Mettere accanto le parole “utopia” e “normatività” dice di primo acchito ben poco, occorre perciò spiegare in che modo i due concetti possano confrontarsi, da quale punto di vista: in che senso ad esempio – senso ovviamente da chiarire – la seconda mette in difficoltà un certo modo di intendere la prima.
Partiamo dalle indicazioni di Tommaso Moro, certamente uno dei più utopici fra gli utopisti. Influenzato da Platone Moro descrive uno Stato in cui dominano gli ideali di comunanza dei beni, dell’uguaglianza fra sessi e in cui la saggezza ispira costantemente i governanti, ma a differenza di Platone Moro elimina ogni forma di gerarchia facendo scomparire qualsiasi differenza di classe o livello di casta sociale; scomparsi i ceti economici, a suo avviso, scomparirebbe anche ogni differenza di status, la differenza che contribuisce a rendere differentemente felici i soggetti della comunità. I suoi abitanti lavorano sei ore al giorno, dedicando il resto del tempo al riposo, ai rapporti sociali e soprattutto allo sviluppo culturale. Sembra anche che, come riterrà Woodrow Wilson, anche in Moro l’amicizia sia l’unico cemento che tiene insieme il mondo – lo stesso voleva Aristotele, anche se, sia in Moro che in Wilson, credo manchi la ragione teorica che fa dell’amicizia la condizione della felicità individuale: in Aristotele l’amicizia permette la formazione di uno Stato in cui si massimizza il tempo libero per dedicarsi al sapere, e nell’esercizio del sapere, caratteristico della forma umana, l’individuo è massimamente felice; nei due autori manca invece una vera e propria concezione ontologica della forma.
A prescindere comunque da possibili giustificazioni metafisiche sembra di primo acchito che la comunità immaginata da Moro descriva un insieme di individui perfettamente pacificati, capaci di realizzare una condizione in cui il bene di tutti coincide con il bene massimo di ciascun individuo. Ma, si potrebbe chiedere, solo “di primo acchito” o definitivamente? L’ideale di Moro è qualcosa che esaurisce, almeno su questa terra, le aspirazioni o nella sua società ideale – certamente desiderabile – manca ancora qualcosa che permetterebbe la compiuta e pacificata “uguaglianza” dei soggetti? Un filosofo morale contemporaneo, Michael Sandel, pur non riferendosi direttamente a Moro, ne riprende in qualche modo l’ideale criticando quanto per molti (in particolare le correnti di ispirazione liberale) giustificherebbe appunto la differenza di censo e di status; l’obiettivo polemico di Sandel è il merito [La tirannia del merito, Feltrinelli, Milano 2023]. Per Sandel – così argomenta il filosofo politico statunitense – la parte che spetterebbe a ciascuno di noi in funzione del merito di possederla è dovuta a qualità che sono date al soggetto, quindi propriamente non meritate, anche se lo stesso etimo della parola (la “parte che spetta”) non aiuta molto a capire cosa allora, correttamente, ciascuno meriterebbe. Franco è intelligente, di aspetto piacevole, simpatico e dotato anche di ironia, pure nei confronti di sé stesso; l’intelletto di Luigi non è invece dei più fulgidi, l’aspetto certamente non incanta e, forse proprio in conseguenza di queste due caratteristiche, non sa mai bene come entrare in sintonia con il suo prossimo. Ma Luigi, nota Sandel non deve queste sue mancanze a qualcosa che avrebbe potuto attuare “in virtù di sé stesso”, più semplicemente diremmo che “non è colpa sua” se è come è; e parimenti le virtù di Franco sono qualità con cui Franco nasce, come altezza e colore dei capelli, non qualcosa che si guadagna grazie a impegno personale: il fato, per indicare con la parola un destino non decidibile in prima persona, lo ha reso ciò che è; come può quanto gli spetta essere stabilito in base a gratuite contingenze? A qualcosa, verrebbe semplicemente da dire, che non si è guadagnato? Questa, semplificata, la considerazione di base di Sandel.
