Ci sono libri che arrivano quasi per caso, attraverso una scelta condivisa, un passaparola silenzioso, la curiosità di un gruppo di lettura. Il mio incontro con la scrittura di Matteo Nucci è nato così: dalla decisione del club di lettura dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene di leggere Platone. Una storia d’amore, libro candidato al Premio Strega. Quella scelta collettiva si è trasformata presto in un percorso personale di approfondimento, che mi ha condotta anche alla lettura di È giusto obbedire alla notte, opera nella quale la scrittura di Nucci rivela ancora una volta la sua capacità di trasformare la riflessione filosofica in materia narrativa viva, emotiva, profondamente incarnata.
Leggere Nucci significa entrare in una zona di confine in cui il pensiero non rinuncia mai alla sensibilità e la letteratura non rinuncia mai alla complessità. È proprio questa tensione a rendere la sua opera particolarmente significativa nel panorama contemporaneo italiano. In un’epoca dominata spesso dalla rapidità narrativa, dall’urgenza dell’intreccio o da una scrittura costruita sull’immediatezza del consumo, Nucci sceglie invece un’altra strada: quella dell’ascolto interiore, della lentezza meditativa, della domanda esistenziale.
È giusto obbedire alla notte non è soltanto un romanzo. È un attraversamento. La notte evocata nel titolo non rappresenta semplicemente il buio o una dimensione temporale; diventa piuttosto uno spazio simbolico, quasi ontologico, nel quale l’essere umano entra in contatto con ciò che normalmente tenta di rimuovere: la perdita, il desiderio, la vulnerabilità, la memoria, il limite. In questo senso la notte di Nucci ricorda quella dimensione del “non sapere” che attraversa tanto la tragedia greca quanto parte del pensiero novecentesco europeo.
Non è casuale che la scrittura di Nucci mantenga un dialogo sotterraneo con il mondo classico. Anche quando il riferimento non è esplicito, si percepisce una sensibilità profondamente greca nella costruzione dei suoi personaggi e nella concezione stessa dell’esperienza umana. Come negli eroi omerici, tema che Nucci ha affrontato magistralmente anche ne Le lacrime degli eroi, l’essere umano si definisce attraverso la propria fragilità. La vulnerabilità non è un difetto da nascondere, ma una forma di verità.
In questo senso l’opera di Nucci sembra entrare in dialogo con alcune riflessioni contemporanee sulla vulnerabilità come luogo di autenticità. Viene inevitabilmente in mente il pensiero di Massimo Recalcati, soprattutto quando insiste sul fatto che il desiderio umano nasce da una mancanza e non da una pienezza. Nei personaggi di Nucci il desiderio non appare mai come semplice conquista. È piuttosto tensione continua verso qualcosa che sfugge, ricerca di un senso che resta incompleto. È proprio questa incompletezza a renderli profondamente umani.
La notte, allora, diventa il luogo nel quale cadono le maschere dell’identità sociale. È il momento in cui l’essere umano resta solo con se stesso, con ciò che teme e con ciò che desidera davvero. Qui la scrittura di Nucci acquisisce una qualità quasi filosofica, ma senza mai perdere la sua dimensione narrativa. Le riflessioni non interrompono il racconto: ne costituiscono il respiro interno.
Si potrebbe persino leggere il romanzo alla luce della riflessione di Maurice Blanchot sulla “notte” come spazio dell’indeterminato e dell’esperienza limite. In Blanchot la notte è il luogo in cui il soggetto perde i propri contorni stabili e si confronta con l’assenza, con il silenzio, con ciò che sfugge alla piena comprensione razionale. Anche in Nucci esiste questa tensione verso una zona opaca dell’esistenza, una regione interiore che non può essere completamente spiegata ma soltanto attraversata.
Eppure la scrittura di Nucci non cade mai nell’astrazione. Ciò che colpisce maggiormente è la sua capacità di rendere corporeo il pensiero. Le emozioni hanno peso, ritmo, temperatura. Le parole sembrano costruite non soltanto per essere comprese, ma per essere percepite fisicamente dal lettore. In questo senso la sua prosa possiede una qualità quasi musicale: procede per risonanze interiori, pause, ritorni, silenzi.
Vi è inoltre nella sua scrittura una particolare attenzione alla dimensione del silenzio. Non il silenzio come assenza sterile, ma come spazio di ascolto. Alcuni passaggi sembrano suggerire che soltanto attraversando il silenzio sia possibile avvicinarsi a una forma più autentica di conoscenza di sé. Anche qui emerge una sensibilità profondamente classica, quasi socratica: la consapevolezza che la verità non si possiede mai completamente, ma si cerca continuamente attraverso il dialogo, il dubbio, l’inquietudine.
Forse è proprio questa inquietudine a rendere l’opera di Nucci così necessaria oggi. Viviamo in un tempo che tende continuamente a semplificare l’esperienza umana, a ridurre il dolore a un problema da risolvere rapidamente, la fragilità a qualcosa da correggere. Nucci, invece, restituisce dignità alla complessità emotiva. Non offre consolazioni facili, ma nemmeno cede al nichilismo. Nei suoi libri permane sempre una forma di luce discreta, fragile ma persistente.
La sua letteratura non cerca di dominare il lettore; piuttosto lo accompagna. Ed è forse questa la sua qualità più rara. Leggere È giusto obbedire alla notte significa accettare di sostare dentro le domande, senza pretendere risposte immediate. Significa riconoscere che esiste una conoscenza che passa attraverso la vulnerabilità, il dubbio, perfino la perdita.
In questo senso il romanzo si inserisce all’interno di quella tradizione europea nella quale la letteratura non rappresenta soltanto intrattenimento o costruzione narrativa, ma uno strumento di interrogazione dell’esistenza. Una tradizione che va da Dostoevskij fino a certa scrittura contemporanea capace ancora di interrogare il senso del vivere.
Ed è forse qui che risiede il nucleo più profondo dell’opera di Nucci: nella capacità di ricordarci che l’essere umano non è fatto soltanto di certezze, ma anche di oscurità, esitazioni, ferite invisibili. La notte, allora, non è più soltanto un simbolo del buio. Diventa lo spazio necessario attraverso cui passare per ritrovare una forma più autentica di verità interiore.
Per questo i libri di Matteo Nucci continuano a risuonare anche dopo la lettura. Non si limitano a raccontare una storia: aprono una relazione con il lettore, lo costringono a interrogarsi, a rallentare, a guardarsi dentro. E in un tempo dominato dal rumore e dalla velocità, forse è proprio questa la forma più preziosa che la letteratura possa ancora assumere.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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