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Marco Pacioni, Roland Barthes. Il gesto della voce

Roland Barthes ha messo il linguaggio al centro di una riflessione radicale che ha per sempre modificato il nostro modo di intendere la critica letteraria, la teoria dei segni e il pensiero sulla soggettività. Lo ha fatto restituendo alla scrittura la sua componente corporea, tattile e visiva, prima che discorsiva, per liberarla dal carattere autoritario del suo contenuto di senso.

Marco Pacioni riprende e rilancia le intuizioni più vive di Barthes, esplorando la nozione di Neutro – inteso come via di fuga rispetto agli effetti coercitivi del linguaggio – e sciogliendo un nodo cruciale: il rapporto tra scrittura e voce, tra gramma e gesto, tra significazione e soggettivazione.

Ne nasce una teoria della scrittura come gesto vivente, come articolazione etica e sensibile, che attraversa il corpo e il mondo, la fotografia e la musica, la pittura e il teatro, la biografia e l’autobiografia.

Un contributo originalissimo, che si inserisce nel dibattito contemporaneo sulla scrittura, la voce e la forma-soggetto, nella quale Neutro è il punto di fuga dove il senso non è più soltanto direzione obbligata dell’ordine del discorso, ma affezione sensibile di un corpo scritto dal gesto della propria voce. Il punto dove il senso grammatologico del soggetto viene a contatto con il reale dei sensi della carne.

Il Neutro per Barthes è la soglia di non corrispondenza né di relazione, ma il contatto che pone insieme o meglio contamina il senso della lingua intesa come codice o grammatica con i sensi affettivi emozionali del corpo. Neutro per Barthes è il segno della presenza reale ottusa del corpo enunciante, irriducibile alla significazione logologica – a una lingua fatta solo di sé stessa –, che tiene aperto interrompendolo il dis-corso.

Come il discorso, il dialogo è reale cioè aperto, ossia non soggetto al dispositivo di cattura e chiusura dell’inclusione monologante dell’altro – che alla fine non può che rivelarsi anche escludente – soltanto se è nella possibilità di essere interrotto da chi lo parla e ascolta. Per Barthes Neutro è tale eccesso di presenza del parlante e al contempo di mancanza o aporia di lingua che interrompe il dia-logo. È il segno di una differenza che va oltre la sua definizione meramente oppositiva negativa o differitiva che, alla fine, non trova di meglio che placarsi nell’identificazione della stessa differenza nel nemico.

Prima che venga parlato dalla lingua e dai suoi dispositivi, prima che cioè venga costruito come soggetto grammaticale, Barthes ci ricorda che c’è il corpo reale materiale con il proprio intransitivo gesto enunciante e ascoltante, scrivente e leggente, la cui presenza intermittente si coglie soprattutto nei discorsi non omologanti. Nella letteratura soprattutto, e in tutti gli usi del linguaggio che hanno la possibilità di trasformare anche il negativo silenziante della censura in risorsa creativa liberante.

Per Barthes non è tanto assoggettante coercitiva e persino fascista – come analogamente sostiene Pasolini negli stessi anni – la censura che impedisce di dire, quanto l’obbligo che impone di dire. È coercitiva l’estensione della volontà di sapere del senso prodotto dall’ordine codificante il discorso a tutti gli altri sensi possibili del discorso. È assoggettante e terroristica l’estensione del soggetto grammaticale costruito dall’ordine del discorso a tutti i processi di soggettivazione che vengono dal gesto di un corpo reale.

A paragone con l’odierna capillare presenza di dispositivi linguistici che dispensano soggettività preconfezionate a uso e consumo sia economico che politico, appare quasi profetica la disanima di Barthes sulla lingua ridotta a codice che ci ordina continuamente di dire in modo da farci assumere una predeterminata e già polemica posizione di soggetto nel discorso.

