avvenimenti · In primo piano

La notte come archivio della memoria

Ci sono libri che non appartengono soltanto al momento della loro prima pubblicazione, ma continuano a operare nel tempo come dispositivi di origine. I tacchi neri di Ghiorgos Chronàs, usciti per la prima volta nel 1979 e oggi riproposti in una significativa riedizione, costituiscono uno di questi casi esemplari. Non siamo semplicemente di fronte a una raccolta poetica inaugurale, ma alla formazione di una vera e propria matrice, nel senso quasi archeologico del termine: un luogo in cui si depositano, in forma ancora incandescente, i nuclei fondamentali di un’intera poetica destinata a svilupparsi nei decenni successivi.

Rileggere oggi questo libro significa assistere alla nascita di uno sguardo. Uno sguardo rivolto non verso il centro, ma verso ciò che resta ai margini. In questo senso, la poesia di Chronàs si configura fin dall’inizio come una pratica etica oltre che estetica: una forma di restituzione della parola a coloro che la storia ufficiale ha escluso.

Le figure femminili che attraversano I tacchi neri, cantanti di locali notturni, prostitute, amanti abbandonate, presenze consumate dalla notte, non sono costruzioni simboliche, ma esistenze incarnate.  Chronàs non le osserva dall’esterno, ma si pone in una posizione di prossimità testimoniale. Come accade in quella che potremmo definire, riprendendo una categoria cara a Roland Barthes, una scrittura del punctum, queste figure feriscono il linguaggio, interrompono la sua neutralità, imponendo una presenza che non può essere ridotta a semplice rappresentazione.

In questo senso, la poesia di  Chronàs si configura come un archivio. Ma non un archivio istituzionale, ordinato secondo i criteri della storia dominante. Piuttosto, un archivio fragile, esposto, costruito a partire da tracce minime: un paio di tacchi, un vestito, un gesto, una voce. Come ha scritto Jacques Derrida, l’archivio nasce sempre da una tensione tra conservazione e perdita. Nei versi di  Chronàs, questa tensione diventa il principio stesso della scrittura.

Lo spazio privilegiato di questo archivio è la notte. Non semplicemente come cornice temporale, ma come condizione ontologica. La notte, in Chronàs, è il tempo della verità perché è il tempo in cui le identità sociali si disgregano e lasciano emergere ciò che resta. È il luogo della rivelazione, ma anche della scomparsa. L’immagine ricorrente dei tacchi neri che attraversano la città notturna diventa così una figura paradigmatica della modernità marginale: movimento senza destinazione, presenza destinata a diventare assenza.

Il corpo occupa, in questo contesto, una posizione centrale. Non è un corpo idealizzato, ma un corpo segnato, esposto al consumo e alla memoria. La memoria, infatti, non si presenta come una dimensione astratta, ma come una forma di iscrizione materiale. I corpi di  Chronàs ricordano, e ricordando testimoniano. In questo senso, la sua poesia si avvicina a quella che Maurice Blanchot ha definito una scrittura del disastro: una scrittura che nasce dal contatto con ciò che è già perduto e che tuttavia continua a chiedere di essere detto.

Un altro elemento fondamentale della poetica di Chronàs è il suo rapporto con la cultura popolare. Il mondo dei locali notturni, delle canzoni, delle voci che si consumano sul palco attraversa tutta la raccolta. Tuttavia, non si tratta di una semplice trasposizione poetica dell’universo musicale. Piuttosto, Chronàs assorbe la struttura emotiva del canto popolare: la sua economia espressiva, la sua immediatezza, la sua capacità di trasformare l’esperienza individuale in memoria collettiva.

Questa economia si riflette anche nella lingua. Chronàs scrive in una forma apparentemente semplice, quasi prosastica. Ma è proprio questa semplicità a costituire la sua forza. I suoi testi funzionano come frammenti, nel senso che Giorgio Agamben attribuisce al frammento: non parti incomplete di un tutto perduto, ma forme autonome che conservano, nella loro parzialità, la traccia di un’esperienza irriducibile.

La morte, infine, attraversa l’intera raccolta come una presenza costante. Non come evento eccezionale, ma come condizione di fondo. I morti, in Chronàs, non scompaiono. Continuano ad abitare lo spazio della poesia. In questo senso, la scrittura diventa una forma di sopravvivenza.

La riedizione di I tacchi neri ci permette oggi di riconoscere con chiarezza ciò che forse nel 1979 era ancora soltanto una promessa: la nascita di una delle voci più riconoscibili e coerenti della poesia greca contemporanea. Ma, soprattutto, ci ricorda qualcosa di essenziale. Che la poesia, per Chronàs, non è mai stata un esercizio formale.

È stata, ed è, una forma di fedeltà.

Fedeltà a quei volti che la notte ha inghiottito.
Fedeltà a quelle vite che rischiavano di non lasciare traccia.
Fedeltà alla possibilità stessa della memoria.

 

Tre poesie

Τώρα πέθανα πια. Ησυχάστε.
Το σώμα μου λιώνει πολύ πιο κάτω
από υπόγεια σινεμά και ταβέρνες.
Μόνο να, ο υπόγειος σιδηρόδρομος
χείμαρρος
τον ύπνο μου ταράζει.

Ora sono morto. Non inquietatevi.
Il mio corpo si consuma molto più in basso,
al di sotto di cinema sotterranei e taverne.
Solo questo: la metropolitana, nel profondo,
torrente incessante,
sconvolge il mio sonno.

 

Στρατιώτης σε πολίτη τα εισιτήρια βάζει
και κατεβαίνουνε αμίλητου τις σκάλες
Να η πλατεία και ο εξώστης
Να η ταξιθέτρια και η οθόνη

Καλά δεν κάναμε που μπήκαμε εδώ;

Un soldato porge i biglietti ad un civile
e scendono le scale senza parlare.
Ecco la platea e il loggione.
Ecco la maschera e lo schermo.

Non abbiamo fatto bene ad entrare qui?

 

Αργά το Σάββατο παρατηρώ το θάνατο
Όπως αποτυπώνεται στα παλιά πράγματα, στα ξύλινα
ταβάνια, στα πρόστυχα κρεβάτια, στα βαμμένα με κίτρινη ώχρα
ξύλινα πατώματα. Η σκιά του πόλεις στο Μεξικό, στη Χαιρώνεια,
στο Μπάγκλα Ντες στα σοκάκια τους πουλάνε ζεστή λάσπη
Και φωτογραφίες από τη στέψη του αυτοκράτορα

Tardi, di sabato, osservo la morte
come si imprime nelle cose antiche, nei soffitti
di legno, nei letti osceni, nei pavimenti
di legno dipinti d’ocra gialla.
La sua ombra città del Messico, a Cheronea,
in Bangladesh, nei loro vicoli vendono fango caldo
e fotografie dell’incoronazione dell’imperatore.

 

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.