L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
Insieme a Saffo il maggiore esponente della poesia melica o eolica è ALCEO, anche lui nato a Lesbo da famiglia di origine aristocratica. L’anno di nascita deve collocarsi con la minore possibile approssimazione nel decennio 630-620 a.C., il che significa che Alceo era di qualche anno più giovane di Saffo. Era ugualmente contemporaneo del tiranno Pìttaco, uno dei Sette Sapienti della Grecia antica, il cui apice nella vita politica Diogene Laerzio pone intorno alla 42a Olimpiade (612-609)1 e la morte nel 570 a.C., nel quadriennio della 52a Olimpiade (572-569 a.C.).
La vita e la poesia di Alceo risultano intrecciate in maniera così stretta e vincolante con gli eventi politici di quel periodo nell’isola, che è praticamente impossibile esaminare le prime senza concatenarli ai secondi, e viceversa. Una vita, insomma, estremamente movimentata in un’epoca storica densa di rivolgimenti socio-politici e di feroci lotte intestine costellate da esilii, congiure e tumulti. Nella prima metà del VII sec., si produsse il crollo della vecchia istituzione monarchica, cui subentrò la classe della nobiltà, anche se questa non pervenne mai a concretizzare pienamente in direzione unitaria le sue ambizioni di potere, esaurendosi in una interminabile serie di colpi di stato che vedevano aristocratici uomini forti combattersi a vicenda nel tentativo di instaurare improbabili supremazie personali e/o familiari. Fra i nomi: Melancro, probabilmente un Cleanàttide, rovesciato da Pìttaco della famiglia dei Pentèlidi con l’aiuto dei fratelli di Alceo; Mìrsilo, pure della famiglia dei Cleanattidi, che con lo stesso Pittaco governò Lesbo; Dinomene, forse appartenente alla casata degli Archeanàttidi. Sfortunatamente per Alceo, il complotto che egli, insieme a Pittaco, organizzarono per abbattere Mìrsilo si risolse in un’alleanza tra Pittaco e Mìrsilo (!), il che costrinse il poeta ad esiliarsi una prima volta a Pirra, una cittadina non lontana da Lesbo. In quella circostanza Alceo non esitò a bollare ferocemente il comportamento spregevole di Pittaco.2 Questo esilio, tuttavia, non durò a lungo: alla morte di Mìrsilo, Alceo fece ritorno in patria. Per poco, però, perché nuovi contrasti con Pittaco, nel frattempo eletto rappresentante del popolo, αισυμνήτης, per ristabilire l’ordine politico-sociale, costrinsero quest’ultimo ad esiliare nuovamente Alceo, che stavolta dovette andare a vivere assai lontano: a Eno, in Tracia, e a Cizico, nella Lidia,3 e perfino in Egitto,4 mentre uno dei suoi fratelli, Antimènide, addirittura si arruolò nell’esercito babilonese5 e forse combatté anche in Palestina. È dopo il 580, e dopo che Pittaco ebbe generosamente revocato il provvedimento di bando nei confronti di Alceo,6 che questi poté far ritorno in patria per rimanervi fino alla morte, la cui data è talmente incerta da risultare in pratica sconosciuta.
Nel Canone alessandrino dei nove grandi poeti lirici, Alceo occupa un posto preminente: il secondo, dopo Saffo. E furono altresì gli Alessandrini, Aristofane e Aristarco, a ordinare la sua poesia in dieci libri, secondo un criterio tematico piuttosto che metrico, come invece fu utilizzato per Saffo.
La poesia di Alceo è, come già detto, intimamente legata agli avvenimenti storici che caratterizzarono dinamicamente la vita tra il VII e il VI secolo a.C. a Lesbo. Non vi mancano però anche tematiche che si riferiscono al vino e ai banchetti, alla politica, all’amore, alla tradizione mitologica ed alle divinità. Peraltro, interessanti connessioni tra queste ultime e la contingente realtà si riscontrano in un frammento, assai lungo, recentemente scoperto in un papiro7 con testi “insurrezionali” avversi a Pittaco. In tal modo non poche conoscenze di fatti e misfatti di quell’epoca, vengono fornite dalle poesie di Alceo, testimonianze che assumono valore di fonte e gettano notevole luce su situazioni, uomini e gesta altrimenti coperti di nebbia e silenzio. Quella di Alceo è una poesia quindi eminentemente ‘faziosa’, dove la violenza espressiva non indietreggia davanti all’uso più che spregiudicato di qualsiasi epiteto, anche del più volgare, pur di raggiungere effetti il più possibile devastanti.
