L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
Mentre Ibico trasformava l’ode corale, specialmente nella forma dell’encomio, il suo contemporaneo Anacreonte operava sulla lirica monodica una profonda rielaborazione, orientandola verso i canoni e le istanze socioculturali del nuovo contesto storico. Con questi due autori, il baricentro della produzione poetica greca si spostò progressivamente dall’isola di Lesbo verso le coste dell’Ionia. Anacreonte, figlio del non meglio identificato Scitino, nacque a Teo attorno al 572 a.C., secondo quanto attestato dalla Suda. La città, situata sulla costa dell’Asia Minore, era celebre nella tradizione per aver dato i natali a Dioniso, per lo stile di vita edonistico ed esente da affanni dei suoi abitanti, nonché per essere il luogo d’origine di una specifica tipologia di recipiente già menzionata da Alceo.2
Il poeta rimase nella città natale fino all’età di circa ventisette anni. Attorno al 544 a.C., sotto la pressione dell’avanzata militare del satrapo Arpago, Anacreonte fu costretto a cedere all’esodo che coinvolse le popolazioni locali e ad abbandonare Teo per emigrare ad Abdera, colonia tracia fondata in origine dai Clazomeni e successivamente ripopolata dai Teii. È proprio ad Abdera (dove nel 460 a.C. sarebbe nato Democrito) che Anacreonte avviò la propria attività poetica, in un contesto che, pur a fronte di una notevole prosperità economica, risentiva fortemente della vicinanza delle popolazioni barbariche dei Traci, dislocate nelle aree limitrofe, e di una rilevante influenza culturale ed egemonica persiana. Tali vicende storiche, tuttavia, non lasciano alcuna eco nella produzione anacreontica. L’autore appare del tutto alieno dall’esaltazione dell’eroismo bellico o dalla celebrazione del furor della guerra, prediligendo argomenti legati all’esperienza amorosa, alla dimensione edonistica, alle occupazioni pacifiche e alla ricerca della serenità dell’animo.
Il soggiorno ad Abdera durò circa un decennio, periodo durante il quale la fama del poeta si consolidò e si estese alle regioni limitrofe. Raggiunta una notevole notorietà, Anacreonte fu invitato a Samo dal tiranno Policrate, il quale gli affidò l’incarico di precettore e maieuta musicale e poetico per i propri figli.4 In questa medesima epoca la corte samia accolse cordialmente anche Ibico: Policrate intendeva infatti dare lustro al proprio potere attraverso il mecenatismo e la presenza di queste due eminenti personalità artistiche.
A seguito della morte di Policrate nel 522 a.C., ordita da Oroite,5 la permanenza del poeta a Samo divenne oggettivamente precaria. Anacreonte lasciò dunque l’isola e si trasferì ad Atene6 alla corte di Ipparco, dove trovò una principesca accoglienza in un ambiente culturale già predisposto a recepire la raffinatezza e l’eleganza dello spirito ionico.
Nella polis ateniese strinse legami di amicizia con Santippo, padre di Pericle, e con Crizia, avo dell’omonimo ed esponente dei Trenta Tiranni7. Tuttavia, in seguito all’uccisione di Ipparco nel 514 a.C. per mano di Armodio e Aristogitone (e alla successiva cacciata del fratello Ippia nel 510 a.C.), Anacreonte si vide nuovamente costretto ad allontanarsi. Trovò quindi ospitalità a Larissa presso la munifica casata nobiliare degli Alevadi, accoglienza sulla quale dovette incidere non poco la precedente vicinanza del poeta alla dinastia dei Pisistratidi.
Dopo una parentesi di breve durata in Tessaglia, Anacreonte fece ritorno ad Atene, dove morì in tarda età8, oltre gli ottantacinque anni, intorno al 485 a.C. È pertanto verosimile supporre che egli sia stato testimone della battaglia di Maratona (490 a.C.) e dell’esordio della produzione tragica di Eschilo. Le sue spoglie vennero infine inumate nella città natia di Teo9.
La poetica e i temi
Con Anacreonte giunge a compimento la parabola della melica monodica, la quale cederà il passo prima alla lirica corale e successivamente, attraverso la mediazione del ditirambo, alla grande stagione della tragedia attica.
Anacreonte si configura come l’interprete più autentico della dimensione conviviale, della celebrazione del vino, del piacere edonistico e del gioco vitale. La sua è una poesia schiettamente simposiale, destinata all’esecuzione nei contesti cortigiani e aristocratici, all’interno di un’atmosfera di raffinato eolismo e lusso, tra giovani efebi ed etère, accompagnata da delicate melodie ed eleganti danze. L’esperienza esistenziale viene trasfigurata in forma di ludus e disimpegno, su un piano di levità sentimentale privo di tensioni problematiche; una dimensione vissuta quasi per via astratta o a distanza, filtrata da un’ironia sottile e improntata al decoro, lontana da ogni forma di volgarità o eccesso.
Risulta dunque del tutto destituita di fondamento l’immagine posteriore di un Anacreonte decrepito, invalido e dedito all’ubriachezza10, ritratto che non trova riscontro nella realtà storica del poeta né nell’autentico ethos che ne caratterizzò la vita e l’opera.
Sotto il profilo tematico, la trattazione dell’amore rivela un’intensità volutamente moderata: la sua poesia si concentra sull’istante fuggevole e sull’imprevisto contingente, distanziandosi radicalmente dal coinvolgimento interiore, dall’adesione etica e dalla drammaticità passionale che informano, ad esempio, i versi di Saffo e, in parte, di Ibico.
