Nel titolo e in tutto il romanzo il nome della protagonista, Ortensia, sembra quasi un manifesto. È un nome antico, “botanico” e carico di memoria, sì che la figlia dell’oratore Quinto Ortensio Ortalo è insieme metafora e personaggio reale. Quanto ha influito la scelta del nome nella costruzione del carattere di questa donna?
È certamente un nome botanico, che sotto il versante etimologico si carica di significati allusivi all’origine stessa della vita, da ‘Orior’, verbo che appunto in latino indica l’emergere, il sorgere, il dare origine, ed è questo che Ortensia rappresenta benissimo. Il suo nome è già uno scrigno di valori, sulla scia del destino paterno, che ne plasma l’educazione sul modello del perfetto vir dicendi peritus, facendone una donna fuori dal comune, per i tempi. Così come è l’atto stesso della parola a dare forma e vita alla realtà, Ortensia convoglia in sé una molteplicità di sensi che ne dicono anche il carattere. “Nomen omen”, insomma, il suo nome fa già presagire quel che sarà di lei.
Il romanzo scava nel passato per ricomporre i pezzi di un presente frammentato. Ortensia diviene simbolo ed emblema del ruolo obliato delle donne nella storia, nonché osservatorio privilegiato su una memoria che può fungere da monito e sguardo in avanti. Quanti passi si sono fatti, in questo senso, sul fronte della presenza femminile nei ruoli di potere?
Tanti, se guardiamo indietro, pochi, se ci guardiamo intorno: ci sono ancora i famosi tetti di cristallo da infrangere, e non solo nel civile e civilizzato Occidente, ma anche nelle periferie del mondo, in altri continenti, dove ancora il ruolo della donna è considerato subalterno a quello maschile. Tuttavia, le cose stanno cambiando e, a mio avviso, cambieranno, perché fra gli aspetti positivi della globalizzazione è inscritto il motore del cambiamento, questa consapevolizzazione dei propri diritti, mi auguro. Il che comporterà anche sacrifici, prima della sua completa realizzazione. Intanto, ci rallegriamo ammirando Christina Koch, che dopo la prima passeggiata spaziale, nel 2019, nella missione Artemis II è stata la prima donna a orbitare attorno alla luna.
La critica ha spesso lodato la sua scrittura per la musicalità e la ricchezza lessicale. Nel raccontare la storia di Ortensia, quanto è stato importante trovare un equilibrio tra la lingua “classica”, colta, e un idioma dell’anima e delle radici come è proprio della sua cifra?
Ispirazione e lingua vanno di pari passo, sono i personaggi a parlarmi nella loro lingua, a dialogare con me, a cercare nella pagina il loro punto di incontro con me. Non parlo certo di ‘apparizioni’ pirandellianamente intese, ma di epifanie del personaggio, sì. Se mi immedesimo, non devo fare altro che assecondarne l’essenza. Le sfumature della lingua sono frutto di studi, di letture, di coscientizzazione del fatto linguistico-espressivo, di ricerca e di un costante esercizio alla pratica scritta. Ma, senza continue letture, nessun patrimonio lessicale può arricchirsi così tanto da poter diventare verbo – mi si scusi l’accostamento para biblico – e sostanza di un discorso.
Ortensia attraversa stagioni diverse della vita, affrontando perdite e scoperte. Qual è il messaggio principale che vuole trasmettere alle lettrici e ai lettori di oggi attraverso la parabola di questa donna? Possiamo definire Io, Ortensia un romanzo sull’emancipazione?
È il romanzo, la storia romanzata di una donna straordinaria, il cui discorso dovette fare davvero tanto scalpore per essere ricordato, citato, a suo modo custodito, giungendo a noi in modo indiretto oltre l’oblio dei secoli, oltre le maglie del patriarcato, al di là di ogni preclusione e discriminazione. La Preistoria è Donna, recitava un bel libro di qualche anno fa. Anche la Storia lo è, per il contributo eccezionale delle donne, e degli uomini, al suo evolversi. Purtroppo, dove ci sono guerre e violenza non c’è neppure rispetto dei diritti, dei generi, delle alterità, e queste sono pericolose derive di ogni tempo, ciclicamente destinate a ripetersi, per poi essere spazzate via dall’apporto congiunto di donne e uomini di Buona Volontà.
Ci dica qualcosa sul suo lavoro “di officina”. Come organizza lo studio alla base dei suoi libri, quali e quante ricerche dedica all’approfondimento di personaggi, dinamiche e storie poco note al grande pubblico ma ricche di fascino?
Io leggo moltissimo, il mio scrittoio, la mia casa, sono sempre piene di nuovi libri e nuove letture, a volte intraprese anche in tempi assai scarni. La scintilla dell’interesse può tutto: le storie, forse, sono loro a cercarmi, a me non resta che auscultarne il tocco oltre il tempo e riportarle alla vita.
Grazie di questo bel corpus di domande, tutte in linea con me e con Ortensia, che è un po’ una parte di me. Ma questo, mi sa, lo avete già compreso.
L'autore
- Amante della lettura ed economista per professione. Nuotando alterna lo stile libero e la rana, ma non ama giocare a carte.
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