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A rompicollo dalla Sicilia allo scontro

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Carl Gustav Jung definisce la sincronicità, le cui prime idee si devono alla saggezza cinese, a G. W. von Leibniz, ad Arthur Schopenhauer, una «coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo»[1]. Si tratta nel nostro caso di sincronicità, di una dimensione alternativa indimostrata ma documentabile alle tradizionali occasioni? È certo che Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti, avversari – ma il primo è ben più noto del secondo –, attori di dispute, nietzschiani da sponde opposte: demolitore il primo, avvenirista e ottimista il secondo, nient’affatto ultimo nella pars destruens, si ritroveranno insieme per pochi giorni a Fiume. Qui il Comandante vive l’avventura poietica di cui si scriverà e su queste vie Marinetti giunge il 15 settembre 1919. I due hanno già rivolto prodighe illuminazioni al sacro fuoco dell’Etna: complice e interprete di creazioni diverse. I tempi si accordano ancora una volta alla Grande guerra.

Per Fiume che non può sposare il suo aspro sovversivismo, per D’Annunzio che stima per necessità, Marinetti compone un poema che figlia emozioni gradite. Suo nella parola, nelle vibrazioni: «Scatta la febbre nella pneumatica fronte del Comandante che vuole partire ad ogni costo anche solo per Fiume»[2]. D’Annunzio sarà capo e poeta di una rivoluzione a suo modo politica, al suo fianco l’esteta-aviatore Guido Keller che di Marinetti è interessato lettore[3]. Ma quanto di detta rivoluzione sarà ripetibile quand’anche poco risolvibile, ovvero non esportabile?

Gli è che il Vate sembra legato a un avventurismo gestaltico ora teoretico ora teofanico[4]. Multiforme: pagano, dantesco, perfino borbonico. Laddove l’altro rifugge preclare analogie e ispirazione storiche ma non simboliche. Nonostante civetti con le più acute espressioni, il logos marinettiano mira alla conquista delle sponde di un semplice artificio. Vuol macchinizzare lo spirito adattando ritmi e ritualità al rumore di un aeroplano o di una (un) automobile. Baratri esistenziali, attinenze greche e fervori romani gli sono in punta di dottrina del tutto estranei. Ovviamente, non la rivoluzione.

Non si pensi che il Vate sia indifferente alle insidie dei motori. D’Annunzio celebra le macchine, più l’aeroplano che l’automobile, come acute profondità rivitalizzanti. Si tratta di dinamiche morassiane anche se melodicamente archetipiche, visceralmente utopiche. Forse che sì forse che no è romanzo vagamente futurista, perfino di ispirazione egiziana, celebrante un matrimonio uomo-macchina come slancio verso una nuova eroicità celeste. Epperò, contrappone un messaggio positivo, nel futuro, a un nudo demoniaco presente covo delle peggiori istintualità[5]. I due che attendono un futuro di prove e passioni, saggeranno l’ebrezza delle correnti aeree nel 1909. D’Annunzio andrà oltre l’ammirazione che gli austriaci nutrono per il “campione” Hugo von Hofmannsthal. Marinetti farà sue esperienze materiali, spirituali, artistiche d’inordinario, imitato pregio.

Facciamo ulteriore chiarezza. 1913. L’esperto Enrico Guazzoni gira Quo vadis? tratto dal romanzo del futuro Nobel Henryk Sienkiewicz. La pellicola piace e conviene imitarla. È il momento del musicista e inventore Giovanni Pastrone che crede nel cinema come arte e profitto. Il soggetto si spinge al III secolo a.C., non più al Cristianesimo delle origini. L’ispirazione proviene dal rude Emilio Salgari, da Cartagine in fiamme, e dal Gustave Flaubert di Salambò; un tocco o più di glamour da D’Annunzio che è riparato in Francia. Vuoi per soldi vuoi per altro, il Vate collabora a quello che diverrà il primo colossal italiano: Cabiria. I Cabiri sono folletti o figure divine dell’isola di Lemno, operai per Efesto dio greco del fuoco emarginato perché deforme. Nato da donna – Gazurmah eroe marinettiano che rovescia i riscontri ispirativi, è nato solo da uomo –, accolto da Teti dea del mare ovvero cacciato dal padre, il dio si ritrova nella quasi desertica Lemno. Forse figlio di Zeus, sicuramente di Era, poi marito di Afrodite, Efesto, il Vulcano romano, conosciuto come gran faticatore, strano per un dio, lavora i metalli e foggia le armi sotto i grandi vulcani della terra. Oggetto di pulsioni poetiche, l’Etna è la sua principale officina.

Cabiria ha successo mondiale, in parte ambientato in una Catania sommersa dalla lava, quindi a Cartagine, in Africa, nel periodo della Seconda guerra punica. Frutto di una combinazione di ingegni, il film anticipa di due mesi l’attentato di Sarajevo. Difficile dire quanto abbia contribuito il pescarese all’esecuzione di un capolavoro che è certamente dannunziano: le didascalie sono scritte di suo pugno, il titolo è suo, suoi i nomi dei personaggi.

9 ottobre 1911. Marinetti si è imbarcato coi militari italiani per ritrovare la sua Africa. E si è imbarcato in Sicilia. Per i cinquant’anni dall’Unità, l’Italietta già crispina, presuntuosa e sfuggente, si è fiondata in Libia. Le pressioni della piazza si danno per insostenibili, gli intellettuali offrono il meglio di sé. Il mite a tratti Giovanni Pascoli si auto-arruola tra i colonialisti della parola. D’Annunzio «si lasciò andare con la consueta enfasi a torrenti di poesia patriottica colma di allusioni storiche»[6]; compone il quarto libro delle Laudi per una guerra a cui assiste da lungi. In fondo chi si affretta ad amare e con sincerità il pescarese? Per Giovanni Papini, già futurista ovvero futurista «incompleto»[7], egli è oramai un poeta vecchio e stanco. Degno di un’Italia «di posteggiatori»[8].

Guerriero ed erede di una romanità miope e gaglioffa, l’italiano-medio si riscopre conquistatore[9]. Immagine di un’età con poca luce e legge, Giovanni Giolitti è il capo del nostro governo. Figlio del grigiore piemontese; scialbe sono le parole d’ordine – occasioni, burocrazia, potere – non meno delle scaltre, ineleganti azioni. Lo sviluppo tecnologico è colossale, il mondo conosciuto ne risulta trasformato; secondo una narrazione attuale: migliore. Certamente più piccolo. È l’esultate della prestazione bancaria, dell’affarismo; del borghese “gramscianamente” dalla parte dello Stato.

