Alla ricerca del Coro fuori dall’orchestra
Epidauro non è soltanto il luogo di una meraviglia archeologica. È un luogo in cui il dramma antico continua a incontrare il presente e dove il Coro, convenzione teatrale, corpo sociale e archetipo della presenza collettiva, può ancora assumere forme nuove.
È questa dimensione viva a essere indagata dalla mostra temporanea «ΧΟΡΩΝ ΧΩΡΟΣ», ospitata nello spazio espositivo del Teatro antico di Epidauro fino al 29 agosto. Per impostazione e linguaggio, la mostra si distingue dalle precedenti esposizioni allestite nello stesso luogo. Non si costruisce attorno alla presenza organica di un singolo artista, né propone un percorso di visita nel senso tradizionale del termine. Delinea, piuttosto, un campo aperto, nel quale la creazione artistica incontra la ricerca, il dialogo e l’azione collettiva.

L’idea è di Michail Marmarinos (direttore artistico del Festival di Atene ed Epidauro) e Giorgos Sapountzis, che firma anche la curatela artistica, affiancato da Sonia Myridou in qualità di assistente curatrice. La curatela scientifica è di Dio Kangelari e Panagiotis Michalopoulos, mentre Despoina Paloglou ha curato i testi e i materiali espositivi.
Fin dall’ingresso appare chiaro che il visitatore non è chiamato soltanto a guardare. Può fermarsi, ascoltare, discutere e, anche solo per un momento, sentirsi parte di una comunità temporanea. La mostra non impone un’unica chiave di lettura. Lascia che lo spazio e i singoli elementi che lo abitano entrino in relazione tra loro e, insieme, attivino il visitatore.
All’origine del racconto vi è un documento storico. Il 6 agosto 1879 alcuni abitanti di Lygourio, in Argolide, cedettero i propri terreni alla Società Archeologica di Atene affinché potesse essere riportato alla luce il sito archeologico dell’Asklepieion di Epidauro. L’atto è registrato nel documento notarile n. 250.
In quel gruppo di cittadini la mostra riconosce un primo, reale «Coro». Persone che non rappresentano la collettività, ma la costituiscono attraverso un gesto comune. Un corpo sociale che si assume la responsabilità di una decisione e che, forse senza saperlo, prepara il luogo per gli altri Cori che, molti decenni più tardi, attraverseranno l’orchestra del teatro antico.
Questa lettura dell’evento storico è decisiva per l’intera mostra. Il Coro si sposta dalla scena alla vita sociale e viene cercato nei gruppi di persone che agiscono insieme. La collettività non è intesa come un concetto astratto: prende corpo in un atto, in un gesto, in una decisione condivisa.
Dal documento storico il racconto passa all’esperienza contemporanea. Determinante per la fisionomia della mostra è la collaborazione con la Scuola di Belle Arti di Atene. Un «Coro» di otto giovani artisti è giunto a Epidauro: Dioni Arida, Markos Xenarios, Gabriella Elli Roussou, Eva Chileti, Vasileia Argeiti, Nikos Chionidis, Lefteris Xydias e Vasiliki Founta. Il gruppo ha lavorato sotto la supervisione di Georgia Sagri, direttrice del Laboratorio di Performance della Scuola.
Ai giovani artisti non è stato semplicemente chiesto di presentare delle opere. Hanno attraversato il territorio, incontrato gli abitanti di Epidauro e i gruppi della comunità locale, discusso, ascoltato. Il luogo è diventato campo di ricerca e l’osservazione materia artistica. Intorno al lungo tavolo hanno letto e indagato le funzioni del Coro, tentando di riconoscerlo non soltanto come forma teatrale, ma anche nelle concrete manifestazioni della vita collettiva.
La loro permanenza a Epidauro e il contatto con il territorio si riflettono nelle diverse direzioni intraprese dalle rispettive ricerche. Il paesaggio, la memoria, la scrittura e le tracce della presenza umana si trasformano in materia. Non sono semplicemente temi da rappresentare, ma punti di partenza di un processo di osservazione e di elaborazione.