Marco Pacioni sviluppa questa quasi profezia di Barthes, continuando a riflettere sul ruolo del dispositivo obbligante della lingua come dispensatore di soggettività identitarie e definitore dell’ordine del discorso come discorso sempre pronto all’ordine polarizzante della polemica, cioè del polemos, della perpetua preparazione senza pace alla guerra – dalla quale sempre più intensamente le nostre società sembrano volere farsi parlare.

 

Da:

Flatus vocis – Introduzione

il gesto di una voce;
questa voce parla per non dire
altro che la misura (il metro)
che le permette di esistere.
R. Barthes, Rash

Voce che è scrittura, in cui è recuperato ciò che è troppo
presente nella parola e troppo assente nella trascrizione,
il corpo, ma in maniera musicale, un vibrare discreto nella
‘grana della voce’, in cui l’odio, il rancore, il risentimento,
la rivendicazione chiassosa della parola non trovano posto;
e invece contatto fisico, corpo, godimento.
A. Ponzio, Introduzione a R. Barthes, Come vivere insieme

Mais cette attention à la voix me fait perdre le fil de ce qu’il dit.
E. Marty, Roland Barthes, Le métier d’écrire

«Né la discrezione, né il tormento, né l’umanità, e neppure lo humor di uno stile, valgono a vincere il carattere assolutamente terroristico del linguaggio».[i] Per Roland Barthes (12 novembre 1915 Cherbourg – 26 marzo 1980 Parigi), nella struttura della lingua agiscono forze coercitive, dispositivi d’ordine e di controllo in grado di incutere terrore e di assoggettare. Il linguaggio ha però, secondo Barthes, anche la possibilità di eludere tali effetti assoggettanti, terrorizzanti e di prodursi in significazioni neutre e persino liberanti. Un punto cruciale su come elusione e liberazione possono scaturire dal linguaggio concerne il contatto tra “scrittura” e “voce”. Tra queste per Barthes non c’è contrapposizione, né gerarchia secondo cui il primato autoritario e terrificante spetterebbe alla voce sulla scrittura. Di conseguenza per Barthes non c’è necessità di un superamento o di una «decostruzione» della sovranità fonocentrica nel linguaggio, come invece sostiene Derrida nella Grammatologia.[ii] Dopo un fugace rimando nella prefazione all’edizione italiana del 1968 di Critica e verità all’idea desunta da Derrida della voce come contrapposta alla scrittura, Barthes non farà più menzione di una siffatta concezione.[iii] Nello stesso surriscaldato 1968, Barthes aveva già menzionato la scrittura in Derrida nel saggio La scrittura dell’evento, dove però più che alla “voce”, la “scrittura” veniva contrapposta alla “parola”. Qui Barthes associava la «violenza» autoritaria non al gesto della voce, ma alla «traccia», cioè alla categoria cruciale per intendere la “scrittura” in Derrida.[iv] La mancanza di accordo fra Derrida e Barthes si legge reciprocamente anche nell’unico riferimento che Derrida nella Grammatologia fa alla semiologia di Barthes. Qui viene detto che Barthes inverte soltanto «apparentemente», fra voce e scrittura, «l’ordine di dipendenza prescritto da Saussure».[v] Solo apparente consenso sembrava emergere, benché con benevola ironia, anche dalla lettera del novembre 1967 da Baltimora, con la quale Barthes ringrazia Derrida della sua Grammatologia, appena pubblicata, e gli dice che gli parlerà del suo soggiorno americano non «per iscritto», ma «a voce», perché in questo modo il suo racconto «risulterà meno perentorio!».[vi]