Giovanni Gentile è il filosofo che vuol fondare (finalmente) l’Italia. Una creazione filosofica come solo Platone avrebbe desiderato. Non particolarmente stimato dagli intellettuali, il siciliano ripropone l’incancellabile, onesta sentenza di Vittorio Alfieri: «All’udire certi gran tratti di quei sommi uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scaturivano dal vedermi nato in Piemonte…»[10]. La piemontizzazione della Penisola colma di sostanza il mesto annuncio alfieriano. I futuristi amano Torino, Giacomo Balla è figlio della città magica, epperò malgrado le rammentabili eccezioni, il Piemonte è indigeribile piazza d’affari – sconsigliabile la provincia – recinto di schematica correttezza in arte e poesia.

Il periodo eccessivamente positivista, poco sognante a dire della maggioranza degli storici, non sa offrirsi alle grandi imprese, al colpo d’ala avanguardista. E se lo fa, lo fa per intrigo o contronatura. La volontà del capo è comunque e ovunque decisiva. Interviene affinché l’indesiderato Marinetti, difficilmente censurabile – leggi: pericoloso – venga accettato a Tripoli come inviato del francese Intransigeant, in parte di proprietà del poeta. La notorietà apre infinite porte. La guerra Italo-Turca è faccenda tipicamente italiana: guerra di astuzie e informazioni. Origini e ragioni di una mal progettata avventura pescano nel mare di una complessità semiufficiale. Non ultime si intravedono logiche di equilibrio internazionale, di abituali compromessi, di comuni investimenti. Si potrebbe intendere come un quasi-affare. Una colonia di popolamento per siciliani ed emigranti, e se ben riuscita una carezza al popolo arabo, nient’affatto sgradita al Marinetti d’Oriente, che è altra cosa dall’oppressore turco.

Di chi sono i meriti, di chi le “colpe”? Posti in rilievo dagli storici dei nostri tempi, i moti per fare l’impresa rimandano a un altro siciliano. Catanese, Antonino di San Giuliano non è personaggio amatissimo. Tutt’altro che futurista anche se votato al progresso, uomo in carriera, ingranaggio perfetto del meccanismo arrivistico giolittiano. Nobile di cultura policroma al “nadir” delle aristocrazie, quando di essa si contano i soliti e solitari privilegi, si stimano le parentele borghesi. Nobile romanzato dal catanese di Napoli Federico De Roberto in prove narrative di spessore sociale e antropologico. Personalità non amata da Marinetti, ché ufficialmente triplicista e neutralista. San Giuliano è un poco ricordato ministro degli esteri, per taluni un precursore del nazionalismo fascista. L’impresa di Libia è affar suo, in secondo luogo di Vittorio Emanuele III e di Giolitti[11]. Perfino Giuseppe De Felice fondatore dei “Fasci siciliani”, altro catanese, sindaco o prosindaco nel mito e a lui politicamente avverso, sceglie di non opporsi all’evento.

Giungiamo così al compito marinettiano. Alla prova di resurrezione “politica”. All’iperbole tecnica: l’Aeroplano del Papa. Compito ultimato il 29 novembre 1911 nelle trincee di Sidi Messri poco lontane da Tripoli, in Libia. Fogli allucinati pubblicati in francese nel 1912 – Le Monoplan du Pape –, tradotti e presentati in italiano due anni dopo. Un viaggio futurista, una corsa letteraria a tappe immaginarie, un’opera nient’affatto minore[12]. La Sicilia – le campane di Palermo che bramano libertà dalla tradizione –, il detestabile Vaticano, l’elettrificata Milano, il Veneto, il confine orientale. Infine Trieste, la rossa polveriera d’Italia. La prima è italiana da mezzo secolo, l’ultima, altra ossessione del poeta alessandrino, non lo è ancora.

Romanzo a più voci in undici capitoli. Undici, come i punti del Primo manifesto. Numero segreto che opera in corrispondenza del nuovo. Un muoversi dei protagonisti, di Marinetti in specie, in uno spazio-inconscio orientale per modi e cultura. La cerca è destinata al passaggio rigenerativo, indirizzata ai simboli di un’infanzia a un tempo universale e individuale, trascorsa nella cedevole Africa. Alla definitiva costruzione di un ponte tra metafisica del fare e avvenire poetico. Di ciò la Sicilia sarà il più rilevante sostegno, asse portante di un Paese graziosamente adagiato sul Mediterraneo. Esotericamente presente. Per se stessa, per una nazione similmente narrabile, per talune inguaribili ferite; e l’Etna unione tra regni dissimili, come sineddoche di un’Isola-Continente illimitatamente dicibile.

Bellezza e dinamismo. Spazio e tempo piegati al volere d’un nobile visionario. Ecco le coordinate per alludere a un’opera, l’Aeroplano del Papa, che è puro pensiero avanguardista. Opera-programma che racchiude in sé i più alti compiti, come l’esaltata coda della balena di Herman Meleville. Nulla è più allettante di un’arte che contrappone se stessa al tedio borghese celebrando allo stesso tempo il “pericolo”, teorico e pratico, dell’industrializzazione di massa. Se la modernità fagocita l’arte è la stessa arte che, brutalmente, dovrà dirsi moderna[13]. Nulla è più dinamico, scrive Marinetti, di un «Motore» o di una sfida per di più «contro il vento»[14].

«Io sono il futurista possente e invincibile tratto in alto da un cuore instancabile e folle»[15]: agevole accogliere il poeta tra le anomalie delle italiche lettere. Non poeta-pilota, nuovo D’Annunzio, bensì semplicemente poeta-aereo: mitologico legame tra opposti. Un moderno che a tratti rifiuta l’άρχή, costante ombra junghiana. La semantica è nel darsi di un soggetto-plurale che guarda al futuro. Il responso è nei lumi di un uomo che tra esaltati desideri e accenti surreali, tra la volontà di Schopenhauer e l’inconscio di Sigmund Freud, si confessa figlio di un ente a tinte teatrali: l’Etna. Servirebbe ripensare al Gazurmah di Mafarka il futurista, il gigante, il nuovo Adamo nato dalla tecnica, lesto a subentrare al superuomo nietzscheano[16].

Romanzo profetico in versi liberi si legge. Il verso è fiore all’occhiello di Poesia, periodico marinettiano per prestigio, varietà, ambizione. Rassegna per divulgare la nobile arte dei verseggiatori, epperò intenzionalmente fuori tempo. L’assalto alla tradizione sembra cosa fatta: uno «scorcio sul crepuscolo fin de siècle» e una finestra sulla «tumultuosa realtà del nuovo secolo»[17]. Chiamiamoli culto della velocità, del macchinismo ed estro per la sincerità, che vale per lotta.