L’osservazione di Sandel porta però a conseguenze che lui stesso non potrebbe accettare e che gettano ombre lunghe sulle sue conclusioni. Franco – per mantenere i due personaggi – è persona moralmente corretta che vaglia sempre le conseguenze etiche delle sue azioni; azioni che modifica sempre quando non vanno nella “giusta” direzione. In questo ambito, appunto sul piano morale, non possiamo non valutare positivamente il suo agire e ammettere quindi implicitamente che avrebbe potuto agire altrimenti; non lo facessimo, abbandonassimo anche il giudizio etico al fato ed eliminassimo anche in tal caso il merito, verrebbe meno qualsiasi criterio per poter formulare giudizi di valore; anche quelli che aspirano a una utopica uguaglianza, questo il punto. Ma se sul piano morale giudichiamo positivamente o negativamente l’impegno dell’agire, perché non ammettere anche nel lavoro impegno, dedizione, assiduità, sforzi che ci sono stati e che avrebbero potuto non esserci? Non sto qui parlando di considerazioni metafisiche che indagano la libertà del volere, la possibilità del determinismo ecc., ma delle condizioni che rendono per lo più sensato il giudizio sul comportamento umano, quelle che partendo dalla valutazione dell’impegno in un comportamento morale ammettono implicitamente la possibilità di valutare l’impegno in quel che un soggetto fa nel suo lavoro quotidiano. Così, se Sandel ammettesse che i meriti dati (non meritati) dall’impegno nel lavoro passano anche al comportamento morale, la vita umana sarebbe abbandonata a un imperscrutabile fato che renderebbe insensati sia i giudizi di valore sia la possibilità di più giusti interventi politici, se invece accettasse che in etica vanno considerati “gli sforzi” del soggetto, questa accettazione inciderebbe inevitabilmente sugli sforzi da riconoscere anche in ambito lavorativo. Cosa che – questo l’interrogativo – si ripercuoterebbe anche su differenze di censo e di status? Giustificandole?
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Nel riproporre la questione mi permetto un riferimento al Robert Nozick di Anarchia, stato e utopia [Le Monnier, Firenze 1981]. Qui Nozick immagina una condizione iniziale dell’umanità in cui tutti vengono dotati della stessa quantità iniziale di beni. L’idea – capace a suo avviso di mettere sulla corretta strada per edificare uno stato giusto – è quella per cui le eventuali differenze di censo e di status individuali che potrebbero attuarsi nello sviluppo storico della comunità sarebbero dovute alle capacità individuali di sfruttare e utilizzare l’uguale dotazione iniziale, dovendo quindi essere considerate meritate, così giustificando il passaggio dalla condizione utopica di Moro a una società che apprezza e dà valore alle differenze. Ma la domanda (lo stesso Nozick tornerà successivamente sulla sua proposta giovanile) è se queste stesse capacità siano da considerare o meno come le differenze di censo e di status di una società divisa in classi, vale a dire semplicemente date e non propriamente meritate: lo fossero, non differirebbero molto da differenze dovute alla ricchezza familiare, al luogo in cui si nasce, alle condizioni storiche ecc.
Ma si esce da questa alternativa? Somiglia a una sorta di circolo vizioso, a un diallelo.
Da un lato dobbiamo ammettere la capacità di autodeterminarsi dei soggetti, quindi di meritare la propria condizione, ne va della possibilità del giudizio etico e in generale degli stessi criteri di valutazione; dall’altro permane sempre il dubbio che questa stessa capacità sia assegnata dal caso, rientrando quindi nei cosiddetti “meriti dati”; impartiti dal destino, quindi immeritati.
Proviamo a trovare qualche argomento che almeno indebolisca l’analogia con il comportamento morale. Dopotutto quest’ultimo – si potrebbe osservare – è prodotto da atti di volontà, che supponiamo liberi, esito delle decisioni volta a volta prese dal soggetto, quindi valutabili, mentre l’abilità nell’attuare il contenuto di quanto viene deciso implica nuovamente doti di intelligenza, strategia, la virtù di mediare con i nostri simili a seconda delle situazioni, quindi, nuovamente, il possesso di “capacità date” che il soggetto può avere o non avere. Così fosse si potrebbe forse conciliare l’autonomia e imputabilità del soggetto (atti di volontà) e il carattere dato, non responsabile, delle capacità. Non sono del tutto convinto della cogenza dell’ipotesi, ma poniamo valga, poniamo che sia così possibile conciliare l’autonomia del soggetto, quindi la valutazione delle sue decisioni, con l’impossibilità di soppesare moralmente le doti naturali che permettono di realizzare tali decisioni. Così fosse, appunto, non potremmo immaginare una società di uguali, felice dell’uguaglianza, analoga a quella di Moro? Le differenze di censo e di status sarebbero eliminate perché frutto di doti naturali di cui il soggetto non è responsabile, mentre rimarrebbe lo spazio per la valutazione morale relativa alle intenzioni dei suoi abitanti.
