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Le lingue di appartenenza

Durante il Festival internazionale di poesia di Patrasso [16 – 20 settembre 2026]  ho avuto l’opportunità di ascoltare e conoscere Igor’ Kotjuch. Fra gli aspetti del suo intervento che mi hanno colpita maggiormente vi era la riflessione sulla propria identità linguistica, culturale ed etnica. Poeta estone di lingua madre russa, con radici familiari ucraine, Kotjuch portava nel discorso una questione che attraversa profondamente la sua scrittura: come riconoscersi in più lingue quando la storia modifica, e talvolta lacera, i rapporti fra le comunità che le parlano?

È una domanda vicina al mio percorso di ricerca sull’eteroglossia letteraria, in particolare sugli scrittori che hanno adottato l’italiano e il greco come lingue di scrittura. Le esperienze restano diverse, ma condividono un interrogativo: quale relazione si stabilisce fra la lingua ereditata, quella appresa e quella in cui prende forma l’immaginazione? Nel caso di Kotjuch, questo interrogativo coinvolge la memoria familiare e il rapporto con paesi che occupano posizioni differenti nella sua vita.

L’Arcadia, proposta al lettore italiano da Edizioni Joker nel 2026, con cura, note e traduzione dal russo di Paolo Galvagni, permette di seguire tale rapporto attraverso testi composti in anni diversi, fino al ciclo «2024». Al centro della raccolta si trova l’Ucraina: il paese della nonna, delle vacanze infantili, di una familiarità costruita attraverso gesti, suoni e presenze. Nella nota dell’autore, il villaggio di Zabarivka emerge nella precisione della vita quotidiana: la strada condivisa dagli abitanti, il lavoro nell’orto, gli animali, l’acqua del pozzo. L’Arcadia del titolo possiede nomi e indirizzi. La sua armonia ha la consistenza delle cose conosciute da bambino.

Il testo «UA» offre un accesso particolarmente significativo a questo mondo. La successione dei nomi di parenti e luoghi compone una mappa dell’appartenenza, scandita dal ritorno della formula «la mia Arcadia». Dentro questa mappa si apre una scena linguistica: i parenti chiamano estoni i bambini arrivati dall’Estonia; l’io protesta in russo, affermando di essere come loro, e dopo pochi giorni comincia a incorporare le parole ascoltate sul posto.

La poesia conserva la tensione fra il nome assegnato dagli altri e il modo in cui il soggetto percepisce sé stesso. Il bambino cerca una vicinanza; l’adulto torna su quell’esperienza con una maggiore coscienza della storia dei popoli e della propria famiglia. Nel finale, il tentativo di scrivere in ucraino riannoda il legame con le parole dell’infanzia. Il saluto alla nonna e quello ai dizionari con dominio «ua» accostano due tempi: la memoria di una voce e il presente dell’apprendimento. La lingua ritrovata richiede studio, ma conserva una familiarità affettiva che precede la padronanza.

A questa ricerca la guerra impone una nuova urgenza. In «non bisogna catturare la mia lingua», datata 23 marzo 2022, la ripetizione della richiesta dà al testo un andamento insistente. Il poeta vuole chiamare le cose con il loro nome, decidere quando parlare e quando tacere. La lingua appartiene al corpo e alla continuità della persona; imprigionarla significa intervenire sul suo diritto di esprimersi.

Il passaggio dall’accento nella parola «ballerina» alle bombe che cadono su un paese concentra questa urgenza in un brusco cambiamento di prospettiva. Alla riflessione sulla norma linguistica si affianca la responsabilità della parola davanti alla violenza. La nota che accompagna il testo ne precisa il contesto, richiamando la censura russa della parola «guerra». Rivendicare il russo come lingua propria significa, qui, poterlo usare per dire anche ciò che il potere pretende di rendere indicibile.

La conclusione riconosce pari dignità all’estone, al võru, all’ucraino, al bielorusso e al russo nello stato che porta il nome del poeta. Questa immagine conferisce una forma politica alla pluralità interiore: ciascuna lingua ha diritto di cittadinanza perché custodisce una parte della sua esperienza. Nel ciclo «2024», la difficoltà di tale posizione ritorna durante il viaggio in Ucraina, quando il russo materno entra in tensione con la percezione della lingua del nemico.

La lettura italiana passa attraverso la traduzione di Galvagni. Il testo a fronte permette inoltre di osservare la presenza dell’ucraino in «UA» e l’alternanza con il russo: una differenza che la versione italiana, necessariamente, riporta entro una sola lingua. Questo dato riguarda il senso stesso della raccolta. Il lettore incontra una voce unitaria, ma è chiamato a riconoscere le diverse esperienze linguistiche che la costituiscono.