Barthes considera la voce come gesto del corpo. Ed è in ragione di tale gestualità che la voce è già in sé scrittura. È inscindibilmente scrittura, voce, gesto, il principale costituente semiologico del linguaggio, ossia il segno del gramma o lettera. Osservazione particolarmente pregnante e rivelatrice dell’intuizione barthesiana dell’inseparabilità semiologica della voce dalla scrittura è infatti la «grana della voce». Allotropi dello stesso vocabolo, «grana» e gramma segnalano vicendevolmente la “grammatura” o scrittura di quell’articolazione che sin dall’antichità suole essere considerata ciò che distingue la voce propriamente umana dal verso degli animali, dai meri suoni e rumori. A differenza di Derrida, per Barthes la scrittura, che è la stessa articolazione nella voce (per i greci la phonè enarthros), non dà luogo a tracce, cioè a una scrittura esteriorizzata che precederebbe la scrittura interna alla voce umana. Per Barthes, non c’è un’«archi-scrittura» originaria esterna alla voce sulla quale la phonè del soggetto cosciente si impone per stabilire la propria primazia, proiettandola a tutto l’ordine del discorso. Per Barthes la scrittura è già sempre nella stessa articolazione che compiono i gesti del flatus vocis, anche inconsciamente. La scrittura è già nel “reale” del corpo, cioè in ciò che resta “neutro” – altro termine notevole in Barthes – rispetto al codice grammato-logico esteriorizzato della lingua. “Neutro” rispetto a quella esternalizzazzione della lingua che Émile Benveniste chiama «semiotizzazione».[vii] I gesti del gramma nella phonè e dunque nel corpo, come ad esempio il ritmo canoro musicale, il mimo teatrale, il contatto della carezza, l’autoaffezione del punctum foto-grafico, il tocco pittorico, il tratto grafico, il montaggio dei fotogrammi cinematografici sono segni della scrittura che scrive, prima ancora che su un supporto esterno qualsiasi, già sempre nel vivente, come soggettivazione etica e estetica nonché storica con il mondo.

Anche tacere costituisce un modo di articolare. Tacere è il gesto che Barthes definisce come «grado zero del segno», modo di tenere in tensione il flatus sospeso nel corpo: soglia dello scriversi della voce. L’operazione di trascrizione su un supporto esterno che non passi anche attraverso il supporto vivente del flatus vocis non è, in sé considerata, scrittura. A meno che tale operazione non sia contemporanea a quella della lettura che ridà fiato, nuovo gesto e gestazione a quel testo – altro termine notevole in Barhtes – che è lo stesso vivente lettore, ascoltatore, osservatore «punto» (participio passato di un’affezione, prima che rappresentazione grafica) dalla scrittura fotografica. La scrittura come «semiotizzazione» è la disarticolazione della phonè, della stessa «grana» di affezioni che è nella phonè (per i greci la phonè engrammatos), estrazione e astrazione del gramma o “lettera” interni alla voce e ipostasi ingegneristica della scrittura per mezzo di un codice o langue costituiti da unità standard.[viii] La “lingua” in sé stessa considerata è priva dell’articolazione che sola può renderla scrittura: quella tra il vivente e ciò che nel flatus vocis di quest’ultimo si incide per scrivere, insieme al testo, il proprio inseparabile processo di soggettivazione.

Più che allo statico sostantivo passato del significato, è all’intermittente participio di quel passato che è il significante, cioè al sintomo che Barthes ha rivolto la sua attenzione. Barthes parla del sintomo come «sostanza del significante» e di «testo sintomale».[ix] Inteso come sintomo, il segno è un partitivo che attesta che una componente ha partecipato anche dell’altra che viene a mancare. Il rimando al sintomo, dunque al segno del vivente, mostra come il segno stesso non è soltanto l’elemento di una struttura, ma il tratto vitale di un’archeologia e una genealogia, di una storia. Diversamente da quelli di un sistema puramente strutturale, gli elementi archeologici e genealogici non si definiscono e non si articolano soltanto in ragione del loro essere differenti opposti fra loro. «Tutto ha senso o nulla ne ha», scrive Barthes in Introduzione all’analisi strutturale dei racconti.[x] Siamo già da sempre immersi nel significare e non abbiamo veramente modo di emergere e distaccarci per poter “de-scrivere”, come se fosse una struttura separata da noi, il mare di senso nel quale ci troviamo. Possiamo però, come fa Barthes, partecipare di specifiche porzioni di questo tutto, preferibilmente utilizzando testi, oggetti, casi, pratiche, epoche o sistemi specifici (per esempio il Sistema della moda, 1967) per leggere/scrivere, attraverso la parte che abbiamo considerato, gli sconfinamenti verso tutto il resto che la stessa parte è in grado di segnalare. Barthes preferisce parlare di “semiologia” e non di “semiotica”, perché non ritiene che i segni possano sganciarsi dal linguaggio, tali da costituire un ambito disciplinare autonomo dal linguaggio stesso. Per Barthes possiamo individuare sistemi di segni differenti solo a patto di vedere la loro differenza come una diversa partecipazione all’onnicomprensivo del linguaggio, al quale fa da unica soglia di alterità il “reale”.