«Dovunque sotto i piedi la terra è piena di guerra! Dovunque si beve e si respira il soffio, la bava di innumerevoli cani arrabbiati!…»[18] strilla il poeta. Mai confondere arte e scienza, mai cadere nella trappola della πολυμαθία. La profezia, ideologica, è per un futuro di sangue e gioia. S’avvera se propedeutica allo scatenarsi di un conflitto – la Prima guerra mondiale –, non s’avvera se i valori borghesi non subiscono trasvalutazione alcuna, come auspicano regioni ideali e pratiche[19].

Guerra: quante ermeneutiche! Atto sovversivo a cui Benito Mussolini, contrario all’impresa libica, non ancora fascista, crede come principio di rivoluzione; ma guerra futurista, combattuta da uomini e da macchine tanto abili da rivelarsi senzienti. «Il mio motore risponde loro, aggressivo» continua Marinetti in un diluvio di accenti, «Nulla può trattenere la tua follia bellicosa, o mio monoplano da guerra!»[20]. Guerra salutare attenzione che regna e regnerà senza inciampi. Tale il pensiero marinettiano che Jung definirebbe, con saggia intonata espressione, malamente differenziato. Guerra sposalizio tra rivoluzioni, industriale e appunto tecnologica. Rivoluzioni delle nazionalità che dominano o si piegano, così si dice, al volere della finanza dei Rothschild[21]. Nulla si sottrarrà alla totalità della conquista e della vittoria. Si potrà essere meno espliciti? «Sputiamo, sputiamo sulla Pace, raflesia immonda dell’isola di Giava, fiore enorme delle foglie putrescenti, pieno d’acqua fetida in cui nuotano e si nutrono gl’insetti vischiosi che colonizzano le polpe infami dei cadaveri!»[22].

«La pace imputridisce, ma la guerra guarisce!…» è il motto degli studenti che Marinetti convoca nell’Aeroplano del Papa. Speranza e certezza per il futuro, si appellano essi ai “dannati della terra”, pederasti compresi. Genuini successori dei senatori del regno, è necessario si pronuncino in luogo dei tristi padroni del mondo. Teatri di guerra e protagonisti si moltiplicano, si urtano, si tengono. Come il Dio di Friedrich Nietzsche gli innocenti scompaiono. Cosa scrive nel 1915 Freud radicato nel positivismo, che matura nella rivolta alla tradizione, che certamente non può dirsi futurista? «L’indagine psicologica, o più propriamente psicoanalitica, ci indica piuttosto che la più profonda essenza degli uomini è costituita da moti pulsionali che sono di natura elementare»[23]. La guerra è un ritrovare momentaneo i caratteri simultanei della non civiltà.

Psicoanalitiche oltreché liriche – per chi ha dimestichezza con le opere del viennese e dell’alessandrino – le affermazioni marinettiane sull’equiparazione tra sesso e guerra. Sulla relazione tra pulsione di vita ed élan autodistruttivo. Esasperanti più di quanto si dirà dopo la Grande guerra, allorché appariranno i rifugi destrutturanti del sogno e della rimozione. Nel Romanzo profetico il poeta parla ai lavoratori pacifisti: «Credete dunque che sia superiore, e ragionevole, e saggio, ciò che fate ogni notte?…. Che cosa sono le battaglie convulsive a cui vi date, a colpi di grossolano piacere, sul corpo vile e stupido della vostra femmina sventrata, che invariabilmente inchiodate sul letto con un gran chiodo piantato fra le cosce? Non è, anche questa, violenza, brutalità, lotta accanita, sanguinosa aggressione notturna, con sudore e morsi, perché alla fine dell’anno la vostra sposa abbia squarciato il ventre dall’obice d’un cranio neonato, il quale, venendo alla luce, non può che lottare e ferire … Io vi propongo di lottare e morire per una parola divina: Italia! Italia!»[24]. In un mondo di unità di pensiero e azione, Marinetti è homo pugnans in piena regola. Vita e morte dimorano all’interno della stessa teorica.

Dalla parte di un’élite dotata di conoscenze tecniche, ma antimonarchico. Fa sue due avversioni: al parlamentarismo, ai ceti di tradizione borghese. Detesta mollezze e astuzie falsamente rivoluzionarie, antepone a esse coraggio e violenza. Domina un piano pratico che dal rifiuto conduce all’attivismo, transitando per la sorda indifferenza. È libertario per istinto ma pone al primo posto la nazione. Non un’idea latamente moderna bensì una peculiare produzione muscolare e bellica. Come il Novecento esige: attuale, ideale, pratico. «Si deve soltanto agire!» spiega[25]. I “Fasci di Combattimento” si ispireranno a talune idee marinettiana anche se più che animale politico – la politica non dovrebbe corteggiare la tecnica – il poeta è oratore sprezzante e litigioso. Catturato dalla prassi quasi-totalitaria del Duce, il Nostro non cesserà di autoproclamarsi guida. La sua esperienza sarà esempio di vera e propria capocrazia ovvero ancora capolatria.

Aldo Palazzeschi lo vorrebbe (solamente) artista, ma arte e vita avanzano per lui sul binario della passione. Denominatore: la lotta e appunto la guerra. In spirito è un poeta risorgimentale, mazziniano, garibaldino, finanche verdiano. Morassianamente, confida in un’intesa con la galassia socialista-massimalista per diffondere il virus patriottico in seno alla classe lavoratrice. Spera che gli operai, e con essi il lumpenproletariat, cessino di dirsi pacifisti, si augura che scaltri sabotatori che si dicono sindacati lascino da parte i trasporti. Operai e sindacati, muro portante del Paese e sostanza, anch’essi, di un futuro in parte già scritto.

L’anticlericalismo fa da scheletro all’Aeroplano del Papa. Quello che tocca la fede cattolica è argomento per adolescenti, anzi la fede stessa conduce l’umanità verso il «gran nulla dei paradisi sognati»[26]. Chiara la lettura di Nietzsche, chiari, anche se involontari, i riferimenti a Freud. La tradizione più comune è consolidata: crispina, garibaldina, ma il patriottismo rifiuta l’internazionalismo stagionato, leggi: marxiano. Marinetti studiacchia l’autore di Treviri ma la lotta di classe come ragione unica non lo entusiasma; se il socialismo non è inflessibile calcolo – laddove il comunismo è morbo – il maggior nemico indossa ancora e con orgoglio l’abito talare. L’anti-italianità pretesca si nasconde nel modernismo di Romolo Murri: una presa in giro, una pallida imitazione dello stesso futurismo[27]. Un nemico insidioso, seppur Pio X, amico dell’Austria, vittima del Romanzo, sia a dir poco maldisposto verso una Chiesa aggiornata.