Versi brevi, ripetizioni, poesie in prosa e frammenti di conversazione danno spazio a una parola esposta alle pressioni del presente. Il ricordo familiare continua ad affiorare fra città ferite, allarmi e rifugi. L’Arcadia misura così la distanza fra il mondo dell’infanzia e quello in cui il poeta torna a cercarlo. La domanda ascoltata a Patrasso trova nei testi tutta la sua complessità: abitare più lingue comporta il lavoro di comprenderne la storia e di conservare, attraverso ciascuna, la possibilità di una relazione.

Due poesie

UA

18 maggio 2021, pp. 51 e 53. Nell’originale il testo è in ucraino, con un passaggio in russo. Il ricordo familiare mostra come l’appartenenza si formi attraverso l’incontro fra le lingue.

Originale: ucraino, con un passaggio in russo (pp. 50 e 52).

Testo originale

UA

Україна
Аркадія

Україна
моя
Аркадія

країна моєї бабусі
і діда який рано помер

країна моєї мами
і ї ї братів

країна моїх двоюрідних братів-сестер

і сусідських дітей-друзів
домашніх тварин і птиць
домашніх фруктів і овочів

країна мого дитинства

станція Низківка
село Забарiвка
вулиця Шкільна

моя Аркадія

Руда
Олександрівка
Верхолісся

моя Аркадія

Корюківка
Мена
Чернігів

моя Аркадія
Забарiвка
населення 200 людей

вони називали нас естонцями
а я не погоджувався російською
ну какие мы эстонцы
мы такие же как вы
і вже через декілька днів
вставляв у свою мову їхні слова

згодом став краще розуміти історію —
народів, мов, країн і своєї сім’ї

їздити стало складніше
бабуся померла там
батьки померли тут

але залишилися родичі
запам’яталися почуті в дитинстві слова

після російської та естонської
пробую писати вірші українською мовою

добридень, бабусю
добридень, словники з доменом ua

18.05.2021

UA

l’Ucraina
Arcadia

l’Ucraina
la mia
Arcadia

il paese della mia nonna
e del nonno morto presto

il paese della mia mamma
e dei suoi fratelli

il paese dei miei cugini/cugine

e dei figli dei vicini/amici
di animali e uccelli domestici
di verdura e frutta casalinga

il paese della mia infanzia

la stazione Nizkivka
il villaggio Zabarivka
la via Škil’na

la mia Arcadia

Ruda
Oleksandrivka
Vercholissja

la mia Arcadia

Korjukivka
Mena
Černihiv

la mia Arcadia
Zabarivka
una popolazione di 200 persone

ci chiamavano estoni
e io dissentivo in russo
ma quali estoni
siamo come voi
e già dopo alcuni giorni
inserivo le loro parole nella mia lingua

poi ho cominciato a capire meglio la storia –
di popoli, di lingue, di paesi e della mia famiglia

è stato più difficile andare
la nonna è morta là
i genitori sono morti qui

ma sono rimasti i parenti
mi sono sovvenute le parole sentite nell’infanzia

dopo il russo e l’estone
provo a scrivere in ucraino

buon giorno, nonna
buon giorno, dizionari col dominio ua

18.05.2021

«non bisogna catturare la mia lingua»

23 marzo 2022, pp. 65 e 67. La rivendicazione della libertà linguistica si intreccia con la denuncia della censura e con il riconoscimento delle molteplici appartenenze del poeta.

Originale: russo (pp. 64 e 66).

Testo originale

[не надо брать в полон мой язык]

не надо брать в полон мой язык
я хочу называть вещи своими именами
белое – белым
черное – черным
я не хочу называть белое неточным синонимом
или черное – абстрактной заменой из нескольких слов

не надо брать в полон мой язык
регулировать время его использования
я хочу говорить
когда хочу говорить
и молчать
когда я хочу молчать

я хочу быть собой
мой язык это часть меня

мой язык такая же часть меня
как любая часть тела

мой язык
моя речь
продолжение меня

я понимаю труд лингвистов и литературоведов
разбор текста на молекулы
споры по части орфоэпии
рассуждения о грамматических нормах языка

кофе – это средний или мужской род
куда в слове «танцовщица» падает ударение
и прочее подобное

но только не надо брать в полон мой язык
сегодня в полночь
исполняется месяц войне

лозунг «Слава Украине! – Героям слава!»
обрел новый смысл
звучит на весь мир

куда в слове «танцовщица» падает ударение
на какую страну сейчас падают бомбы

не надо брать в полон мой язык
я хочу говорить на русском ровно то и ровно столько
сколько хочу и могу говорить на других близких мне языках

мои языки – мои предки
мои языки – мое детство
мои языки – моя сущность

в государстве «Игорь Котюх»
между собой равны:
эстонский, выруский, украинский, белорусский и русский

