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Leggendo Filomena Shedir Di Paola

La lettura di Crete Fertili, avvenuta dopo il 1o Festival Internazionale di Letteratura di [1° AILF 27 – 29 marzo, 2026], ha portato quasi inevitabilmente a un confronto con alcune delle opere e delle voci che più hanno coinvolto il pubblico del festival. Da un lato, lo sguardo inquieto e radicale di Paul Lynch, capace di interrogare la deriva contemporanea e l’assuefazione collettiva al dolore. Dall’altro, la riflessione di Matteo Nucci, che in Le lacrime degli eroi e in Platone, Una storia d’amore restituisce centralità alla vulnerabilità, al desiderio, alla fragilità come luoghi privilegiati della verità umana. Pur muovendosi in territori differenti, poesia, romanzo, saggio filosofico, Di Paola, Lynch e Nucci sembrano condividere una stessa urgenza: opporsi all’indifferenza del presente e difendere, attraverso la scrittura, ciò che nell’essere umano rimane ancora capace di sentire.

In Crete Fertili la poesia non è mai un semplice esercizio di stile né un ripiegamento autoreferenziale della parola su sé stessa. Di Paola scrive come se ogni verso dovesse opporsi a una progressiva anestesia del sentire, a quella zona grigia in cui l’essere umano smette di riconoscere l’altro come simile e finisce per vivere dentro una meccanica quotidiana fatta di paura, consumo, automatismi e indifferenza.

È qui che il libro può essere accostato, in maniera sorprendente ma estremamente feconda, al pensiero narrativo di Paul Lynch. Nei suoi romanzi, e in particolare nella sua riflessione sulla deriva contemporanea, Lynch mostra spesso come le società collassino non soltanto per la violenza esplicita, ma soprattutto per l’incapacità di provare empatia radicale verso chi soffre, verso chi perde diritti, verso chi viene progressivamente escluso dal campo dell’umano. Il pericolo più grande non è soltanto il male, ma l’abitudine al male. È il momento in cui ci si abitua a guardare il dolore altrui senza sentirlo più come proprio.

La seconda sezione della raccolta, ‘Kosmos’, è forse quella che più dialoga con questa prospettiva. Di Paola osserva il presente come un mondo ‘gonfio di vipere’, dominato da una logica che produce automi incapaci di provare sentimenti autentici. In uno dei passaggi più significativi, scrive: ‘Li vedi anche tu questi automi / che scricchiolano e si accoppiano / che a provare il più nudo sentimento / si agghiacciano’. È un’immagine che sembra anticipare esattamente quella perdita di empatia di cui Lynch parla: individui che continuano a muoversi, consumare, produrre, ma che non riescono più a sentire veramente né sé stessi né gli altri.

La poesia di Di Paola, però, non si limita a denunciare. A differenza di molte scritture distopiche, cerca una via di salvezza. E questa via passa proprio attraverso un’idea radicale di empatia: mettere ‘cuore un po’ ovunque’, uscire dalla centralità dell’Io, imparare a guardare il mondo non come un oggetto da dominare ma come qualcosa a cui appartenere. ‘I freddi analisti non costruiscono niente’, scrive, contrapponendo alla sterilità del controllo una sensibilità capace di abitare il dolore e il destino dell’altro. Serve ‘calore e occhio potente’ in questo mondo deformato. Serve ‘fertile terra di umana gente’.

Sì, e proprio qui il dialogo con Le lacrime degli eroi e Platone, Una storia  d’amore diventa particolarmente significativo. Tanto Di Paola quanto Nucci si oppongono all’idea contemporanea di un essere umano impermeabile, autosufficiente, incapace di vulnerabilità.

In Di Paola, come in Nucci, il sentimento non è mai debolezza. Al contrario, è il luogo in cui l’essere umano si mostra più vero. Quando Di Paola scrive ‘Ci si scopre più sgretolabili crescendo / e una carezza, un bacio, un abbraccio / guadagnano enorme peso e senso’, propone una visione della fragilità come possibilità di conoscenza. Non è molto distante da ciò che Nucci individua nel pianto degli eroi omerici. Achille, Odisseo, Priamo non piangono perché sono deboli, ma perché sono ancora capaci di sentire pienamente la vita, la perdita, il desiderio, la nostalgia. Le loro lacrime sono una forma di verità.

