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Ettore Borzacchini, Giorgio Marchetti e l’invenzione della lingua livornese

Ettore Borzacchini, pseudonimo di Giorgio Marchetti (Lucca, 12 dicembre 1943 – Viareggio, 7 settembre 2014), è stato uno scrittore, satirista, lessicografo e architetto capace di costruire, attraverso la lingua e l’umorismo, una delle più originali rappresentazioni della Toscana contemporanea. Nato a Lucca da genitori livornesi, mantenne per tutta la vita un legame particolarmente forte con Livorno, città che divenne uno dei riferimenti fondamentali della sua scrittura e soprattutto della sua riflessione sul vernacolo. La sua vicenda intellettuale si sviluppò infatti lungo una singolare doppia appartenenza: da una parte Lucca, dove visse, studiò e svolse la professione di architetto; dall’altra Livorno, alla quale appartenevano le sue radici familiari e il patrimonio linguistico e culturale dal quale avrebbe tratto la materia più riconoscibile della propria produzione satirica. Dopo il liceo classico, intraprese gli studi universitari di architettura, conclusi con un percorso che una sua biografia del 2009 definisce ironicamente una «laurea in Architettura strascinata». Dal 1974 esercitò la professione nel proprio studio di Lucca, occupandosi soprattutto di urbanistica, ambiente e beni culturali. Il suo lavoro professionale lo portò a entrare negli organismi nazionali della categoria: dal 1994 al 2005 fu membro del Consiglio Nazionale degli Architetti e ricoprì inoltre la presidenza della sezione italiana dell’Unione internazionale degli architetti. In questo ambito si distinse anche per l’attenzione alle nuove tecnologie e alla comunicazione digitale, diventando promotore e responsabile di Archiworld Network, una rete telematica nazionale rivolta agli architetti italiani nata quando Internet era ancora in una fase pionieristica. Accanto alla professione si sviluppò tuttavia un’attività letteraria destinata a diventare progressivamente più importante nella percezione pubblica della sua personalità. Marchetti cominciò a pubblicare già negli anni Settanta: Il Bulanchio e altre stranezze, uscito a Lucca nel 1978 per Punto Gamma, è indicato come il suo primo libro e comprendeva anche disegni dell’autore. A questa prima esperienza seguirono altri testi legati al gioco letterario, alla parodia e alla rappresentazione caricaturale del mondo contemporaneo, tra i quali I temi di Pierin Lucchese, Il Diario di Pierin Lucchese, Il Grande Milvio, Il Borzacchini Universale, Le vacanze del Borzacchini e La metamorfosi del bignè. La bibliografia di Marchetti mostra fin dagli esordi una caratteristica che resterà costante: la costruzione di personaggi, voci e forme linguistiche attraverso le quali smontare i rituali della rispettabilità, della cultura ufficiale e della vita quotidiana.

Sarà nella seconda metà degli anni Ottanta che la figura di Borzacchini acquista la sua fisionomia definitiva: dal 1986 iniziò la collaborazione stabile con Il Vernacoliere, il periodico satirico livornese destinato a una diffusione nazionale, firmando i propri interventi con lo pseudonimo di Ettore Borzacchini. Nello stesso periodo collaborò con Il Tirreno, attraverso testi umoristici e vignette; successivamente scrisse anche per Comix e, tra il 1997 e il 2002, per Il Giornale, mentre il suo nome comparve inoltre su altre testate e periodici. La scelta dello pseudonimo non fu una semplice firma letteraria: diventò una vera maschera d’autore, dotata di una biografia, di un tono, di una competenza linguistica e persino di un proprio sistema di valori. Il professor Ettore Borzacchini è infatti un personaggio che finge di parlare dall’alto della cultura specialistica e della sapienza accademica mentre porta alle estreme conseguenze il gusto per il paradosso, per l’invettiva e per l’osceno. La sua forza comica nasce proprio da questo cortocircuito: la serietà apparente della definizione enciclopedica viene continuamente sabotata dall’irruzione del parlato, del vernacolo, dell’allusione sessuale, dell’insulto, della deformazione semantica e dell’assurdo. Il risultato più compiuto di questa invenzione fu Il Borzacchini Universale, pubblicato da Ponte alle Grazie nel 1995 e divenuto il libro più celebre di Marchetti. Il titolo allude esplicitamente al modello dei grandi dizionari italiani, ma ne rovescia completamente la funzione: il lessico viene sottoposto a un processo di deformazione comica nel quale le parole del parlato toscano e soprattutto livornese entrano in contatto con la lingua letteraria, burocratica e colta. Il volume si presenta programmaticamente come un «dizionario ragionato» della lingua «volgare, anzi volgarissima», facendo del contrasto fra l’apparenza scientifica dell’opera e la materia linguistica trattata uno dei principali dispositivi umoristici. La pubblicazione fu poi ampliata in successive raccolte e continuazioni, dando origine a un vero e proprio ciclo borzacchiniano.

