La scrittura attraversa le frontiere, supera distanze geografiche, scavalca i confini politici, sopravvive agli esili. In questo senso, come suggeriva Michel de Montaigne, può diventare un gesto di resistenza. È stata proprio questa idea, la scrittura come spazio di libertà e di persistenza, a orientare l’incontro che si è svolto il 14 ottobre 2025 presso il Centro Linguistico d’Ateneo dell’Università degli Studi di Perugia, realizzato in collaborazione con la Fondazione Civitella Ranieri.
Sul palco tre voci tra le più autorevoli della letteratura ispanica contemporanea: Gioconda Belli, Fernanda Trías e Hernán Díaz. Tre percorsi diversi, tre geografie biografiche e linguistiche lontane tra loro, eppure unite da una stessa domanda, che cosa significa abitare una lingua?
Fin dalle prime battute, l’incontro ha preso la forma di una conversazione viva e inquieta, più vicina a un’esplorazione condivisa e dialogata che a una conferenza. La scrittura è emersa come uno spazio di attraversamento, il luogo in cui identità, memoria, esilio e appartenenza si incontrano e si mettono in discussione.
Per Hernán Díaz, la lingua letteraria è una scelta che nasce dal movimento. La sua biografia, che si articola tra Argentina, Svizzera e Stati Uniti, disegna una traiettoria nomade che lo ha condotto a eleggere l’inglese come lingua della sua opera, una sorta di hogar adoptivo. Díaz ha parlato della scrittura come di un luogo di dialogo, ma anche di una desubicación, ovvero una dislocazione che non riguarda soltanto lo spazio geografico, ma anche la struttura stessa del racconto, la posizione della voce narrante, il modo in cui un testo prende forma. Scrivere, in questa prospettiva, significa sempre collocarsi e allo stesso tempo spostarsi.
Per Gioconda Belli, invece, la lingua è casa. Una casa che nessun esilio può confiscare. Costretta a lasciare il Nicaragua da dissidente politica, la scrittrice ha raccontato come lo spagnolo rappresenti per lei uno spazio affettivo e sociale insieme, un territorio portatile, capace di custodire memoria, identità e resistenza. Nelle sue parole si avverte anche un’altra dimensione, quella della voce femminile nella letteratura. Per secoli, ha ricordato Belli, le donne sono esistite nei testi attraverso lo sguardo degli uomini ed è solo negli ultimi due secoli che quella voce ha iniziato a emergere con forza, ridefinendo il paesaggio della narrazione.
Diversa ma complementare la prospettiva offerta da Fernanda Trías, che ha evocato la tensione tra centro e periferia nel campo letterario. Provenire da un Paese percepito come marginale significa scrivere con una consapevolezza particolare, quella di abitare una posizione decentrata rispetto alle grandi gerarchie linguistiche. In un mondo in cui l’inglese domina la circolazione culturale, ogni altra lingua, ha osservato Trías, rischia di essere percepita come periferica. Una dinamica che ricorda, in altre forme, la centralità che il latino esercitava in epoche passate.
Il tema della traduzione è emerso allora come un passaggio necessario e insieme problematico. Trías ha confessato di leggere sempre le traduzioni dei propri libri, ma di percepirle come opere diverse, quasi testi paralleli. Ogni traduzione amplia il pubblico, ma nello stesso tempo trasforma l’opera, la ricrea in un’altra lingua, in un altro sistema di risonanze e relazioni. Anche Belli ha ricordato come lo spagnolo sia parlato da centinaia di milioni di persone e tuttavia non goda dello stesso peso geopolitico dell’inglese nel mercato editoriale. I numeri non bastano a creare una comunità di lettori, contano le reti culturali, le dinamiche di potere, i percorsi invisibili attraverso cui i testi viaggiano.
Più che offrire risposte definitive, l’incontro ha lasciato affiorare interrogativi. Dove si trova davvero la casa di uno scrittore? In una lingua, in un paese, nei lettori?
Forse, come è emerso dalle parole dei tre autori, la scrittura non è altro che questo: un luogo fragile e potente in cui abitare temporaneamente il mondo.
Un territorio di parole in cui le identità si spostano, si intrecciano, si reinventano. E in cui ogni lingua, quando diventa letteratura, smette di essere esclusivamente uno strumento espressivo e si trasforma in spazio di libertà.
chiara.uffreduzzi@studenti.unipg.it
L'autore
- Chiara Uffreduzzi è attualmente studentessa magistrale in Lingue, Letterature Comparate e Traduzione Interculturale presso l’Università degli Studi di Perugia. Ha conseguito la laurea triennale in Lingue e Culture Straniere con una tesi dedicata alla letteratura e alla lingua galega, dal titolo Cantares Gallegos di Rosalía de Castro: analisi dei culturemi e delle loro traduzioni in spagnolo, inglese e italiano.
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