23.03.2022

[non bisogna catturare la mia lingua]

non bisogna catturare la mia lingua
voglio chiamare le cose coi loro nomi
il bianco – bianco
il nero – nero
non voglio chiamare il bianco con un sinonimo inesatto
o il nero – con una perifrasi astratta

non bisogna catturare la mia lingua
regolare il tempo del suo utilizzo
voglio parlare
quando voglio parlare
e tacere
quando voglio tacere

voglio essere me stesso
la mia lingua è una parte di me

la mia lingua è una parte di me
come qualsiasi parte di me

la mia lingua
la mia favella
la prosecuzione di me

comprendo il lavoro dei linguisti e critici letterari
la scomposizione del testo in molecole
le discussioni riguardo all’ortoepia
le riflessioni sulle norme grammaticali della lingua

caffè – è di genere neutro o maschile
dove cade l’accento nella parola «ballerina»
e altre cose simili

ma solo non bisogna imprigionare la mia lingua
oggi a mezzanotte
è un mese dalla guerra

lo slogan «Gloria all’Ucraina! – Agli eroi gloria!»
ha acquisito un nuovo significato
risuona per tutto il mondo

dove cade l’accento nella parola «ballerina»
su quale paese ora cadono le bombe

non bisogna imprigionare la mia lingua
voglio parlare russo esattamente ed esattamente tanto
quanto voglio e posso parlare nelle altre lingue a me vicine

le mie lingue – i miei avi
le mie lingue – la mia infanzia
le mie lingue – la mia essenza

nello stato «Igor’ Kotjuch»
sono pari tra loro:
l’estone, il võru, l’ucraino, il bielorusso e il russo

23.03.2022

 

NOTA BIOGRAFICA

Igor’ Kotjuch è nato nel 1978 a Võru, piccola cittadina dell’Estonia meridionale. Il padre era autista e la madre cucitrice: una vita familiare semplice, ma serena, caratterizzata da lunghe conversazioni con i figli. Il padre amava molto leggere, in casa c’era una notevole biblioteca. Attualmente vive a Paide (Estonia centrale). Nel 2005, presso l’università di Tartu si è laureato in lingua e letteratura estone. Nell’anno accademico 2004/2005 ha frequentato il corso di traduzione orale e scritta all’università di Tallinn. È dottore di ricerca in filosofia. Lavora nel campo dell’educazione come insegnante e come organizzatore di eventi letterari e interdisciplinari. Si è accostato alla letteratura, traducendo in russo la poesia estone. Nei primi anni 2000 ha frequentato la scuola di traduzione letteraria, guidata dal poeta russofono Boris Baljasnyj. Con gli studenti dell’Università di Tartu, che frequentavano quella stessa scuola, nel 2003 ha fondato l’unione letteraria «Vozdušnyj zmej» [L’aquilone]. È poeta, traduttore, critico letterario ed editore. Scrive versi in russo e in estone. Traduce in russo i poeti estoni, in estone i poeti russi (e i propri versi). Ha pubblicato nelle riviste «Raduga», «Chronos», «Vozdušnyj zmej», «LiteraRus», «Vozduch», nell’antologia Osvoboždënnyj Uliss. Sovremennaja russkaja poezija za predelami Rossii [Ulisse liberato. La poesia russa contemporanea oltre i confini della Russia] (Moskva 2004). Ha pubblicato le raccolte poetiche in russo: Kogda nastupit zavtra? [Quando giungerà il domani?] (Tallinn 2004), Popytka partnerstva [Tentativo di partenariato] (Võru 2008), Estonskij dizajn: stichi 2009–2013 [Il design estone: versi 2009–2013] (Tallinn 2013), Estestvenno osobennyj slučaj: stichotvorenija v proze [Un caso naturalmente speciale: poesie in prosa] (Paide 2017), The Isolation Taps (2022), Arkadija [L’Arcadia] (Paide 2024). È fondatore e redattore principale della casa editrice Kite e della rivista online «Novye oblaka». Nel 2004 ha vinto il premio della rivista estone «Looming» per la migliore raccolta poetica. Il fondo Eesti Kultuurkapital (Capitale della cultura d’Estonia) gli ha conferito il premio per la poesia nel 2014 e per le poesie in prosa nel 2018. Kotjuch è stato tradotto in estone, finlandese, svedese, norvegese, inglese, spagnolo, arabo, croato, ungherese, bulgaro e francese. Suoi versi sono usciti in traduzione italiana nel volume Scrivi! (Roma 2018), Il cielo mi lecca gli occhi (Grottaminarda 2021) e La guerra che è in noi (Macabor 2022).

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.