Credo sia Moro stesso a inserire nel suo mondo utopico qualcosa che spezza l’incanto. Moro parla di “cultura”. Mettiamo al suo posto l’intelligenza in senso lato. Anche nel mondo immaginato da Moro ci sarà una pletora di individui che giocherà a scacchi (dove sono scarsissimo) o a pallone (dove ero abbastanza scarso) molto meglio di me; dove sempre in tanti riusciranno a scrivere una miriade di saggi incomparabilmente più profondi e compiuti dei miei; dove verranno create immagini o parole che non riesco neppure a immaginare, dove ecc., ecc. ecc…Quello di Moro sarà certamente (o probabilmente?) un mondo migliore del nostro ma dove permarrà il marchio dell’umanità, la sua finitezza e le sue differenze. Veniamo così al secondo termine del titolo di questo saggetto: la normatività. L’essere umano è una creatura essenzialmente normativa (la cosa è importante anche per la riflessione sull’intelligenza artificiale). Noi siamo esseri costantemente impegnati in pratiche (cfr. A. MacIntyre, Dopo la virtù, Armando, Roma 2007) governate da regole e in queste possiamo più o meno riuscire e commettere più o meno errori: risolvere un problema matematico, scrivere una pagina in una bella lingua, individuare un problema filosofico o praticare al meglio uno sport. Se riusciamo nella pratica in cui ci impegniamo è come se acquistassimo una identità e determinatezza che intensifica la nostra esistenza, se nella pratica falliamo è come se la nostra esistenza sfumasse in una successione di episodi effimeri. Spesso è proprio il bisogno di tale identità e consistenza che porta a sposare appartenenze politiche o di altro genere, in questo caso sono il gruppo e le idee che rappresenta a darci la solidità di cui andiamo in cerca e che magari non riusciamo ad attuare in prima persona nelle nostre pratiche normative. Anche nel mondo di Moro tale normatività non può essere eliminata; lo fosse o fosse possibile eliminarla verrebbe meno l’essere umano nella sua natura, non una qualità di cui si può fare a meno. Così, anche nel mondo di Moro ci sarebbe chi vince e chi perde, chi è guardato come persona che vale di più o di meno; e chi vale di meno soffrirebbe della sua indigenza mentre chi vale di più potrebbe vivere nel timore di perdere il podio dell’eccellenza.
C’è una bella poesia di Saffo in cui il soggetto è Afrodite. Proviamo a riscriverla immaginando che al posto di Afrodite ci sia la stima, quella indefinita stima che vorremmo tutti avessero verso di noi: “Se ora fugge, presto ti inseguirà, se non accetta doni, te ne offrirà, se non ti ama, subito ti amerà pur se non vuole”. Ammirati e lodati vivremmo davvero un’esistenza piena e pacificata. Per questo l’utopia è l’idea di una condizione che non è di questo mondo, neppure quello di Tommaso Moro. La conclusione è che la parola utopia va letta alla lettera, non può essere un luogo che abita il tempo. Se le dessimo un tempo in cui essere, vista la natura normativa dell’essere umano, il suo indefinito bisogno di eccellere, l’utopia pagherebbe subito il pegno della sua esistenza.
L'autore

- Luigi Cimmino ha insegnato Gnoseologia e Filosofia della mente e insegna Paradigmi etici all'università di Perugia. Monografie recenti: Tempo ed esperienza. Intenzionalità, azione, filosofie del tempo, Aguaplano, Perugia 2020; Introduzione all'epistemologia della mente, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012; Narciso in frantumi: l'umano e il suo bisogno di una seconda identità, Rubbettino 2023.
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