Dietro l’apparente disordine comico del Borzacchini Universale esiste però una precisa consapevolezza linguistica. Marchetti non si limitava a riportare parole volgari o modi di dire locali per produrre un effetto trasgressivo: lavorava sulla struttura stessa della definizione lessicografica, imitando il linguaggio dei dizionari e trasformandolo in uno strumento di parodia. In questo senso la sua scrittura può essere collocata in una tradizione umoristica italiana che comprende, fra i suoi riferimenti dichiarati, Dante, Manzoni, Guareschi, Gadda, Longanesi, Montale e altri autori della tradizione letteraria nazionale. La biografia autoriale di Borzacchini elencava questi nomi con il consueto gusto per l’ironia, ma la loro presenza è significativa perché mostra che alla base della satira vi era una solida familiarità con la lingua letteraria italiana. È proprio questa combinazione di cultura alta e cultura popolare a costituire uno degli aspetti più interessanti della scrittura borzacchiniana. Il vernacolo non viene trattato come semplice testimonianza folklorica né come residuo linguistico di una società scomparsa: diventa uno strumento di critica della lingua ufficiale e, attraverso di essa, della società che quella lingua rappresenta. La comicità nasce spesso dallo scarto fra il significato codificato delle parole e il loro uso concreto, fra l’italiano normativo e le espressioni del parlato, fra il linguaggio rispettabile delle istituzioni e quello molto meno rispettabile della strada, del bar, della famiglia e della vita sessuale. I dizionari di Marchetti sono stati inseriti nel repertorio dei testi lessicografici di riferimento dell’Accademia della Crusca, riconoscimento particolarmente significativo perché attribuisce a un’opera nata nel territorio della satira una rilevanza anche per lo studio del lessico toscano e delle forme del parlato. Nel 2005, inoltre, l’Association Internationale des Études Italiennes dedicò alla sua opera una sessione nell’ambito della conferenza annuale tenutasi presso la University of North Carolina, intitolata Il Borzacchini Universale, o Il Dizionario Macaronico di Giorgio Marchetti.

Il successo del primo Borzacchini Universale diede vita a un’intera serie di opere nelle quali il personaggio continuò a esercitare la propria corrosiva funzione di osservatore della società. Alle Utilissime aggiunte al Borzacchini Universale seguirono Il Terzo Borzacchini Universale e Il Quarto Borzacchini Universale, rispettivamente nel 2003 e nel 2006. Parallelamente si svilupparono libri che estendevano il mondo di Borzacchini a specifici ambiti della vita quotidiana, come Il Nuovissimo Galateo, Il Galateo del Borzacchini, La villeggiatura del Borzacchini e Le automobili del Borzacchini.