Alceo appartiene al ceto aristocratico e prevede per la propria casta il privilegio di costituire il miglior governo possibile. Certamente quella di Alceo rappresenta la vecchia concezione del primato dell’aristocrazia, dove il popolo, proprio a causa della povertà in cui versa,8 è e deve essere soggetto al potere di coloro cui l’alto lignaggio assicura particolari capacità di guida e di comando. Una simile visione condusse spesso Alceo a seguire e parteggiare per la parte politicamente perdente. Nondimeno più tardi egli giunse alla comprensione di una fondamentale verità, e cioè che: il rango aristocratico si era trovato a essere del tutto fuori dalla circostante realtà effettiva, mentre nessuna nobiltà e aristocrazia veramente dotata di poteri decisionali avrebbe potuto esistere e agire senza il presupposto e l’apporto della ricchezza.9 Malgrado ciò, l’avversione di Alceo per il cambio di regime, che coincise da una parte con l’esautorazione delle tradizionali famiglie aristocratiche e dall’altra con il consolidamento di una struttura democratica di governo, fu sempre senza riserve e sempre di uguale intensità, almeno per quanto ne testimonia la sua poesia.
Come uomo di parte Alceo dovette a più riprese non solo partecipare a complotti più o meno cruenti, ma altresì a veri e propri scontri armati o addirittura battaglie, come quella al promontorio Sigeo contro gli Ateniesi.
Non si può proprio dire che nelle congiure in cui prese parte Alceo fosse particolarmente fortunato. Tutt’altro. È stato dimostrato, infatti, che in linea generale egli parteggiò per la fazione destinata ad essere sconfitta, dimostrando pertanto poca scaltrezza politica o scelte azzardate.
Anche in battaglia il suo comportamento non fu per nulla felice. Anzi, fu decisamente infelice. Imitando il gesto che Archiloco10 aveva compiuto combattendo contro i Sai, pure Alceo trovò del tutto naturale gettar via le armi e darsi alla fuga.11
La sua costituzionale ostilità verso i tiranni o governanti che non appartenessero alla casta dei nobili, lo condusse a comporre poesie di veemente colorazione politica. Sono le c.d. poesie stasiàtiche, nelle quali la passione politica di Alceo, pur spesso nella sua sanguigna soggettività, è l’occasione per una espressione di possente tempra e vivissimi accenti, soprattutto nelle immagini allegoriche formulate in termini di vera arte.
Canti politici o rivoluzionari nei quali l’originaria nota eroica derivata dalle redazioni epiche viene assimilata in nuove tonalità e adattata a un mondo, come quello della nobiltà, facente parte a sé, rispetto alla più estesa struttura delle masse popolari.12 E mentre il linguaggio di Solone nel prevedere la tirannide di Pisistrato è allusivo e indiretto,13 quello di Alceo nel prevedere i danni che il tiranno provocherà alla città risulta di una immediatezza cruda e davvero realistica.14
Si tratta certamente di una ‘poesia di azione’, legata e corrispondente a specifici avvenimenti. L’azione costituisce quindi la prima componente della poesia, espressa in una forma di una solidità organica sorprendentemente costante e inalterata.
In Alceo, tuttavia, l’azione e la violenza verbale che l’accompagna non escludono il divertimento e le ‘ragioni’ del vino. L’ebbrezza bacchica è vissuta con la stessa intensità della passione politica e dello spirito guerresco, in un quadro di totale spontaneità, dove emerge la particolarità del ‘simposio’ scandito nei suoi essenziali momenti, luoghi, tempi e motivazioni.15 Non dimentichiamo comunque che pure le poesie bacchiche collegano spesso il consumo del vino con l’idea del vincolo della lotta comune.
Il vino, appunto, rappresenta una delle tematiche centrali della produzione poetica di Alceo. È una ‘filosofia del vino’ che Alceo enuncia a più riprese, in particolar modo connettendola con la realtà della vita breve, e la necessità di coglierne gli istanti migliori e irripetibili. Egli dice: ‘vino…e verità’ e poi: ‘il vino: specchio dell’anima umana’, perciò la brevità dell’esistenza esige il dono del vino che è consolazione ed estasi, divertimento e sincerità.16 Così, l’abbandono al vino è assoluto e senza riserve, come senza riserve fu sempre ogni atteggiamento e azione di Alceo nel tumulto di cospirazioni, guerre, esilii.