In compenso, la tessitura lirica raggiunge vette di straordinaria agilità, pienezza ed eleganza formale. L’immagine poetica scaturisce con estrema fluidità e limpidezza, snodandosi lungo cadenze ritmiche di grande suggestione e palesando un magistero tecnico persino più complesso ed elaborato rispetto alla tradizione eolica saffica. A ciò si aggiunge una sopraffina perizia nella selezione lessicale: Anacreonte dimostra una maestria insuperata nella collocazione del vocabolo idoneo (sia esso sostantivo o aggettivo) nel contesto sintattico adeguato, massimizzandone la carica espressiva e conferendo all’oggetto rappresentato la sua più nitida fisionomia.
Diverge profondamente da quella anacreontica, ad esempio, la concezione dell’amore che si riscontra in Sofocle. Nel drammaturgo ateniese, colui che tenta di opporsi ad Eros — signore assoluto sia degli uomini che delle divinità — è bollato come insensato. Per Anacreonte, al contrario, lo scontro con Eros si risolve in un mero gioco intellettuale e distensivo, un’amabile ricreazione entro la quale non trovano spazio le categorie drammatiche della vittoria o della disfatta.
Appaiono incontrovertibili nella sua opera le componenti omoerotiche e pederastiche, favorite e condivise dallo stesso ambiente di corte di Policrate, ove la creazione poetica si intrecciava convenzionalmente con la celebrazione dell’amore efebico (la cosiddetta paidikē mousa / παιδική μούσα), eretta a codice tematico e quasi rituale. Emergono così le figure delicate e plastiche di Smerdio — per il cui affetto il poeta si pose in rivalità con lo stesso tiranno11, di Cleòbulo, del mite Megiste e di Batillo, al quale accenna Massimo di Tiro.12
Accanto alla tematica erotica13 si colloca l’elogio del vino: non già espressione di una gozzoviglia sregolata, come fonti posteriori sostengono,14 bensì manifestazione di un impulso genuinamente dionisiaco, fonte di una poesia bacchica dai toni suggestivi, sorretta da un linguaggio di rara efficacia figurativa e da un’ispirazione limpida. Su tale argomento si impone un proficuo confronto con la produzione di Alceo.
Sul piano metrico, Anacreonte ricorre ampiamente ai metri ionici; in particolare, la variante del coriambo o ionico anaclomeno (caratterizzata dall’inversione della seconda sillaba lunga con la terza breve) prese da lui il nome di anacreonteo. La lingua adottata è il dialetto ionico, permeato da non secondarie interferenze ed elementi del dialetto eolico.
Dei cinque libri che componevano l’originario corpus anacreontico, allestito dai filologi alessandrini, sono giunti fino a noi soltanto pochi frammenti. Di gran lunga più cospicua è invece la silloge delle cosiddette Anacreontee: componimenti d’età tarda e di autori vari che, diffusi sotto il nome del poeta di Teo, hanno contribuito a distorcerne la figura storica e la complessa dimensione concettuale, alimentando pregiudizi critici durati a lungo e difficili da sradicare.
Note al testo
- Il lessicografo colloca la nascita di Anacreonte all’altezza della LII Olimpiade (572-569 a.C.), sebbene sussista la consueta ambiguità terminologica tra i concetti di génesis (“nascita”) e akmé (“fioritura”).
- Cfr. fr. 24 Diehl (= 322 Lobel-Page).
- Strab. XIV 1, 30.
- Himer. Orat. XXIX 22; cfr. anche Strab. XIV 1, 16.
- Herod. III 125.
- La tradizione pseudo-platonica riferisce che Ipparco avrebbe inviato a Samo una pentecontera per condurre il poeta ad Atene (cfr. Ps.-Plat. Hipparch. 228b).
- In virtù di questo legame, il tiranno Crizia celebrò in seguito Anacreonte all’interno di uno specifico encomio (cfr. Athen. XIII 600d).
- Valerio Massimo (IX 12, ext. 8) riferisce la notizia aneddotica secondo cui Anacreonte sarebbe morto soffocato da un acino d’uva. L’episodio appartiene palesemente alla biografia favolistica fiorita attorno al poeta.
- Lucian. Macrob. 26.
- Tale immagine è presente soprattutto negli epigrammi dell’Anatologia Palatina, in particolare in quelli firmati da Leonida di Taranto e da Eugenio (cfr. A.P. XVI 306; 307; 308).
- Stob. Flor. IV 21.
- Max. Tyr. XXXVII 5.
- Cicerone (Tusc. IV 71) giungeva a considerare a sfondo amoroso la totalità della produzione anacreontica.
- Cfr. Max. Tyr. XXI 7; A.P. VII 24, 5 ss.
L'autore
- È nato a Thessaloniki (Grecia) e tuttora risiede a Plaghiari (Thessaloniki). Studi Classici e Giurisprudenza. Servizio presso il Ministero degli Affari Esteri. Studioso e traduttore di letteratura greca, di poesia in particolare, oltre che traduttore di poesia italiana in lingua greca. Circa 450 collaborazioni con riviste italiane e greche, nonchè siti internet su tematiche di letteratura, archeologia, etnologia (folclore), politica, religione, attualità. È autore del primo studio edito in Italia sulla canzone popolare urbana greca (Canzone Rebètika). È altresì in via di preparazione il correlato studio sulla canzone popolare rurale greca (Canzone Demòtica). È Membro Onorario della Società Ellenica degli Scrittori e Membro Onorario della Società degli Autori di Salonicco(Thessaloniki). Premio “Didò Sotirìu” 2021 della Società Ellenica Scrittori per l’opera di diffusione all’estero della letteratura greca. Premio 2026 della Società Traduttori Greci di Letteratura per il contributo a favore delle lettere greche.
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