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Grigio manzoniano

È cosa nota che, per le classi del ginnasio, e per quelle del biennio liceale, fu istituzionalizzata piuttosto presto, e in modo definitivo, l’obbligatorietà della lettura del romanzo di Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Prassi didattica che dura ancora oggi. Già negli anni Trenta del secolo scorso, però, in pieno Ventennio fascista, un intellettuale e poeta dialettale milanese, tal Delio Tessa (1886-1939), antifascista, così scriveva, in un suo divertente ritratto dello scrittore Alessandro Manzoni, intitolato Color Manzoni, in merito all’obbligo scolastico di leggere quel romanzo:

«Il suo libro ebbe però una disgrazia: lo lessero troppo nelle scuole, ne fecero troppi sunti gli alunni, andò in odio a molti per esser stati costretti da ragazzi a mandarne a memoria dei brani che divennero famosi come certe arie delle opere verdiane: “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci… …Addio monti sorgenti dall’acque…”. Quanti che io conosco che non vollero più saperne del Manzoni perché quella Lucia e quel Renzo ricordavan loro troppo il legno stantìo dei banchi! L’istruzione obbligatoria ha i suoi guai e può essere paragonata alla nutrizione artificiale colla sonda. Per conto mio preferisco che un uomo fatto adulto ignori del tutto i capolavori piuttosto che conoscerli e detestarli. I promessi sposi portano in loro stessi i mali che li hanno resi in tempi andati il libro scolastico per eccellenza».

Questo singolarissimo racconto del Tessa, che risale agli anni 1936-1939, mette a fuoco la cattiva prassi scolastica delle letture obbligatorie, che, paradossalmente, finivano (e finiscono) per allontanare lo studente dalla lettura, una volta uscito dal percorso di studio. Qui, mi interessa cogliere il dato di continuità intorno alla presenza manzoniana nel canone scolastico italiano (già dalla metà degli anni Settanta del XIX secolo, con l’autore ancora in vita). La costante presenza de I promessi sposi, nelle letture scolastiche (di ieri, e di oggi), con tutto il bagaglio, non soltanto letterario e linguistico, che quel romanzo porta con sé, e che trasmette, ma anche con tutto il bagaglio ideologico, etico e politico, il quale ha plasmato generazioni di italiane e di italiani, sotto il segno della cultura (politica) della rassegnazione, del rispetto delle autorità civili e religiose, della moderazione, della cura della propria convenienza, del culto dell’opportunismo, della pratica del non “mettersi nei tumulti” (nei guai) e del “farsi i fatti propri”. Insomma, la cultura che emerge da quel decalogo pedagogico (ipocrita, moderato, borghese e cattolico) che Manzoni elenca nelle ultime pagine del suo romanzo, nel così detto «sugo della storia»: «Ho imparato a…». Il fastidio (e il rifiuto), di cui già Delio Tessa si faceva portavoce, sin dagli anni 1936-1939, nei confronti di tutta questa cultura manzoniana del “non compromettersi”, emerge sin dall’incipit del gustoso racconto, attraverso il colore che Tessa associa a Manzoni:

«… Alessandro Manzoni anch’egli ha il suo colore. L’ho scoperto visitando il Centro Manzoniano. È un colore grigio polvere, piuttosto triste […]. Se aprite I promessi sposi vi accorgerete con stupore che è un libro dove non si grida, c’è qualche nota acuta è vero, ma son poche, non più di due, mi pare… L’urlo di Menico, l’urlo di Lucia… ma anche quelli subito soffocati, l’uno dalla minaccia di un bravo, l’altro dal fazzoletto del Nibbio. Nemmeno le sommosse di popolo rompono in clamori…».

Alla fine, conclude malinconicamente Tessa, a commento di questa (errata) prassi didattica sull’obbligo di lettura, la prima vittima altri non è che lo stesso Alessandro Manzoni, odiato da generazioni di italiane e di italiani, per colpa della stessa scuola.

Questo, dunque, era il quadro generale (piuttosto deludente) politico-culturale, nel quale provarono a inserirsi, con il loro lavoro, le madri e i padri costituenti, i quali, pur sforzandosi di disegnare un nuovo tipo di scuola, fondata sui principi democratici dell’inclusione e della libertà, nell’Italia post-fascista, non riuscirono, però, per tante ragioni (compreso il “condizionamento” anglo-americano), ad andare oltre la fascistissima riforma Gentile, il cui modello classista e selettivo di scuola (e di società) restava, purtroppo, ancora, un punto di riferimento!

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.