Che cosa può trattenere la parola di un luogo che cambia, di un corpo che si allontana, di una voce che continuiamo ad ascoltare anche dopo la sua scomparsa? In All that is Left of the Sea. Selected Poems di Alvin Pang, pubblicato da Red River nel 2025, questa domanda attraversa esperienze differenti e le raccoglie entro un’immaginazione nella quale l’acqua, la lingua e la memoria si implicano continuamente.
Ho avuto l’opportunità di incontrare il poeta di Singapore ad Atene, presso la libreria Zatopek, dove era stato invitato a presentare questa raccolta. L’incontro costituisce il punto di partenza della mia lettura: un’occasione per avvicinarsi alla sua scrittura e seguirne, sulla pagina, il movimento fra esperienze, lingue e geografie diverse.
Il mare entra nei gesti dell’infanzia, accompagna la relazione con il padre, delimita l’isola, dà forma alla distanza amorosa. La sua presenza acquista significati diversi lungo il libro: sostanza da cui proviene la vita, spazio che separa, superficie sulla quale cercare i segni di ciò che non è più visibile. Anche il titolo sembra chiedere di essere letto dentro questa oscillazione. Ciò che resta del mare conserva qualcosa della sua vastità, ma porta già in sé l’esperienza di una perdita.
È significativo che la selezione si apra con Initiation. Il padre insegna al figlio a pescare: prepara la lenza, dispone l’esca, guida il movimento del lancio. La precisione dei gesti contiene un sapere che passa attraverso le mani prima ancora che attraverso le parole. Il bambino osserva, imita, cerca un posto fra gli uomini. Dentro questa scena di appartenenza rimane tuttavia il tremore della creatura utilizzata come esca. L’iniziazione comprende una scoperta della vulnerabilità, anche quando chi la compie non sembra ancora riconoscerla interamente.
Poco dopo, in Strange Fish, le parole risalgono dalla pagina come pesci sconosciuti. La penna le porta fuori dal loro elemento; soltanto allora cominciano a respirare. Fra le due poesie si stabilisce una corrispondenza: il gesto appreso dal padre ritorna trasformato nell’atto della scrittura. Il poeta tenta di avvicinare qualcosa che vive sotto la superficie, accettando che il suo significato possa rimanergli, almeno in parte, estraneo.
Singapore costituisce uno dei luoghi decisivi di questa ricerca. La città emerge attraverso nomi di strade, mezzi di trasporto, mercati, edifici, voci familiari. In To Go to S’pore, il movimento verso il luogo d’origine assume il carattere di un ritorno incerto. Dove si trova la città cui si appartiene? Nei confini dell’isola, nei documenti che attestano un’identità, oppure negli odori e nelle presenze attraverso cui quel luogo è diventato esperienza?
Il ricordo della nonna alla finestra, dei vicini, delle botteghe e delle feste restituisce una trama di relazioni che la trasformazione urbana disperde. Pang segue questo mutamento attraverso la materia quotidiana. La memoria abita scale, piastrelle, tubature, cibo; il passato sopravvive in dettagli che sembrano marginali finché la loro scomparsa non rende percepibile il vuoto che lasciano.
In What It Means To Be Landless, tale distanza investe il rapporto stesso con la terra. Dalla finestra si vedono nuvole e tetti; la pioggia passa oltre, diretta verso qualcosa che possa riceverla. La sicurezza dell’abitare convive con una separazione dagli elementi che sostengono la vita. Avere un indirizzo non garantisce che quel luogo possa custodire, in futuro, la memoria di chi vi è cresciuto.
La satira di Upgrading esplora un’altra forma di questa inquietudine. Il desiderio di spazio si espande fino a comprendere una proprietà dotata di parlamento, esercito, clima e astri personali. L’accumulo produce un effetto comico, ma lascia emergere una domanda sul possesso: quanto mondo occorre acquistare perché ci si senta finalmente al riparo? L’immaginazione esaspera il desiderio fino a mostrarne l’impossibilità di compiersi.
La città è inoltre attraversata da persone per le quali la promessa di prosperità si traduce in debito, sfruttamento e privazione. In Made of Gold, la voce del lavoratore migrante interrompe l’immagine di una ricchezza disponibile a tutti. Le mani che costruiscono case e templi appartengono a corpi che possono essere abbandonati sulla strada. Il paesaggio urbano acquista così una profondità etica: ciò che appare solido e compiuto contiene storie che la sua superficie non racconta.