Dell’anticlericalismo si produce una lettura simbolica nata dalla trama del libro. Il vulcano espelle lava e la lava fa quel che deve: brucia. Fuoco dunque, già elemento simbolico per Eraclito mente dei paradossi. L’uomo del divenire, di ciò che è e non sarà più. L’uomo della guerra come legge suprema. Il Cristianesimo tratta il fuoco come essenza e testimonianza demoniache, ma per la scienza sacra è il fuoco a dare forma alla materia. Chi lo controlla si scopre padrone delle energie divine, compete con chi ha vita da offrire. Abbracciare i temi del vulcano, dei pericoli e delle risorse, conseguentemente battersi col pensiero cristiano fin nelle fondamenta, è già un ambizioso programma.

Da una parte etica del ceto produttivo, liberale ed egoista per natura. Dall’altra, socialismo ipocrita, auto-illusorio, pecoreccio, rigorista ma diviso, ai cui alfieri Marinetti dedica la tragedia satirica Le Roi Bombance, prima opera di peso. Da un’altra ancora, abitudine al moralismo tossico, alla fede. Ma c’è un’altra via. Marginale, rischiosa: le coordinate teleologiche sono dibattute e i confini frastagliati, epperò è il percorso intrapreso da Marinetti, l’esatto contrario del gradiente junghiano. La violenza è denominatore di una generazione colta, la generazione della lotta, dei conflitti: ineliminabili. Ed è ciò che si scrive prima e dopo il fatale 1914. Enrico Corradini con tanto di idee sulla guerra collabora all’esperimento di Poesia. Georges Sorel cambiando ciò che si deve andrebbe definito filosofo influencer, cosa dire allora di Henri Begson, Nobel antimaterialista e genitore dello slancio vitale, di cui Marinetti è lettore appassionato?

Appare su Poesia Morasso, spesso dimenticato. Singolarmente in anticipo su Freud laddove celebra l’istintualità conservatrice. Le idee sulla macchina offrono base ideologica al futurismo. Seducenti, politicamente scorrette le invettive contro la società di massa e il socialismo livellatore[28]. Morasso è un eclettico decadente, un Sorel italiano che concede spazio alla necessità dell’inverarsi del mito in luogo della priorità assegnata all’azione. Morfologicamente, strutturalmente il Novecento inaugurerà un’era nuova: tra le insolite virate il gemellaggio arte-macchina a tutto vantaggio del culto della potenza, con un esito in parte risolvibile nella stessa poetica narrazione.

Quanti capitoli introduce la complessa personalità del poeta? Due forse? Disfatte come la Grande rivoluzione e la Grande guerra portano ai vertici cumuli di elementi nuovi. Non uomo da ancien régime – Marinetti è tutt’altro che reazionario – ma personalità che abbraccia l’evento che sdrucisce le ultime maschere: la Prima guerra mondiale. Se il primo catastrofico segnale – la Rivoluzione francese – fa a pezzi il placido vecchio regime, il secondo schiude le porte alle tensioni materiali e spirituali della bruta massificazione. Il terzo chiude il cerchio della metafisica della civiltà e inaugura l’èra dell’AI. La vittoria della tecnica. L’automatizzazione al governo delle istituzioni, degli affari, della prassi securitaria. Ultima delle rivoluzioni industriali l’AI è rottura del limite umano come dominio della pura virtualità.

Della tecnica – tra tesi, vicissitudini, vaticini – Marinetti è impreteribile cantore. Di più: «arrivò a ipotizzare l’avvento di tecnologie all’epoca ben lontane dall’essere in divenire e a precorrere nella pratica quotidiana bisogni, costumi, stili di vita, linguaggi che sarebbero diventati di esperienza comune solo un secolo dopo»[29]. Da avanguardista tratta la questione sovrana circa le decisioni del compiersi dell’atto: umane o non più umane? Politiche, dunque umane, totalmente altre? Non toccano il poeta (non dovrebbero toccare il poeta) le incombenze di un mondo fuori controllo. Il Novecento ha liberato i demoni improponibili delle forze umane e tecnologiche. Il nuovo millennio detta le conclusioni: la pandemizzazione del lavoro, perfettamente compresa da Ernst Jünger, la caccia a un benessere astratto e irraggiungibile. Dopo le trincee, dopo Hiroshima, la guerra non può dirsi “giusta”, ma distruttrice. È la sconfitta del verbo agostiniano, e con esso del valore o volere umano.

La civilizzazione, vecchiezza per Oswald Spengler, è un bias o giudizio sistematico concernente quell’oneroso enigma che è la kultur. Il logos patisce l’attacco di più profonde significazioni, le forme conosciute del sociale sono tra le possibili variabili nell’esistenza dei popoli, di bocca in bocca viaggia il Pragmatismo come filosofia destrutturante del creare e del divenire. È il comportamento, qualunque esso sia, a seguire gli istinti: Emanuele Severino interpreta Nietzsche come freudiano ante litteram. I valori mascherano l’utile che obbedisce al principio di conservazione. Un procedere che allontana dal vero dimenticato, che riduce la ragione a un mausoleo della menzogna levatosi su mesti artifici ideologici. Per Zarathustra, nobile sentenziante: «l’uomo è un essere senza forma, un materiale, una brutta pietra che ha bisogno dello scultore»[30]. A chi vuole, la decostruzione offre giustificazioni sintetizzabili col motto del sì alla vita.

«Orrore». Con un termine alfieriano tutt’altro che appagante, si apre l’Aeroplano del Papa[31]. Non l’orrore della guerra di cui oggi trattiamo, ma l’orrore della pace e del chiuso di morte. È necessario fuggire dalla “comoda” stanza del pensoso poeta. La rinascita di un organismo nell’inconscio mediterraneo-archetipico, non rimanda all’incontro romantico con la natura, l’uscita dalla caverna si produce, nella realtà, con la contemplazione tutt’altro che ascetica del Motore. Con la distillazione delle cause aristoteliche della poetica e della lotta futurista.

Marinetti chiude il Romanzo profetico in versi liberi due mesi dopo l’inizio della guerra. Che è guerra vera. Una benedizione per chi si lascia affascinare dalle ragioni irredentiste, dai miti generalmente d’ogni tempo, dalle teorizzazioni agostiniane in veste di attenuanti. Una medicina per le ansie di riscatto, per la difesa morale degli esuli, per i disonori in Africa Orientale. Il poeta non può non affidare alla penna la spinta del proprio entusiasmo. Se così si vuol dire, è felice per l’Italia che verrà.