Anche in Di Paola il dolore non viene evitato né anestetizzato. In una delle poesie più intense della prima sezione scrive: ‘Sono entrata invece nel dolore / l’ho scovato nelle viscere / l’ho trascinato su una sedia / e l’ho osservato’. È un atteggiamento molto vicino a quello degli eroi raccontati da Nucci: non rimuovere il dolore, ma attraversarlo. Non fuggire la ferita, ma comprenderla. La vulnerabilità diventa così uno spazio di trasformazione, quasi una forma di conoscenza iniziatica.

Il dialogo con Platone, Una storia d’amore è forse ancora più evidente. Già nella recensione di Vasilis Politis emerge il riferimento a Diotima e al Simposio: l’amore come ‘terra di mezzo’, sospeso fra mancanza e compimento, fra finitezza e desiderio di infinito.

In Di Paola, l’amore non è mai semplice appagamento. È sempre tensione, ferita, incompletezza, desiderio che non coincide con il possesso. ‘Non ti trattengo perché ti amo’, ‘Amore sia offerta, / non appiglio, non mancanza’, scrive. Questa idea è profondamente platonica, e coincide con quella che Nucci rintraccia in Platone: amare significa riconoscere che ci manca qualcosa, ma senza trasformare l’altro in proprietà. Significa custodire la distanza, accettare la libertà dell’altro, vivere il desiderio come movimento verso qualcosa che non si possiede mai del tutto.

C’è poi un ulteriore elemento che accomuna Di Paola, Nucci e Lynch: la ricerca di una verità che non passa attraverso il freddo razionalismo. In Di Paola ‘i freddi analisti non costruiscono niente’; serve invece ‘mettere cuore un po’ ovunque’. Anche nei libri di Nucci, da Omero a Platone, la conoscenza più profonda non nasce mai dalla pura teoria, ma da ciò che si vive nel corpo, nel desiderio, nelle lacrime, nell’esperienza concreta dell’amore e della perdita. E persino nella visione più cupa di Lynch, ciò che distingue ancora l’umano dalla barbarie è la capacità di non smettere di sentire il dolore dell’altro come proprio.

Per questo si potrebbe dire che Filomena Shedir Di Paola, come Matteo Nucci e Paul Lynch, prova a restituire dignità a ciò che oggi viene spesso considerato secondario o imbarazzante: il pianto, la tenerezza, la fragilità, il bisogno dell’altro, la capacità di lasciarsi ferire. Ed è proprio lì, in quella zona vulnerabile e non eroica in senso tradizionale, che questi libri trovano la loro forma più alta di resistenza. In un presente che produce automi, indifferenza e assuefazione al dolore, la poesia di Di Paola continua invece a ricordarci che soltanto chi resta vulnerabile può ancora dirsi davvero umano.

L’amore è la terra di mezzo

fra l’istinto e la negazione
della nostra caducità.

Ho nel cuore un altare

di stelle, la forza che emerge,
il sorriso cui non ho rinunciato.
E rimango indietro, un po’
più indietro nel tempo e fuori,
un po’ più fuori dello spazio.
Abito in questo sacro momento.
Il tempio dell’Altro è ad un passo

Imparo dalla natura, essa è sovrana.

La sua opera continua, senza paura.
I boschi indossano colori brillanti,
la natura dipinge colline e paesaggi,
le foglie si abbandonano docilmente.
Ecco le prime piogge che ravvivano le erbe
e le lumache si affacciano alle soglie.
Mia madre coglie la rosa di novembre,
mia madre è rosa rosso sangue,
i petali carnosi, si spaccano
sul fuoco le castagne, profuma
la legna mentre arde.
Mio padre ha i capelli color neve,
lo sguardo ancora giovane, la voce
un carillion che si muove.
Li vedo cucinare insieme
in quelle stanze vuote, le nostre voci
s’incrociano nell’aria, ma gli abbracci
dovranno attendere che quest’autunno
giri intorno al sole, che la vita non tremi,
che la nostra finitudine non dispari

Nota biografica

Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università Orientale di Napoli, Filomena Shedir Di Paola vive, scrive e lavora ad Atene dal 1994. È autrice di un vasto corpus inedito di scritti su cui lavora continuamente, riservata ed appartata. Alcune delle sue poesie sono occasionalmente apparse in siti e riviste cartacee e digitali tra le quali “Poeti e Poesia”, di Elio Pecora (nel numero 37, aprile 2016), “L’EstroVerso” (5 luglio 2016), “La Bottega della Poesia”, in «La Repubblica» di Firenze (4 maggio 2019), in «Salernonews24.it», il 31 luglio 2020, nei “Quadernetti” di AnimaMundi Edizioni, 2023.

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.

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