Anche When the Barbarians Arrive interroga il rapporto fra sopravvivenza e cancellazione. Il tono di un prontuario, con le sue istruzioni pratiche e paradossali, rende inquietante la familiarità dell’adattamento. Si nascondono oggetti, si modificano racconti, si confondono i nomi degli alberi. Il dominio raggiunge la lingua attraverso la quale una comunità riconosce il proprio mondo. Nell’errore deliberato e nell’ironia, tuttavia, qualcosa continua a sottrarsi.
Il titolo suggerisce un possibile dialogo con Aspettando i barbari di Konstantinos Cavafis. L’accostamento, pur senza presupporre un richiamo intenzionale, apre una prospettiva di lettura: all’attesa che struttura il poema cavafiano, Pang sembra rispondere immaginando le strategie da adottare al momento dell’arrivo. La scena pubblica della città in attesa lascia spazio ai comportamenti quotidiani di chi dovrà convivere con i nuovi dominatori. Oggetti, racconti, ricette e nomi diventano materia di negoziazione con il potere.
In questa prospettiva, l’ironia investe anche la comunità che si prepara ad accogliere i «barbari». Che cosa è disposta a modificare di sé per sopravvivere? Che cosa riesce ancora a custodire attraverso la dissimulazione? La conclusione di Pang, nella quale si finirà per partecipare agli stessi funerali, riconduce la distanza fra conquistatori e conquistati a una prossimità umana inquietante. Il tempo intreccia le vite, senza per questo cancellare la violenza da cui quella convivenza ha avuto origine.
La relazione con il padre conferisce alla riflessione sulla memoria una particolare intensità. In String Theory, il lessico scientifico avvicina le dimensioni nascoste della materia alle possibilità rimaste inespresse in una vita. Il figlio cerca di comprendere un uomo il cui futuro è stato ristretto dalle circostanze, e scopre quanto quell’esistenza continui ad agire dentro la propria. In So Many Ways Our Fathers Mark Us, l’eredità si deposita nel corpo, nella voce, nelle ferite ancora sensibili a distanza di anni. Pronunciare il proprio nome significa anche ascoltare ciò che altri vi hanno lasciato.
Le poesie dedicate alla figlia introducono un diverso orientamento del tempo. In High Line, il padre immagina per lei una giornata di libertà, una possibilità di incontrare la bellezza e darle nomi propri. In Karung Guni Daughter, gli oggetti conservati dalla bambina rimandano invece alle carte e ai libri accumulati dal poeta. Entrambi raccolgono frammenti, pur senza sapere con certezza che cosa meriti di essere salvato. Una vecchia busta, una tazza incrinata, un disegno possono diventare il luogo materiale di una relazione.
For My Daughter After I Am Gone porta questa relazione oltre la presenza del padre. La poesia assume il ritmo di un augurio, nel quale il desiderio di lasciare qualcosa alla figlia convive con quello di liberarla dal peso dell’assenza. Le parole rimaste inespresse le vengono consegnate perché possa dimenticarle; ciò che è incompiuto viene affidato alla trasformazione. L’eredità affettiva trova così una misura nella possibilità di proseguire, di incontrare altri legami, di avere poco da perdonare.
La varietà delle forme accompagna questi passaggi. Il verso narrativo lascia spazio alla brevità, alla disposizione visiva, alla prosa poetica; l’inglese si apre a vocaboli e risonanze di altre lingue. In S’pore, il nome abbreviato del paese viene scomposto e attraversato da associazioni linguistiche che ne rendono instabile l’apparente unità. L’identità si mostra nel lavoro stesso delle parole, nei loro incontri e nelle loro deviazioni.
Negli estratti di Uninterrupted time, posti alla fine del volume, le connessioni diventano più dense e meno immediatamente decifrabili. Affetti, desiderio, perdita e percezioni corporee si accostano attraverso una sintassi che richiede soste e ritorni. Talvolta questa concentrazione rende più difficile l’accesso emotivo al testo. In altri momenti permette di avvertire la frammentarietà dell’esperienza prima che una spiegazione venga a ricomporla.
L’immagine che dà il titolo alla raccolta compare in questa zona conclusiva, entro una sequenza di percezioni e oggetti, quando la storia sembra giungere al proprio limite. Il mare resta come una presenza che la parola può ancora evocare, senza esaurirla.