Pur in dialogo con loro, la semiologia di Barthes ha un portato di pensiero che si distingue da altri suoi coevi compagni di viaggio dell’antropologia, della linguistica e della filosofia che hanno descritto, costruito e decostruito sistemi e strutture di significazione. Barthes ha studiato e praticato il segno attraverso una modalità riconducibile a una logica partitiva e partecipativa. La messa in pratica del partitivo di Jacques Lacan («il y a de l’Un») in Barthes ha saputo offrire una spiegazione del significante linguistico e, soprattutto, una pratica della significazione, per certi aspetti alternativa alle concezioni puramente differenziali-negative dello strutturalismo e del decostruzionismo.[xi] Per Barthes «un puro partitivo: è il Testo».[xii] Nell’Analisi testuale di un racconto di Edgar Allan Poe, nella quale Barthes sembra giocare con le antitesi fino al parossismo («il vero-falso», «il sì-no»), a un certo punto, a mo’ di chiosa teorica, scrive: «un intero indivisibile, non dialettico, poiché l’antitesi non implica un terzo termine, non è un’entità a due facce, ma un termine unico». Tale “intero” o “uno” che ha la forma paradossale dell’“antitesi”, cioè intermittente alla sua stessa negazione («u-no» di Lacan), in Barthes si precisa in una sensiente «significanza» di piacere/dolore che si scrive nei corpi, nelle pulsioni e di cui in prima istanza sono i gesti della voce a far segno intermittente («suo-no»).

Barthes morirà prima di scrivere sulla “voce” per l’Enciclopedia Einaudi. È qui tra l’altro, all’insegna di tale mancata voce sulla “voce” che si situa anche la mia personale quota di eredità barthesiana, trasmessami da Corrado Bologna, incaricato da Giorgio Agamben di sostituire Barthes per scrivere il lemma “voce”. L’occasione di incontrare Bologna mi era venuta dall’avergli inviato un mio articolo, Visual Poetics e mise en page nei Rerum Vulgarium Fragmenta (pubblicato su «L.I.A.» di Antonio Lanza, in occasione del V centenario della nascita di Petrarca). Nell’articolo, seguendo i suggerimenti di Wayne H. Storey, autore di Transcription and Visual Poetics in the Early Italian Lyric, nonché co-curatore dell’edizione fac-similare del manoscritto vaticano del Canzoniere petrarchesco, avevo fornito un esempio di “filologia delle strutture” grafico-visive del sonetto e del madrigale del Canzoniere. In seguito, mi sono sempre più reso conto partecipando ai lavori teatrali del mio amico Stefano Mancini, parlando con Agamben e leggendo il lemma sulla “voce” di Bologna nel frattempo divenuto libro Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, che la mia ricostruzione delle forme dei componimenti petrarcheschi andava oltre il fatto grafico-visivo. La mia ricostruzione afferiva a quelle ricerche misteriose e per lo più vituperate di Saussure sugli «anagrammi» e l’«armonia sonora» e dunque sulla voce, sul gesto e sul nome che erano stati considerati anche da Barthes.

