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Riccardo Marchi. La memoria di Livorno tra romanzo, poesia e giornalismo

Riccardo Marchi (Livorno, 10 marzo 1897 – Livorno, 29 giugno 1992) occupa un posto di assoluto rilievo nella letteratura livornese del Novecento. Giornalista, romanziere, poeta, autore teatrale e radiofonico, attraversò quasi per intero il secolo scorso lasciando un’opera vasta e sorprendentemente varia, capace di coniugare memoria autobiografica, osservazione sociale e attenzione per la dimensione popolare. Se il suo nome oggi viene ricordato quasi esclusivamente negli ambienti della cultura cittadina labronica, la sua produzione meriterebbe invece una nuova considerazione nel panorama della letteratura italiana del XX secolo: dagli esordi vicini alle esperienze del Novecento bontempelliano fino ai romanzi memoriali degli ultimi decenni, passando per la poesia, il teatro, il radiodramma e l’intensa attività giornalistica.

Nato a Livorno il 10 marzo 1897, Marchi dovette interrompere molto presto gli studi per aiutare la famiglia dopo la morte del padre. La sua formazione, prevalentemente autodidatta, contribuì a forgiare una personalità di intellettuale originale e indipendente. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale come telegrafista, tornò nella sua città natale, dividendosi tra l’attività imprenditoriale e quella letteraria. Negli anni Venti collaborò con il giornale socialista La Parola dei Socialisti, seguì come cronista il Congresso di Livorno del 1921 e ricoprì anche l’incarico di consigliere comunale con delega all’istruzione durante l’amministrazione di Uberto Mondolfi. L’esordio narrativo avvenne nel 1928 con Circo equestre, romanzo premiato con il Premio dei Dieci, assegnato ex aequo con Fausta Cialente. Sempre nello stesso anno riscosse successo al Teatro degli Indipendenti di Roma con l’opera Carnevale. Tre anni più tardi pubblicò Lo sperduto di Lugh (1931), insignito della medaglia d’oro del Premio Viareggio, mentre Allucinazioni della città nuova (1933) ottenne una menzione speciale nello stesso prestigioso concorso. La sua narrativa si sviluppò poi lungo un arco di oltre sessant’anni, alternando romanzi, racconti, fiabe e opere autobiografiche: tra i titoli più significativi figurano La vigilia e la carne (1934), Roccalba e altre fiabe (1947), La balena di Giona (1951), Via Eugenia millenovecento (1969), Il neutralista (1970), I passatempi dei Romani antichi (1971) e la trilogia dedicata ad Anteo (Anteo va alla guerra, Anteo legionario e Anteo e i suoi tre padri), fino ai postumi Racconti livornesi.

Parallelamente Marchi coltivò una significativa attività poetica; nel 1978 ottenne, ex aequo con Danilo Dolci, il Premio Nazionale Letterario Pisa per la raccolta Epitaffi dei miei personaggi e due canti e, pochi mesi prima della morte, vinse il Premio Letterario Europea 1992 con L’ultimo Ariele, quasi un testamento poetico della propria lunga esperienza umana e letteraria. Una parte importante della propria produzione riguarda inoltre il teatro e il radiodramma: collaborò con l’EIAR e successivamente con la RAI, facendo trasmettere numerose opere, tra cui L’arrisicata, L’eroe d’Andora, Pisacane e Il cavaliere e la strega. Questa intensa attività lo colloca tra gli autori che contribuirono allo sviluppo della drammaturgia radiofonica italiana tra gli anni Quaranta e il secondo dopoguerra. Accanto alla produzione creativa, Marchi fu anche giornalista e critico cinematografico, collaborando con numerose testate italiane, tra cui L’Illustrazione italiana, Radiocorriere, Film, Paese Sera, Corriere della Sera, Il Telegrafo e Il Tirreno. La sua autorevolezza gli valse anche incarichi di rilievo nazionale: fu membro della commissione del Premio Filippo Sacchi dedicato agli studi cinematografici e, nel 1989, presidente della giuria del Premio Letterario Francesco Domenico Guerrazzi.

Negli ultimi decenni della sua vita Livorno divenne sempre più il centro della sua ispirazione narrativa. Nei suoi libri la città non rappresenta soltanto uno sfondo geografico, ma un vero e proprio luogo della memoria, osservato attraverso quartieri popolari, mestieri, vicende familiari e trasformazioni sociali. È proprio questa capacità di trasformare la storia locale in esperienza universale uno degli aspetti più originali della sua scrittura. Anche la rete delle sue relazioni culturali restituisce la misura della considerazione di cui godeva nel panorama italiano. Il suo archivio personale, conservato presso la Biblioteca “Gaetano Badii” di Massa Marittima, documenta infatti una fitta corrispondenza con alcune delle maggiori personalità del Novecento, tra cui Emilio Cecchi, Diego Valeri, Riccardo Bacchelli, Giuseppe Ungaretti e Giorgio Caproni, testimonianza di un dialogo costante con il mondo letterario nazionale (oltre ai rapporti che ebbe con il mondo della cultura maremmana popolare come, ad esempio, Dino Petri e Morbello Vergari). Una figura che, pur rimasta ai margini del canone novecentesco, rappresenta ancora oggi una delle testimonianze più ricche della cultura letteraria livornese e che merita di essere riscoperta nella sua interezza.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.