Ritrova l’Africa che ama e continuerà ad amare. Lì dove nacque e dove la stessa avanguardia germogliò. Dalle imprese del re di Tell-el-Kibir grande collina che si affaccia sul mare, Mafarka-el-Bar, protagonista del gran romanzo futurista: bizzarro, simbolico, scandaloso. Nietzscheano seppur lo stesso tedesco – dirà Marinetti – lo convinca punto. Passatista, come lo è D’Annunzio, uomo da biblioteca, antico greco e quant’altro. Mafarka il futurista è manifesto della religione della volontà e della metafisica del fare, che anticipa il primo Manifesto – quello del 1909 – se si vuol considerare la fase progettuale[32].

Come in parte anticipato, legami e relazioni tra i poeti sono illogici, umorali, d’essenza mutevole. Il Vate è artista irrefrenabile, se non può o vuole insultare l’alessandrino, lo snobba. Marinetti sfiora il repertorio lessicale dell’anziano poeta – ne oltrepassa le qualità propagandistiche – ma non ama i prodotti della più pura classicità. Nonostante gli argomenti premano l’uno sull’altro, i codici prosodici sono distanti, epperò comunicare con figure archetipiche, con materiali velatamente sacri, consci o inconsci, riesce operazione per tutti indispensabile.

In Africa Marinetti respira più colera che guerra. Quando calpesta la sabbia tripolina il traguardo sembra già ottenuto. Sul modello francese-tunisino Carlo Caneva ha offerto ai locali un protettorato, una sorta di illusione erga omnes. Ma la controffensiva turco-araba ha un nome e una data: villaggio di Sciara Sciat, a est di Tripoli, 23 ottobre. È una strana guerra: pochi giorni dopo il Savoia pone sotto la sovranità italiana Tripolitania e Cirenaica governate dalla Sublime Porta dal 1835. Particolare “insignificante”, le truppe ne controllano una piccolissima parte. Una strana guerra, ma pur sempre da record: in Africa palestra di conflitti mondiali e prima tra le altre nazioni, l’Italia ha utilizzato l’aviazione da guerra.

Due le opere che nascono, opere singolari. Si direbbe che l’intera opera marinettiana sia sfida al conformismo. Opere che il poeta pubblicherà dopo aver lasciato la Quarta sponda, molto molto presto. Entrambe del 1912: La Bataille de Tripoli, La Battaglia di Tripoli, raccolta appassionata delle corrispondenze di guerra, e appunto Le Monoplan du Pape. Anche la prima è in francese: lingua madre del papà del futurismo. Nulla a che vedere col paroliberismo del Manifesto tecnico della letteratura futurista, divenuto realtà superiore con la battaglia di Adrianopoli, con Zang Tumb Tuuum, nuova “visita” alla Sicilia. Linguaggio difforme che è compiuta rivisitazione critica d’una pensabile profondità umanistica, ma anche personalissima interpretazione della filosofia della vita – un quasi arcipelago di posizioni – a vantaggio dell’esperienza, del bisogno modernolatrico di non indietreggiare.

Marinetti parteciperà alla guerra tra turchi e Lega balcanica ancora da inviato: non vuol mancare l’appuntamento col celebre assedio. Una descrizione temeraria, possente, eccitata, la sua. In crescendo: «Macerie di Messina nello stretto     terremoto di muraglie-fango … MESSINA Messina improvvisazione prova generale di una città che sta per andare in scena … presenza del terremoto lottatore stanco dormente sulla soglia   fumo del vulcano appello lanciato ai vesuvi stromboli … Messina     velocità d’automobili verso Catania … cono dell’Etna indaco insenature promontorii torrefazione scoppiante + velocità + ferocia delle gomme polvere carbone della strada sete sete del caucciù cactus»[33].

Tripoli. La lezione simbolista impone le sue regole: realtà e finzione l’una per l’altra; mai prive di sfondo o a corto di iniziativa. La battaglia dalla parte delle armi, la guerra di un trentacinquenne poeta dei materiali, delle mitragliatrici, degli obici, in elegante anticipo sulle prove d’autori d’altra (s)fortuna. Inno orgogliosamente antipacifista anche se Marinetti non ha fatto il servizio militare e non ha esperienza di guerra; è la ragione per cui nessuno lo ha arruolato nell’impresa di Libia[34].

Il battesimo del fuoco non può non avvenire in Africa. Prima patria, prima del suolo italiano, patria contemporanea del futurismo. Qui è possibile cantare i proiettili «educatori e buoni consiglieri»[35]. Zang Tumb Tuuum, anche il poeta spara: non il solo civile, non l’unico patriota a desiderare che molto sangue scorra[36]. Le esperienze di guerra sono lava incandescente, anche se la Prima guerra mondiale sarà ben altra cosa. Nel cuore della celebrazione dei mezzi, delle azioni sfrontate, l’Africa si fa scena di un tempo teatralizzato a lingua di scrittore. Di nuovo: modi retorici danno forza al Marinetti noto, consolidano la fama di un creatore che destina (molto molto) spazio alla guerra, alle emozioni simboliche: «Oh! gioia di lasciar salire il proprio cuore fino allo zenit, mentre sotto di noi le trincee brulicano silenziosamente, coi loro cannoncini tarchiati, mastini alla catena immobilizzati nel loro slancio, a bocca aperta sulla nerezza pallente del deserto!»[37].

Claudia Salaris è un’ottima storica delle avanguardie. Da un lavoro sull’impresa di Fiume, nel 2025 è stato tratto un film non per il grande pubblico, forse non ben riuscito[38]. Cito la studiosa moglie di Pablo Echaurren, per introdurre l’Isola: «Marinetti … ha avuto sempre una notevole attrazione per la Sicilia, che ha considerato come una sorta di polveriera di impeto e passionalità, a cui far riferimento per bilanciare i rischi d’un certo algore, contenuti nel suo progetto tecnologico e superavvenirista»[39]. La Sicilia e Trieste: polveriere dello Stivale! La questione del bilanciamento è ben posta anche se, in linea di principio, la faccenda si rivela assai problematica: Nord-Sud dell’Italia e di buona parte del mondo, delicato equilibrio tra categorie, i temi futuristi ne ricalcheranno le particolarità.