 

[i] R. Barthes, Saggi critici, trad. it. di L. Lonzi, Einaudi, Torino, 1966, pp. 287-288.

[ii] Secondo Eric Marty, curatore delle Œuvres complètes di Barthes, pare che proprio «la decostruzione derridiana sia all’origine di quanto è stato chiamato il “politicamente corretto”» (E. Marty, Il sesso dei moderni. Pensiero del neutro e teoria di genere, a cura di S. Facioni, Castelvecchi, Roma, 2024, p. 96).

[iii] «La voce nella sua stessa univocità manca – come sappiamo dalle ricerche di Jacques Derrida – di quel che chiamiamo la scrittura, che è puro spazio significante» (R. Barthes, Critica e verità, trad. it. di C. Lusignoli e A. Bonomi, Einaudi, Torino, 1969, p. 8).

[iv] Vd. R. Barthes, Il brusio della lingua, trad. it. di B. Bellotto, Einaudi, Torino, 1988, pp. 165-166.

[v] J. Derrida, Della grammatologia, nuova ed. it. a cura di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano, 1998, pp. 78-79.

[vi] R. Barthes, Album. Inediti, lettere e altri scritti, trad. it. di D. Borca, il Saggiatore, Milano, 2016, p. 393.

[vii] Sulla «semiotizzazione» vd. É. Benveniste, Lingua e scrittura. Ultime lezioni. Collège de France 1968-1969, ed. it. a cura di N. Di Vita, Neri Pozza, Vicenza, 2023, pp. 91-94.

[viii] É. Benveniste, Lingua e scrittura, cit., pp. 91-94.

[ix] Rispettivamente in Semiologia e medicina, in R. Barthes, L’avventura semiologica, ed. it. a cura di C. M. Cederna, Einaudi, Torino, 1991, p. 65; R. Barthes, Barthes di Roland Barthes, trad. it. di G. Celati, Einaudi, Torino, 1980, p. 194.

[x] R. Barthes, Introduzione all’anaalisi strutturale dei racconti, in R. Barthes, L’avventura semiologica, cit., p. 90.

[xi] Sull’«Uno» partitivo partecipativo di Lacan vd. J. Lacan, Il seminario. Libro XIX. … o peggio. 1971-1972, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2020, pp. 67-68; J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora. 1972-1973, ed. it. A cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2011, pp. 63-64.

[xii] R. Barthes, Barthes di Roland Barthes, cit., p. 164.

L'autore

Marco Pacioni
Marco Pacioni si è addottorato in italianistica all’Università di Roma La Sapienza, ha conseguito il Ph.D. negli Stati Uniti all’Indiana University (Bloomington) e la specializzazione in estetica all’Università di Roma Tor Vergata. Insegna estetica, archeologia e storia delle arti nel rinascimento e classicismo per la University of Alberta (Canada) School in Cortona di cui è coordinatore accademico. Fa parte della redazione di Frontiere della psicoanalisi (Il Mulino) e collabora alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto». Ha pubblicato, fra gli altri, Neuroviventi. Politica del cervello e controllo dei corpi (Mimesis); Lo spettacolo della distruzione. Rovine, immagini, terrore (Alpes); la trilogia poetica Il bollettino dei mari alla radio (Aguaplano), Lo sbarco salato del risveglio (Interno Poesia), Ammare (Aguaplano). Ha curato di Luca Della Robbia, La condanna a morte di Pietro Paolo Boscoli (Quodlibet). È co-autore di Dante, Petrarca, Boccaccio e il paratesto. Le edizioni rinascimentali delle tre corone (Edizioni dell’Ateneo), di Dante 700. Approcci interdisciplinari all’opera dantesca (Aras) e del catalogo La forza delle rovine (Electa). È in via di pubblicazione Roland Barthes. Il gesto della voce (Feltrinelli).