilità materiali della felicità e crearsi una felicità mentale: più sicura, meno esposta alla volontà altrui e ai ciechi colpi del caso». Ecco allora che ai sistemi erotici del sadismo (godimento della sofferenza altrui) e del masochismo (godimento della sofferenza propria) Savinio aggiunge il sistema inventato da Stendhal, in una parola lo stendhalismo: «Godimento della contemplazione dell’oggetto che dà godimento, senza presa di contatto con l’oggetto stesso».

Nell’articolo Io e la musica del 1950, Savinio ricorda che molti gli domandavano perché saltasse con tale facilità di arte in arte, e lui rispondeva: «Per serbare il mio dilettantismo in istato di continua freschezza». E quando Giuseppe Pontiggia nell’Ellade in vestaglia esamina l’opera di Savinio, scopre infatti che nel suo nucleo stanno «felicità dei movimenti, mutevolezza di andatura, libertà dei gesti: coraggio di essere in ogni occasione se stesso – e non quello che si vorrebbe apparire –, amore, non timore, per le proprie simpatie, anche se bizzarre ed eccentriche, anche se fuori moda o contro». Stendhalismo è infatti forma elegante e leggera della libertà del vivere, vita perennemente errante, e perciò disposta a rinunciare alla sicurezza dei punti di riferimento.

Vita stendhaliana è quella che fa a meno delle sicurezze e decide di essere perennemente girovaga, formula di vita che si libera dai vincoli della trascendenza, da ogni idea teleologica sulla vita, dalla metafisica della sopravvivenza dell’anima, dalla tirannia della Verità Unica. Accogliendo questo genere di vita, Savinio si sposta come uomo senza meta, proprio come fa il perditempo, il flâneur: colui che vagando scopre, moltiplica i centri di interesse e smembra la verità in riflessi molteplici.

Disincantato e indulgente, ironico e sarcastico, il dilettante Savinio indossò le vesti del flâneur, fu anzi il nostro italianissimo flâneur, colui che disseminò lo spirito della Francia – lo spirito di Parigi che aveva assorbito nei primi anni del Novecento – nelle lettere italiane. Il suo stendhalismo fu colmo di freschezza e negligenza, vivacità e semplicità, improvvisazione e ispirazione. Tutti caratteri della superficie; quella da lui percorsa con l’indolente disinvoltura del girovago.

[Viene ripreso in forma poco variata l’articolo Savinio, dilettante in superficie apparso nella rivista «Il lettore di provincia», a. XLI, n. 134, 2010, pp. 23-25].

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo è critico e traduttore. Scrive di cultura per la «Gazzetta di Parma» e per riviste di bibliofilia. I suoi ultimi lavori: Ossessione bibliofila (La nave di Teseo) e Dizionario del grafomane (Sellerio). Altri suoi saggi sono nei cataloghi Sellerio, Elliot, Quodlibet, Rubbettino, Pendragon.