Da una parte Milano, tipico esempio, patria del futuro, capitale del dinamismo, città che battezza per la prima autentica volta il Marinetti aviatore[40]. Dall’altra la Sicilia, terra primitiva a due passi dall’Africa, culla di poetiche analogie; la prima Italia che Marinetti incontra dopo la separazione da Alessandria. Dall’altra parte, ancora, l’inevitabile risorsa della mediterraneità, il fervore, l’aspirazione al fatto. Il mistero o dominio del percepibile, il numinosum. Per Franco Ferrarotti, maestro senza tempo, l’uomo marinettiano, parte della macchina, è protagonista di un futuro già nato. Gli è che Marinetti, africano d’Italia, è qualcosa e qualcos’altro insieme: si autorappresenta come macchina, ovvero machina-uomo; si pensa come primitivo, poeta, guerriero-operaio, epperò reale, magico e oltraggioso, in un futuro-attuale. Il poeta non può non fuggire i dissimulatori: «Nessuno osò, prima di me, colmare il nero fossato delle profondità incalcolabili che divide il gran regno animale dal regno meccanico, tutto velato di fumi!»[41]. Le avanguardie ripudiano il Romanticismo, la natura già sposa dell’uomo, in favore di un artificio sensualistico; volgono se stesse a vantaggio dell’assurdo, del salto nel buio nell’inconscio guerresco: esso sì nuova arte[42].

E la Sicilia? In punta di penna più e più volte protagonista. La Trinacria è terra di poesia, di prose e prosatori in relazione dialettica, tesi-antitesi-sintesi: affermazione, negazione, risoluzione delle contraddizioni, con le attitudini artistiche. Modelli “classici”: Giovanni Verga e Luigi Capuana, tutt’altro che detestati dai futuristi; ma con Giuseppe Antonio Borgese, altro elitario, critico ironico e solerte[43]. Come esempio di condizione indiretta e… naturale, basti ricordare l’intervallo di tempo che unisce l’11 o 15 ottobre 1908, giorno dell’incidente che influenza la compilazione del Manifesto, così a dire di Marinetti, al 20 febbraio 1909, data della pubblicazione del documento su le Figaro.

In mezzo, a fine dicembre, il terremoto di Messina che dimezza la popolazione del capoluogo e che il poeta non dimentica. Per un evento naturale, il massimo lutto italiano e probabilmente europeo d’ogni tempo. Marinetti è costretto a rimandare la pubblicazione del documento, di gran lunga il manifesto più noto; impiega le settimane nelle attività di propaganda. Impegno che in verità gli riesce bene. Non solo Messina, l’intero “continente” siciliano verrà costantemente tenuto d’occhio dal poeta certo di ottenere attenzione per il proprio movimento[44]. La fine del mondo? Il più grande evento artistico di sempre, chissà.

Marinetti si imbarca a Palermo, e tre giorni dopo giunge a Tripoli. La Sicilia «nuovo cuore d’Italia»[45], dà fuoco alle menti: «O Siciliani! O voi, che fin dai tempi brumosi notte e giorno lottate a corpo a corpo coll’ira dei vulcani … Voi mi somigliate, Saraceni d’Italia dal naso possente e ricurvo sulla preda afferrata con forti denti futuristi!»[46]. Malgrado la rigidezza, che è rigidezza di aristocrazie, di fede, di inesperienze – aristocrazie del bello, che cedono il passo allo straniero, al borghese che perdona i propri anni, che allontana la sfiducia, se può –, la Sicilia resta margine verso l’altrove, faro per ispirazioni, dolori e pregiate seminascoste scritture. Aristocrazia e borghesia che hanno un nome: Franca Jacona di San Giuliano moglie di Ignazio Florio, immagine anche dannunziana; nobile per nascita e borghese per matrimonio, dice Leonardo Sciascia. Lui è un visionario come pochi, lei è la first lady italiana, di più: siciliana ed europea. Con padronanza di modi e culture, una diversamente Parigi, Palermo, già offesa, non solo essa, da un’Unità grossolana e violenta, anni dopo definitivamente radiata dal danaroso e arido jet set[47].

E in Sicilia l’innamorato Marinetti, amico del principe-aviatore Ignazio Lanza di Trabia, nipote di Florio[48], ritrova armonia e favori, materiali e incorporei: «Ho per complice lo stretto di Messina che sonnecchia all’alba, allungato bianco e liscio come un gatto d’Angora….. Ho per complice lo stretto di Messina, col suo aspetto stanco di materasso di seta color turchese, e con le dolci parole arabe ricamate dalle scie delle nuvole e delle pigre vele, tessute, suppongo, in silenzio, con un filo d’argento sulla veste del mare»[49]. E la Palermo d’orata, ricovero d’armi e mezzi per l’offesa, ha rivolto il saluto ai combattenti tripolini, al loro cantore. A Marinetti o all’aeroplano stesso, che sognerà di catturare il papa viaggiando per mari e per terre. La Sicilia ancora goetheana, si parva licet, teatro affollatissimo del colpo di scena; non più interprete sulle orme del passato, dice Marinetti, non più natura o non solo natura, ma futuristicamente madre di rinascenze; da osservare, da cantare con voce spiegata. Elementare e avveniristica, africana e italiana. Wolfgang Goethe ha visitato Palermo tre lustri (e qualcosa) prima della morte di Alfieri, e alle sentenze si attribuisce peso equivalente: scorretta, incoordinata, motivante l’Isola; intollerabile, autoreferenziato, spiritualmente malsano il Piemonte.

Un viaggio. Che vorrebbe unire un Paese, anch’esso non più natura bensì maschera – unico è però il mondo dei rumori e dei clamori –, unirlo più di quanto l’Italia liberale abbia saputo fare. Un viaggio come un addio alla vita trascorsa. In un Paese antropologicamente incolore nato all’ombra del Regno sabaudo, cresciuto tra silenzi e violenze. Un viaggio soprattutto tra simboli, tra favolose affinità tra eliche e rose africane[50]. Perfino nei pensieri, commossi, di mamma e papà: mamma acqua cioè mar Adriatico e papà vulcano cioè monte Etna. Una visita alle montagne: possenti vie del divino, vie della suprema saggezza. Per mare. Alleato e madre prediletta per Jung. Un viaggio che è abbandono della terra, del lavoro, come per lo sradicamento di un albero che, ribelle, va incontro a un altrove[51]. Un viaggio di filosofie per uomini già desti, non incarcerati dal sonno borghese.