Anche in queste opere il principio fondamentale rimaneva lo stesso: prendere una forma riconoscibile della comunicazione pubblica — il dizionario, il galateo, la guida, il manuale, il racconto — e sottoporla a un rovesciamento linguistico e ideologico. Un posto particolare occupa poi la produzione legata alla memoria lucchese e alla costruzione di personaggi di invenzione. Il Grande Milvio, I temi di Pierin Lucchese, Il Diario di Pierin Lucchese e La ricerca del Pierin perduto mostrano infatti un’altra componente della scrittura di Marchetti: la capacità di trasformare l’esperienza provinciale in materia narrativa e parodistica. La provincia non appare qui come semplice sfondo geografico, ma come un repertorio di linguaggi, abitudini, gerarchie sociali e personaggi da osservare attraverso una lente deformante. Il rapporto fra Lucca e Livorno ritorna così continuamente, creando nella sua produzione una sorta di Toscana interiore composta da luoghi reali e luoghi reinventati, da voci quotidiane e invenzioni letterarie. A questa dimensione appartiene anche il rapporto con la Maremma e con la cultura toscana in senso più ampio. Tra le sue opere figura, infatti, Si diceva… Vocaboli e stralocchi dell’Alta Maremma, pubblicato nel 1980, a testimonianza di un interesse per il patrimonio linguistico regionale che precede l’esplosione del personaggio Borzacchini. Questo dato è significativo perché suggerisce che la riflessione sul lessico locale non nacque esclusivamente dall’esigenza della satira giornalistica, ma si inseriva in una curiosità più ampia per il linguaggio popolare e per le sue possibilità espressive. La sua collaborazione con Il Tirreno contribuì ulteriormente alla diffusione del personaggio presso un pubblico molto ampio.

Gli interventi del professor Borzacchini divennero infatti una presenza riconoscibile nella vita quotidiana dei lettori, e la rubrica assunse quella funzione particolare che accomuna alcuni grandi personaggi della satira giornalistica: trasformare la lettura del giornale in un appuntamento con una voce immediatamente identificabile. Nel 2011, in occasione della pubblicazione de Il caffè del Borzacchini. Storie da bar, Il Tirreno descriveva il libro come una raccolta di «storie da bar» dedicate a vite, personaggi e discussioni che stavano progressivamente scomparendo dalla quotidianità dei locali. Ancora una volta, dietro la comicità si intravedeva quindi un interesse per la memoria sociale. Il caffè del Borzacchini, pubblicato nel 2011 da Salomone Belforte, rappresenta infatti una fase nella quale la satira appare sempre più intrecciata al ricordo. Il bar diventa uno spazio letterario nel quale conservare un’umanità fatta di personaggi, comportamenti e linguaggi destinati a modificarsi o scomparire. Il gusto per la caricatura rimane intatto, ma la scrittura assume anche una funzione memoriale: raccontare ciò che sta cambiando significa registrare indirettamente una trasformazione della società toscana, delle sue abitudini e delle sue forme di socialità. Un’altra esperienza fondamentale fu il rapporto con Federico Maria Sardelli e con il cosiddetto Sodalizio Muschiato, ambiente satirico e goliardico nel quale Marchetti entrò accanto ad Alberto Fremura, Marcello Sardelli e Stefano Caprina. Il sodalizio nacque alla fine degli anni Ottanta e divenne uno dei luoghi più fertili della satira livornese contemporanea. In questo contesto Borzacchini trovò interlocutori con i quali condividere una concezione della comicità fondata sull’intelligenza linguistica, sull’assurdo e sulla sistematica demolizione delle convenzioni.

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Dopo la morte di Marchetti, Federico Maria Sardelli raccolse e ordinò il vasto carteggio intercorso fra i due dal 1996 al 2014, fatto di messaggi, invettive, vignette, sceneggiature, immagini, poesie e materiali di ogni genere. Il carteggio permette di cogliere un lato ulteriore della sua personalità creativa, dove la scrittura satirica nasceva spesso dalla collaborazione, dalla contaminazione e dal gioco con altri autori.