Tra le ricerche sviluppate, particolarmente interessante è quella condotta da Vasileia Argeiti sulla flora dell’Argolide, sulle piante e sulle erbe del territorio. La sua indagine prende avvio dal paesaggio naturale e si trasferisce nello spazio espositivo, dando vita a profumi creati a partire da materie vegetali locali.
Ad attendere il visitatore è un invito insolito. Un disco di carta sospeso, sul quale si è depositata l’impronta dei profumi, attiva innanzitutto l’olfatto e solo in un secondo momento conduce lo sguardo verso le piante e le erbe utilizzate come materia prima. I profumi, raccolti in piccole boccette, completano questo itinerario sensoriale: dalla pianta all’odore, dall’odore all’immagine.
Il gesto modifica temporaneamente anche il modo di vedere la mostra. L’olfatto precede l’immagine. Il visitatore è invitato a riconoscere un luogo attraverso un senso spesso legato in modo immediato alla memoria, prima ancora di cercare un’informazione visiva.
Qui l’Argolide non è evocata soltanto attraverso immagini, archivi e riferimenti storici. Diventa materia e odore. Le piante portano con sé qualcosa del paesaggio stesso, mentre i profumi attivano una diversa forma di memoria, una memoria sensoriale. La vicinanza con l’Asklepieion suggerisce un’ulteriore associazione: quella con l’antichissimo rapporto tra il corpo, la cura e l’ambiente naturale.
Dalla materia e dall’odore, il percorso si sposta verso la scrittura e la lettura. Una direzione diversa è quella intrapresa da Nikos Chionidis con l’opera «Che cosa ripetono le costellazioni?». Qui il punto di partenza è il testo e la sua possibilità di diventare impulso alla creazione di nuovi Cori.
L’opera assomiglia a un libro colto nel momento della propria ricomposizione, creazione ed espansione: uno scenario in continua trasformazione, articolato in molteplici piattaforme d’azione. Testi e disegni si dispiegano nello spazio senza costruire una narrazione statica o rigorosamente lineare.
A partire dai frammenti testuali pronunciati e ripetuti dalle bocche del Coro, dei Cori, l’opera si rivolge a testi pronti a essere detti, sospesi in un continuo passaggio dal personale al collettivo. Poesie, pensieri e appunti sul Coro sono esposti nel tentativo di trovare una lingua. Una lingua e una struttura che possano farsi ascoltare attraverso la parafrasi, ma anche attraverso la difficoltà stessa della lettura.
Questa difficoltà non è un ostacolo da superare. Diventa parte dell’esperienza dell’opera. Il lettore deve avvicinarsi, insistere, orientare lo sguardo. La scrittura agisce come traccia di pensieri molteplici, assenti dallo spazio materiale e attivati soltanto nel momento in cui qualcuno tenta di leggerli.
I disegni completano questo movimento e rivelano gli spazi dai quali i Cori sono assenti o nei quali hanno lasciato un segno minimo. Un punto, una costellazione. L’assenza, qui, non coincide con la scomparsa. Si riconosce nelle tracce che lascia dietro di sé.
Nella stessa direzione agiscono i negativi ricavati dalle cavità e dalle profondità dell’antico altare. Diventano pesi, tracce di un’altra superficie di azioni. Azioni che, ancora una volta, restano nascoste e si manifestano soltanto attraverso segni puntiformi, testimoni silenziosi di un’altra scrittura.
Il testo è già lì, come impulso e polo generatore di nuovi Cori.
Parallelamente, video, fotografie e registrazioni provenienti dagli archivi costruiscono un racconto diacronico della collettività. Immagini di danze circolari nelle piazze dei paesi incontrano i Cori nell’orchestra del teatro antico. Gruppi di persone si mascherano per il Carnevale. Operai costruiscono le scenografie degli spettacoli di Epidauro.