Sorvola il mar Adriatico, si dirige verso l’Etna, Marinetti. Dedica a essa i versi più belli del Romanzo profetico: «Monti di bel velluto color granata, mobilia sgargiante di tragico lupanare, vetrine arabe traboccanti fuoco…. Qui c’è di tutto! Poiché il vulcano è la sintesi e la genesi d’ogni poesia, E noi divertiamoci, cuore-motore, a volare su questi numerosi teatri all’aria aperta….»[52]. Cos’è un vulcano se non un combattente, padre di un puro strumento di lotta: il poeta stesso, che pilota un aeroplano con ali di fiamma? Un padre che baciando il proprio figlio offre alla discendenza l’onore di lanciarsi contro il nemico austriaco[53]. Un padre buono che acconsente alle relazioni carnali tra parti di natura, quindi di cielo. E al vulcano-padre il poeta continuerà a ispirarsi. Vulcano: altra opera solare e lunare, plastica; scritta per il teatro, ambientata alle falde dell’Etna. Testo immaginifico[54], trama labirintica pronta a sfidare Le Roi Bombance. Spazio d’arte “totale”, di autore ancora indomito, tra comuni tracce simboliste e spruzzate di solido realismo. Qui apparirà il celebre conosciutissimo motto: [Sicilia] Il colorificio del cielo[55].

Adesso però c’è un compito indispensabile, per anime futuriste: volare in Vaticano, rapire l’«agente di cambio della Borsa delle anime»[56]. Il papa: «fraudolento commissario di Cristo»[57], primo nemico degli italiani. Catturarlo mercè l’utilizzo di un robusto congegno: «Come una forte gru metallica, io svolgo tra le mie due ruote una catena di ferro, munita d’una trappola a molla, e la calo entro la stiva del Vaticano!… Braccio nodoso, chela di granchio mostruoso…»[58]. Rapimento preceduto e seguito da irripetibili offese. Fin troppo avanguardiste: «Che fetida atmosfera! È il tuo alito, o vecchia asmatica foca … O Papa, carceriere della terra, o sorcio mostruoso delle fogne del cuore, vecchio scarafaggio nutrito d’immondizie, pistillo osceno nella corolla d’una veste talare, battaglio di campana funerea!»[59].

Sorvolare San Pietro dunque, imitando l’aviatore André Beaumont, pioniere dell’aviazione (ma questa è storia), che saluta il Vaticano sotto lo sguardo compiaciuto di Pio X. Rapire il Santo Padre, il corvo, lasciando che rimanga a penzolare incredibilmente sul nulla. Andare incontro alla nemica Austria – nemica del poeta ma alleata del Paese! – impegnandosi in azioni di guerra. L’uno e l’altra simboli di un morto potere, perché morto, inservibile, per Marinetti, è il Cattolicesimo. Un compito in più attende il poeta: «O soldati d’Italia! … Io sono sopra di voi, come un faro, la cui lente sovrana raccoglie i minimi fuochi della paura e li trasmuta in grandi proiezioni di coraggio»[60]. Un compito rischioso, volare fino a Vienna. Volo che D’Annunzio, Iterum Rudit Leo, non soltanto sognerà. Compiuto nell’estate del 1918, con migliaia di volantini propagandistici. Proprio alla maniera futurista.

Ma a Monfalcone, per così dire, il ciclo si chiude. Una battaglia di mezzi, navi, treni, automobili, sottomarini, uomini e cavalli; gas, mitragliatrici, cannoni, granate e shrapnels. Una battaglia moderna. Con colori intensi, elementi smodati o pazienti. Un caos esaltante, brulicante di militari, eroi, di garibaldini (sempre utili!). Paesaggio di morte, stabilimento di distruzioni di un vecchio mondo, di costruzione di una nuova èra. Marinetti sceglie un registro espressivo solo a tratti persuasivo, rispondente alle simboliche strutturazioni di un Egitto sacro, un doppio di predominanza antropologica epperò modestamente individuato. Sboccia una nuova èra insomma, dall’epilogo del Romanzo profetico, il tuffo anti-battesimale del papa trevigiano nell’Adriatico, non mare ma lago, a breve distanza dai volti sbiaditi delle truppe nemiche.

Che viaggio è quello del poeta? Tra natura e ricordi, anime morte e inevitabili stelle. Alla velocità che si addice a un futurista in compagnia dei materiali, di un altro se stesso. Un viaggio contro il tempo ma per un nuovo tempo, come solo il più cupo Jünger col suo Arbeiter avrebbe concepito: «O Tempo ti sputo in faccia!… Tu che sei il più odiato e il più tremendo di tutti i nostri nemici!… So che la mia velocità e la mia febbre t’irritano!… Ed è perciò che accelero il polso del mio motore!»[61]. L’Io e l’Altro come parti di una stessa anima[62]: l’una critica e profonda l’altra bizzarra e passionale. Poeticamente: «Il mio genio caparbio e il mio libero motore!…»[63].

È l’espediente che il poeta adotta per parlare della τέχνη, tema per quei tempi e per quei tipi per nulla ovvio. Poco considerato per la grammatica marinettiana. Il poeta si fa tecnico ma quest’ultimo è già poeta. Come Prometeo sottrae il fuoco a Efesto ma la manipolazione del mondo, in versi, è ben altra cosa dai fermi attributi prescientifici. Manipolazione quantitativa ed hegelianamente qualitativa.

Quasi incredibile a dirsi. Accenti che ricordano Albert Einstein: relatività circa il contesto in cui si misurano distanze e intervalli. Epperò, Marinetti si trasforma in spia dell’essente, astrattamente in anticipo sul filosofo della Questione della tecnica. Chiama la «Legge» o il «Destino» al banco dei testimoni della propria impresa, trattando l’una e l’altro come evento[64]. L’invocato progresso obbedisce a una prospettiva oltreumana che si annoda a un paradigma né (appunto) umano né solo meccanico, bensì complesso nel suo darsi contemporaneo.

Il Nostro è autore a cui l’Oriente non è sgradito. Concludiamo rilanciando il quesito junghiano circa la relazione calda tra Islam ed èra della tecnica – cosa sarà del primo nella seconda?[65] – mostrando le contraddizioni marinettiane nel dominio della conoscenza, delle civiltà. Incoerenze di un uomo che operando all’interno di una bolla umanistico-scientifica, rottama l’afflato introspettivo-introversivo del verso. L’artista, ignaro, glorifica tecnica e poesia in un contenitore unico e possibile. A trionfare è il codice della porosità. La prima, sempre e solo ripiegata su se stessa, valuta successi parziali, ovvero «non dischiude orizzonti di senso»[66]. Si ciba di se stessa, della propria essenza, partorisce se stessa, la propria essenza.

Come la politica, la poesia è antidoto al moderno, al trionfo del metodo scientifico. Oggi rappresentato dall’AI, dai suoi sostenitori, dai miliardari tech, estremisti e moderati. Secondo specifici rilievi circa la velocità transumana, dispongono essi dell’utilizzo di macchine e idee. Spiritacci da “èra dell’Acquario”, allungano le braccia tentacolari all’avanguardia del 1909[67].