La poesia di Alvin Pang trova qui una delle sue tensioni più fertili: raccogliere ciò che passa sapendo che anche la memoria è soggetta al mutamento. La pagina offre a quelle tracce una durata provvisoria. Il padre, la figlia, la città, gli sconosciuti che la costruiscono vi entrano con il peso della loro singolarità. E il lettore, seguendoli, avverte quanto una vita continui a esistere nei gesti e nelle parole che consegna ad altre vite.
Due poesie: traduzione dall’inglese
Strange Fish
One
after another
words
rise up like blind fish
from the milky depths
of the page.
Their blank eyes
floating to the surface
stare everywhere.
Their small bodies
twist into commas
and pause at the surface,
dumb as alien
symbols. I hoist them
onto dry ground
with the rod of a pen,
strange fish,
as one by one
they begin to breathe:
Pesci strani
Una
dopo l’altra
le parole
risalgono come pesci ciechi
dalle profondità lattiginose
della pagina.
I loro occhi vuoti,
affiorando alla superficie,
guardano dappertutto.
I loro piccoli corpi
si torcono in virgole
e indugiano in superficie,
muti come simboli
alieni. Li tiro su
sulla terra asciutta
con una penna per canna,
pesci strani,
mentre uno dopo l’altro
cominciano a respirare:
For My Daughter After I Am Gone
May there be fewer days when you reach
for my absent hand as for a banister in a
house of sway, and may the years we have
made echo like worn bells or the distant
throats of cranes you cannot name, and may
your heart, broken by that first love lost, his
golden fur still nuzzling your dreams, lead
you to new thunder, and may what is undone
become so much wet grass. The long drives
we took through those neighbourhoods
of unspent time, snacking on distraction.
May they have taught you more than silence
and may all the words I left unsaid be yours
to forget. And may there be little to forgive.
Per mia figlia, quando non ci sarò più
Possano essere pochi i giorni in cui cercherai
la mia mano assente come una ringhiera in una
casa che oscilla, e possano gli anni che abbiamo
costruito risuonare come campane logore o le voci
lontane di gru di cui non conosci il nome, e possa
il tuo cuore, spezzato da quel primo amore perduto, il suo
pelo dorato ancora a strofinarsi contro i tuoi sogni, condurti
verso nuovi tuoni, e possa ciò che resta incompiuto
diventare tanta erba bagnata. I lunghi tragitti
in auto attraverso quei quartieri
di tempo ancora da spendere, spizzicando distrazioni.
Possano averti insegnato più del silenzio
e possano tutte le parole che non ho detto essere tue
da dimenticare. E possa esserci poco da perdonare.
Nota biografica
Alvin Pang è poeta, scrittore, curatore editoriale, fotografo e traduttore. La sua multiforme attività letteraria si estende lungo tre decenni, nella nativa Singapore e altrove. Presente nell’Oxford Companion to Modern Poetry in English e nel Penguin Book of the Prose Poem, è stato tradotto in oltre venti lingue, con volumi pubblicati in sloveno, svedese, croato, macedone, cinese, malese e francese. Membro della giuria del Dublin Literary Award nel 2022 e beneficiario di una residenza presso la Fondazione Civitella Ranieri, ha ricevuto lo Young Artist of the Year Award di Singapore, il Singapore Youth Award per le arti e la cultura e il JCCI Education Award. Nel 2002 ha partecipato all’International Writing Program dell’Università dell’Iowa e nel 2020 ha conseguito un dottorato in scrittura. Tra i suoi numerosi incarichi, è professore aggiunto onorario presso la RMIT University e membro di diversi comitati consultivi editoriali. Nel 2017 ha curato per Poetry at Sangam una selezione internazionale di testi dedicata al tema della pluralità. Tra i suoi libri più recenti figurano What Happened: Poems 1997–2017 (2017), Uninterrupted time (2019), Diaphanous (2023), realizzato in collaborazione con George Szirtes, e What Gives Us Our Names: Rosetta Edition (2024). Vive a Singapore e continua a contribuire regolarmente a pubblicazioni e a partecipare a eventi in India e nel resto del mondo.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
Ultimi articoli
avvenimenti6 Ottobre 2026La memoria sulla soglia del mare
In primo piano4 Ottobre 2026ADASIM – Fondazione Dante Alighieri Scuole Italiane nel Mondo
avvenimenti2 Ottobre 2026Abitare due lingue: i 70 anni della Scuola Italiana di Atene
avvenimenti27 Settembre 2026Festival Internazionale di Poesia di Atene
