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L’umorismo come forma critica della modernità

La ripubblicazione di Stavolta m’ammazzo sul serio da Baldini + Castoldi (2025) di Antonio Amurri rappresenta un’operazione editoriale di particolare rilievo nel panorama della recente riscoperta di autori del secondo Novecento italiano. Il volume non si limita infatti a riproporre un testo ormai difficilmente reperibile, ma lo accompagna con apparati critici tra cui la postfazione di Sandro Veronesi e la nota critica di Mariarosa Bastianelli che contribuiscono a restituire alla scrittura di Amurri una dimensione pienamente letteraria.

Per lungo tempo Amurri è stato percepito soprattutto come autore umoristico e come figura legata alla radio e alla televisione italiane. Una simile classificazione ha spesso oscurato la complessità della sua scrittura. La nuova edizione del testo invita invece a rileggere Amurri alla luce di una tradizione più ampia dell’umorismo letterario europeo, nella quale il riso non è mai un semplice effetto comico, ma un dispositivo conoscitivo capace di rivelare le contraddizioni della realtà.

In questa prospettiva appare particolarmente significativo (ancor di più per il lettore non parlante nativo) il contributo di Mariarosa Bastianelli, la cui nota critica propone una rilettura dell’opera che va oltre la dimensione aneddotica o autobiografica. Bastianelli mette in evidenza come l’ironia di Amurri non sia mai puramente decorativa, ma costituisca una vera e propria modalità di interrogazione del reale. Il riso diventa così una forma di distanza critica che permette di osservare le dinamiche sociali e affettive della modernità con uno sguardo insieme disincantato e partecipe.

Il quadro teorico entro cui può essere collocata la scrittura di Amurri rimanda innanzitutto alla riflessione classica sull’umorismo. Henri Bergson, nel saggio Le rire (1900), osserva che il comico nasce quando nei comportamenti umani affiora una regolarità quasi automatica, una struttura riconoscibile che il riso mette improvvisamente in luce. Molti passaggi della scrittura amurriana sembrano funzionare proprio secondo questa logica: i rituali sociali, le abitudini borghesi e i comportamenti quotidiani si trasformano in meccanismi ripetitivi che l’ironia dell’autore smaschera.

Ancora più pertinente appare tuttavia il riferimento a Luigi Pirandello e alla sua celebre definizione dell’umorismo come ‘sentimento del contrario’. Nel saggio L’umorismo (1908), Pirandello distingue tra il semplice comico, che produce un riso immediato, e l’umorismo autentico, che introduce un secondo momento di riflessione in cui il riso si accompagna alla consapevolezza della fragilità dell’esistenza. Nei testi di Amurri questo passaggio appare evidente: la battuta genera inizialmente il sorriso, ma subito dopo lascia emergere una dimensione più inquieta, segnata dalla percezione del tempo che passa e dall’ambiguità delle relazioni umane.

La lettura proposta da Bastianelli coglie con particolare lucidità questa tensione tra leggerezza e malinconia. L’autrice mostra come la comicità di Amurri sia spesso attraversata da una sottile vena di disincanto esistenziale, che impedisce di ridurre il testo a un semplice repertorio di gag o situazioni comiche. L’ironia diventa piuttosto uno strumento di autoanalisi e di osservazione critica della società contemporanea.

In questa prospettiva, la scrittura di Amurri può essere accostata anche alla riflessione di Sigmund Freud sul rapporto tra umorismo e inconscio. Nel saggio Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten (1905), Freud individua nel motto di spirito una forma di economia psichica: il riso nasce come liberazione di una tensione latente. Anche nei testi di Amurri la battuta sembra spesso funzionare come una valvola di sfogo attraverso la quale emergono conflitti interiori, paure e frustrazioni legate alla vita quotidiana.

Un ulteriore punto di riferimento teorico può essere individuato nelle riflessioni di Umberto Eco sulla funzione cognitiva dell’ironia. Eco ha più volte sottolineato come l’ironia introduca nel discorso una distanza semantica che obbliga il lettore a una partecipazione interpretativa attiva. Anche la scrittura di Amurri sembra costruire un simile spazio interpretativo: il lettore è costretto a riconoscere lo scarto tra ciò che viene detto e ciò che viene realmente significato.

All’interno di questo quadro teorico si colloca anche la postfazione di Sandro Veronesi, che assume un ruolo importante nel progetto complessivo del volume. Veronesi insiste sulla necessità di restituire Amurri al contesto della letteratura italiana del secondo Novecento, sottraendolo alla riduzione a semplice autore comico. La sua lettura mette in luce la straordinaria capacità dell’autore di trasformare l’esperienza individuale in una forma narrativa capace di parlare a un pubblico più ampio.

La postfazione svolge una funzione complementare rispetto alla nota critica di Bastianelli: se quest’ultima propone un’analisi più sistematica della scrittura amurriana, Veronesi ne sottolinea soprattutto l’attualità e la vitalità narrativa. Entrambi i contributi convergono nel riconoscere in Amurri una voce originale della letteratura italiana contemporanea, capace di coniugare leggerezza stilistica e profondità riflessiva.

Il titolo stesso del libro, Stavolta m’ammazzo sul serio, sintetizza in modo emblematico questa tensione tra tragedia e ironia. L’iperbole drammatica del titolo si rivela infatti un dispositivo retorico che introduce il lettore in un universo narrativo dove il tragico viene costantemente disinnescato dall’umorismo. Proprio in questo equilibrio instabile tra comicità e malinconia risiede la forza del testo.

La nuova edizione del volume si configura quindi come una operazione di recupero critico, che invita a rileggere Amurri all’interno di una tradizione letteraria più ampia. In questo processo, il lavoro interpretativo di Mariarosa Bastianelli svolge un ruolo fondamentale: la sua lettura restituisce al testo la sua complessità e permette di riconoscere nella scrittura di Amurri non soltanto un esempio di umorismo narrativo, ma una forma di riflessione sulla condizione dell’uomo nella modernità.

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.