Marinetti nega il primato etico-estetico del verso, ponendo attività scientifica e risorse umanistiche sul piano corruttibile dell’ente. Dando risalto alla macchinizzazione dello spirito. È il successo di quello che Umberto Galimberti, che ovviamente non cita il poeta alessandrino, chiama «inconscio tecnologico»[68]. Dottrina che si estende oltre Freud, precorre i tempi e introduce questa volta i temi di Martin Heidegger.

marcoiacona@libero.it

Bibliografia essenziale

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[1] Carl Gustav Jung, L’Analisi dei sogni, Gli Archetipi dell’inconscio, La Sincronicità, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 205.

[2] Filippo Tommaso Marinetti, Poema di Fiume, Eclettica edizioni, Massa 2019, p. 19.

[3] Gino Agnese, Marinetti. Una vita esplosiva, Camunia, Milano 1990, p. 260.

[4] Roberto Tessari, Il mito della macchina. Letteratura e industria nel primo Novecento italiano, Mursia, Milano 1973, p. 156.

[5] Roberto Tessari, Il mito della macchina, cit., pp. 185-187 e 196.

[6] Denis Mack Smith, Storia d’Italia. 1861-1958, vol. II, Laterza, Bari 1964, p. 442.

[7] Luciano De Maria, La nascita dell’Avanguardia. Saggi sul futurismo italiano, Marsilio, Venezia 1986, p. 89.

[8] Giovanni Papini, Stroncature, Vallecchi, Firenze 1978, pp. 47 e 49.

[9] Denis Mack Smith, Storia d’Italia, cit., p. 437.

[10] Vittorio Alfieri, Vita, Fabbri, Milano 2003, p. 116.

[11] Marco Iacona, Oh che bel Castello (intervista a Gianpaolo Ferraioli), in Marco Iacona, IndeliCatania. Storie e filosofie di una città al minimo, Algra, Catania 2022, pp. 19-34.

[12] Andrea Parasiliti, All’ombra del vulcano. Il Futurismo in Sicilia, la Sicilia del Futurismo, iris.unict.it/handle/20.500.11769/582050, p. 224.

[13] Roberto Tessari, Il mito della macchina, cit., p. 47.

[14] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa. Romanzo profetico in versi liberi, All Around, Roma 2023, pp. 7 e 35.

[15] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 17.

[16] Marco Iacona, Riformare il mondo. Tutt’intorno al giovane Marinetti e al primo Manifesto futurista, Algra, Catania 2019, pp. 41-46.

[17] Claudia Salaris, Marinetti. Arte e vita futurista, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 34.

[18] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 45.

[19] Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario, Mondadori, Milano 2009, pp. 138-139.

[20] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 32.

[21] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., pp. 69 e 78.

[22] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 29.

[23] Sigmund Freud, Il Disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 41.

[24] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 93.

[25] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 88.

[26] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 65.

[27] Gino Agnese, Marinetti, cit., pp. 105-107.

[28] Roberto Tessari, Il mito della macchina, cit., p. 62.

[29] Simona Cigliana, “Tutto dovete sperare dall’Avvenire”. Marinetti e il mondo del futuro, tra profezia e fantascienza, in Antonio Saccoccio, Roberto Guerra (a cura di), Marinetti 70. Sintesi della critica futurista, Armando, Roma 2014, p. 23.

[30] Friedrich Nietzsche, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, Adelphi, Milano 1991, p. 109.

[31] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 7.

[32] Marco Iacona, Riformare il mondo, cit., p. 45.

[33] Filippo Tommaso Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Mondadori, Milano 1968, pp. 565-570.

[34] Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti, cit., p. 137.

[35] Filippo Tommaso Marinetti, La Battaglia di Tripoli, https:\\archive.org\details\marinetti-la-battaglia-di-tripoli-1912-edizione-delle-famiglie-dei-morti-e-feriti-in-guerra\page\n7\mode\1up, page 30/34.

[36] Gino Agnese, Marinetti, cit., p. 117.

[37] Filippo Tommaso Marinetti, La Battaglia di Tripoli, cit., page 8/34.

[38] Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, il Mulino, Bologna 2002.

[39] Claudia Salaris, Sicilia futurista, Sellerio, Palermo 1986, pp. 9-10.

[40] Gino Agnese, Marinetti, cit., p. 257.

[41] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 132.

[42] Franco Ferrarotti, L’arte nella società, Solfanelli, Chieti 2007, pp. 53-55.

[43] Marco Iacona, Riformare il mondo, cit., pp. 52-54.

[44] Rosa Maria Monastra, L’Isola e l’immaginario. Sicilia e siciliani del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998, p. 35.

[45] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 9.

[46] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 16.

[47] Leonardo Sciascia, Nero su nero, Einaudi, Torino 1979, pp. 8-11.

[48] Gino Agnese, Marinetti, cit., p. 123.

[49] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 25.

[50] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 140.

[51] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 7.

[52] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 38.

[53] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 30.

[54] Luciano De Maria, La nascita dell’Avanguardia, cit., p. 204.

[55] Filippo Tommaso Marinetti, Vulcano, https://it.wikisource.org/wiki/Vulcano; Andrea Parasiliti, All’ombra del vulcano, cit., pp. 336-392.

[56] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 66.

[57] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 167.

[58] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., pp. 61-62.

[59] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 60.

[60] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 159.

[61] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 131.

[62] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., pp. 128-129.

[63] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 132.

[64] Filippo Tommaso Marinetti, l’Aeroplano del Papa, cit., p. 132.

[65] Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Bur, Milano 2003, p. 288.

[66] Umberto Galimberti, L’uomo nell’età della tecnica, Orthotes, Napoli-Salerno 2023, p. 25.

[67] Massimo Gaggi, Da Prevost l’argine contro Thiel e chi vuole il mondo senza più regole, in Corriere della Sera, 27 maggio 2026, p. 21.

[68] Umberto Galimberti, L’uomo nell’età della tecnica, cit., p. 53.

L'autore

Marco Iacona
Marco Iacona, ricercatore e scrittore. Ha pubblicato circa venti volumi. Del suo percorso intellettuale ricorda, finora, la citazione del suo primo libro, in un saggio di un teologo australiano, in compagnia di Joseph Ratzinger e Michail Gorbaciov e il giorno in cui sentì pronunciare, per la prima volta, da Carmelo Bene la frase: «Faccio il possibile per rendermi inutile!»