Il legame con Livorno trova dunque nella sua opera una dimensione che va oltre l’origine familiare. Marchetti era infatti un lucchese per nascita e per professione, ma la lingua della sua maschera letteraria è profondamente legata all’area livornese. Il Borzacchini Universale costruisce una sorta di idioma toscano «vieppiù labronico», per usare la stessa formulazione del titolo editoriale, nel quale il vernacolo diventa contemporaneamente strumento di appartenenza e dispositivo universale della comicità. È questo paradosso a rendere particolarmente interessante la sua posizione nella letteratura toscana: per parlare della provincia e del suo linguaggio, Marchetti non si chiude nel localismo, ma porta il particolare verso l’universale attraverso la parodia della forma enciclopedica. La satira di Borzacchini presenta quindi una dimensione propriamente letteraria che rischia di essere oscurata dalla sua enorme popolarità. Dietro il gusto per la battuta, per la parola oscena e per il gioco verbale esiste infatti un sofisticato lavoro sulla forma; il suo modello non è semplicemente il dialetto, ma l’interazione fra quest’ultimo, l’italiano standard, i linguaggi tecnici, burocratici, giornalistici e letterari. La comicità nasce dalla loro collisione e dalla loro ricomposizione. In questo senso il Borzacchini Universale può essere letto come una sorta di contro-dizionario: un’opera che finge di catalogare il mondo mentre, attraverso le proprie definizioni, ne mette in discussione le categorie linguistiche e sociali. Nel corso della sua carriera Borzacchini ricevette diversi riconoscimenti. Il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi premiò la sua attività nel 1995 insieme alla redazione de Il Vernacoliere e nel 1996 attribuì a Giorgio Marchetti il premio «Pino Zac» per Il Borzacchini Universale. Il 1996 fu quindi l’anno della consacrazione pubblica dell’autore, quando la satira linguistica costruita nel corso degli anni riuscì a imporsi anche all’interno di una delle principali manifestazioni italiane dedicate all’umorismo e alla satira. Nel 2003 gli fu inoltre assegnato dall’Amministrazione provinciale di Lucca il Premio alla Carriera per la Satira – Pantera d’oro, come Personaggio dell’anno.

Negli anni Duemila la produzione di Marchetti proseguì con continuità: al Quarto Borzacchini Universale del 2006 seguirono Le automobili del Borzacchini nel 2008 e Il caffè del Borzacchini nel 2011; nel 2013 uscì inoltre il Quaderno di Ettore Borzacchini, pubblicazione fuori commercio in trecento esemplari numerati. La sua produzione degli ultimi anni mostra come il personaggio fosse ormai diventato una vera e propria officina autoriale, capace di assorbire materiali diversi: lessico, vignetta, racconto, memoria, giornalismo e parodia. La morte improvvisa, avvenuta nella sua abitazione di Viareggio, chiuse una vicenda nella quale professione, scrittura e invenzione satirica erano rimaste costantemente intrecciate. Aveva settant’anni ed era ancora attivo nella collaborazione con Il Tirreno (proprio nel giorno della sua scomparsa uscì un suo ultimo testo sulle pagine della cronaca di Lucca). La notizia provocò un forte cordoglio nel mondo culturale toscano, dove la sua figura venne ricordata tanto come quella di un architetto impegnato nel rinnovamento della professione quanto come quella dello scrittore che aveva creato Ettore Borzacchini.

Ettore Borzacchini fu il personaggio attraverso il quale Marchetti poté trasformare in letteratura la propria conoscenza della lingua toscana, del vernacolo livornese, della provincia e dei suoi rituali sociali; Marchetti fu invece l’architetto, l’organizzatore culturale, l’intellettuale e il professionista che costruì concretamente le condizioni perché quella voce potesse affermarsi. Separare completamente le due identità sarebbe quindi fuorviante: il primo non sarebbe esistito senza la cultura linguistica e la competenza del secondo, mentre il secondo trovò proprio nella maschera di Borzacchini la possibilità di portare fino alle estreme conseguenze una vocazione letteraria coltivata fin dagli anni Settanta. Per questo Borzacchini occupa un posto particolare nella cultura toscana del secondo Novecento; la sua opera nasce da una tradizione profondamente locale, ma utilizza strumenti letterari di portata molto più ampia: la parodia, la lessicografia, il pastiche, l’invettiva, il dialogo con la grande tradizione italiana e la deformazione dei generi codificati. Il dialetto livornese, nella sua scrittura, smette di essere semplicemente il linguaggio di una comunità e diventa una lente attraverso la quale osservare la lingua italiana e la società che la parla. È probabilmente questo il motivo per cui il Borzacchini Universale, nato apparentemente come esercizio di comicità irriverente, ha oltrepassato il proprio contesto originario fino a interessare la lessicografia, la critica e gli studi di italianistica. In quella singolare trasformazione — dal vernacolo al dizionario, dalla battuta alla letteratura, dalla provincia alla riflessione sulla lingua — risiede ancora oggi la parte più originale dell’eredità di Giorgio Marchetti.

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.