Al vino segue l’amore. Manca la donna, però, e quasi nessun accenno a essa si riscontra nella poesia di Alceo, le cui preferenze vanno piuttosto agli efebi e ai giovani: un certo Bichi viene menzionato in due canti simpotici17 e un ragazzo di nome Menone in un altro frammento,18 mentre nulla è possibile trovare in Alceo di un tale Lico, citato da Orazio riferendosi al poeta di Lesbo.19 Molto probabilmente si tratta di una poesia andata perduta.
Certo, la poesia di Alceo, malgrado spazi in una fascia di tematiche assai più ampia di quella di Saffo, non raggiunge l’immediatezza d’impatto di quest’ultima, né la sua capacità di centrare la sensibilità del lettore. Ciò non vuol dire tuttavia che il canto alcaico sia di livello inferiore a quello saffico, anche se presenta un’ispirazione alquanto diseguale, diluita e spesso condizionata alla collocazione ideologica, ‘mancandole la vis fantastica di Alcmane o il condensato vigore di Saffo’(Bowra).
Alceo in fin dei conti è drammatico, tutto in lui è tensione e fervore, l’oggetto è come aggredito e trattato in maniera pluridirezionale, al contrario di Saffo in cui sono la semplicità e la linearità che conducono l’elaborato a dilatarsi in visioni particolarmente dense e illuminate di essenziale lirismo. Per Alceo invece la poesia è un’arma nelle contese politiche e sociali.
Quanto al linguaggio, in Alceo nulla è superfluo, ripetitivo. La parola è sobria, l’espressione virile, ciò che non impedisce nondimeno la ricchezza dell’immagine e la varietà di un fraseggio vibrante e raffinato.
Ad Alceo si attribuisce l’invenzione di una strofe – chiamata appunto alcaica – composta di due endecasillabi, un enneasillabo e un decasillabo alcaico articolati in due dattili, un trocheo e un trocheo o spondeo.
Insieme a Saffo, sicuramente Alceo costituisce la gloria di Lesbo20: con i suoi canti celebra l’isola nella storia e nella cultura.
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1) Dio. Laert. 1, 79
2) Fragm. 87 Δ (348 ΛΠ): κακοπατρίδας, λο δεφινισψε.
3) Fragm. 42 D (69 LP).
4) Strabo. 1, 2, 30.
5) Strabo. 13, 2, 3. Inoltre, Fragm. 50 D (350 LP) per il ritorno del fratello.
6) Dio. Laert. 1, 76.
7) P. Col. 2021.
8) v. Fragm. 142 D (364 LP) e 101 D (360 LP), la cui tematica si riscontra e si amplifica in Teognide 173-178.
9) Così anche Teognide 1117-1118.
10) Fragm. 6 D (13 LP).
11) Fragm. 428 LP.
12) La ‘distanza’ tenuta da Alceo verso il popolo ben si riscontra nei suoi sentimenti per questo δάμον: pietà e disprezzo, ma sopra tutto odio per essere stato così stolto da scegliere a proprio governante Pìttaco.
13) Fragm. 10 D.
14) Fragm. 31 D (141 LP).
15) v. Fragm. 96 D (346 LP) e 90 D (338 LP).
16) Contrariamente a Mimnermo per il quale l’amore è la sostanziale necessità della vita.
17) Fragm. 46 D (326 LP) e 91 D (335 LP).
18) Fragm. 99 D (368 LP).
19) Hor. Carm. 1, 32.
20) Himer. Orat. 27.
L'autore
- È nato a Thessaloniki (Grecia) e tuttora risiede a Plaghiari (Thessaloniki). Studi Classici e Giurisprudenza. Servizio presso il Ministero degli Affari Esteri. Studioso e traduttore di letteratura greca, di poesia in particolare, oltre che traduttore di poesia italiana in lingua greca. Circa 450 collaborazioni con riviste italiane e greche, nonchè siti internet su tematiche di letteratura, archeologia, etnologia (folclore), politica, religione, attualità. È autore del primo studio edito in Italia sulla canzone popolare urbana greca (Canzone Rebètika). È altresì in via di preparazione il correlato studio sulla canzone popolare rurale greca (Canzone Demòtica). È Membro Onorario della Società Ellenica degli Scrittori e Membro Onorario della Società degli Autori di Salonicco(Thessaloniki). Premio “Didò Sotirìu” 2021 della Società Ellenica Scrittori per l’opera di diffusione all’estero della letteratura greca. Premio 2026 della Società Traduttori Greci di Letteratura per il contributo a favore delle lettere greche.
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