Queste immagini sono poste in dialogo con opere d’arte contemporanea, alla ricerca di un’altra forma del Coro, reale e collettiva. Le persone che compaiono nei materiali d’archivio non sono necessariamente su un palcoscenico. Danzano, lavorano, festeggiano, si riuniscono. È proprio in questi gesti che la mostra riconosce forme di presenza collettiva.
Accanto a loro stanno i cori del dramma antico, che acquistano una voce immaginaria proprio perché appaiono come un insieme.
La compresenza di immagini e riferimenti tanto diversi non intende assimilare questi gruppi gli uni agli altri. Fa emergere, tuttavia, una domanda comune: quando un insieme di persone diventa Coro? È il movimento condiviso, la parola, il lavoro, un’azione comune? O è semplicemente il momento in cui gli individui percepiscono la propria posizione in relazione agli altri?
È in questo modo che la mostra tenta di funzionare come ciò che il suo stesso testo definisce una «macchina del Coro vivente». Il Coro non è considerato soltanto una convenzione teatrale. Viene cercato nei gruppi reali di persone, nei gesti condivisi, nel lavoro, nella festa, nella conversazione. Non è semplicemente qualcosa che viene rappresentato. È qualcosa che accade.
E, in questo processo, neppure il visitatore rimane del tutto esterno al campo della mostra. Il tempo trascorso nello spazio, il movimento intorno al tavolo, la lettura, l’olfatto, l’osservazione delle immagini e, infine, la semplice presenza accanto ad altre persone lo conducono temporaneamente dentro una condizione collettiva.
Il percorso si conclude con un’immagine apparentemente quotidiana. Da un attaccapanni pendono gli abiti lasciati dagli otto giovani artisti della Scuola di Belle Arti di Atene. Un gesto che suggerisce come la loro presenza non abbandoni lo spazio insieme ai loro corpi. Continuano ad abitarlo.
Gli abiti rimangono come tracce di una comunità che è passata di qui, che ha vissuto e lavorato in questo luogo. Forse questa immagine condensa qualcosa dell’essenza del Coro: l’individuo può essere assente, ma la traccia della sua partecipazione rimane nell’insieme.
Il concetto di traccia, del resto, ritorna in diversi punti della mostra. Nei documenti storici, nelle immagini d’archivio, nelle piante e negli odori del territorio, nelle parole che attendono di essere lette, nei punti e nelle costellazioni, negli abiti rimasti indietro. Ogni volta qualcosa è assente e, nello stesso tempo, continua ad affermare la propria presenza.
È forse questa la differenza più profonda tra «ΧΟΡΩΝ ΧΩΡΟΣ» e le mostre nel senso consueto del termine. Più che un’esposizione di oggetti o di opere, è un’esposizione di relazioni. Tra l’archivio e il presente, tra i giovani artisti e la comunità locale, tra il teatro e la vita quotidiana, tra il corpo e il paesaggio, tra la presenza e la traccia.
A Epidauro, dove il Coro possiede una fortissima presenza scenica, la mostra lo cerca fuori dall’orchestra. Nelle comunità, nei gesti collettivi, nel lavoro, nelle piante e negli odori di un luogo, nella scrittura e nello sforzo della lettura, ma anche nelle tracce di coloro che sono passati e che, in qualche modo, continuano a essere presenti.
La circolarità, intimamente legata al movimento del Coro, attraversa l’intero allestimento. Affiora nelle immagini delle danze circolari nelle piazze dei paesi e nell’orchestra del teatro antico, ma ritorna anche nel modo in cui lo spazio stesso è organizzato. La disposizione circolare modifica la relazione del visitatore con l’ambiente e con chi gli sta intorno. I corpi si volgono gli uni verso gli altri. La posizione di ciascuno si definisce in rapporto agli altri e lo sguardo può, in qualsiasi momento, trasformarsi in incontro.
Non dimentichiamolo: ovunque, il Coro danza.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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