Il premio Strego va a Michele Mari, al suo I convitati di pietra. Einaudi. Parentesi piccola e insignificante di politicamente corretto: se avesse vinto una donna avrei attaccato così: La premia Strega va… imitando la genialità di Mario Marenco, che ci manca, e che nei Settanta da post-Dada aveva pronosticato la deriva un po’ capricciosa dell’italiano, inteso come lingua mediamente parlata, comunemente compresa. Lui era costretto a sorbirsi vannacciate avanti-Vannacci del compagno o camerata Giorgio Bracardi, ri-battezzato Catenacci. Uscite che oggi costringerebbero Giorgia Meloni a fuggire da Ankara per rispondere, in tutta fretta, a certe usuali accuse: chiudere occhi e orecchie di fronte al tentativo di ricostituzione di un partitaccio idealmente mai scioltosi, mosse da una sinistra echiana, sensibile, delicata e nazionale.
Ha vinto Mari, che Marenco lo cita (precisamente, come vorrebbe lui, a pagina 87); nonostante la battutona sulla Murgia, inelegante come potrebbe essere la verità, non siamo più in era romantico-tedesca, ma che ognuno di noi, non tutti magari, aveva anticipato chissà quante volte. Per iscritto, sì dai, o al bar, confessando a un amico più o meno fidato che: quell’insoddisfazione andrebbe per bene analizzata. Eccetera. Starete pensando: ma che razza (razza!) di bar frequenta lo scrivente? Un bar fascista, no?
Anche Schopenhauer, anche lui pessimisticamente fascista, bancarottiere in amore direbbe Franco Volpi, primo alternativo che frequentò un certo Goethe, un anziano che rimproverava al danzicano il suo disamore verso il mondo, un Goethe che ai fascisti di cultura pre-romantica piace una cifra, era uomo incattivito. Ad avercela col prossimo non sono soltanto le donne, protagoniste uniche come l’Argentina ai Mondiali di calcio. Una strategia derivante dal noto tutto è politica. Mettere a tema qualunque dettaglio. Insisti oggi, insisti domani, qualcosa dai soldati dell’odio, dai magistrati per loro diletto, si otterrà. I media faranno il resto.
La costanza di chi si rivolse, per la prima volta in età moderna, non ai filosofi ma agli uomini, conduceva un temerario platonico e kantiano a spalmare certe avversioni tra bel sesso femminile e cattivo sesso maschile. Cautamente e no. Ce l’ho con Schopenhaur, ovviamente. Chi condanna il mondo, condanna anche la donna. E viceversa (ma Otto Weininger è ancora lontano). Leggete, analizzate: “Il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, può essere stato chiamato il bel sesso soltanto dall’intelletto maschile obnubilato dall’istinto sessuale: in altre parole, tutta la bellezza femminile risiede in quell’istinto”[1]. Sento odore di Freud.
Avete visto che razza di faccia Schopenhauer? E che criniera poi? Cattivo era cattivo e anche geloso, di Byron per esempio. Colpa della madre? No, in questo caso bisognerebbe parlar male di una donna; colpa delle prime edizioni del Mondo come volontà e rappresentazione, andate al macero? Colpa di Hegel che lo surclassa? Colpa di una carriera che zoppica fino a una maturità inoltrata? C’è ancora odore di Freud. Ma avanzare di papà-Freud, di suocera, perché nuora, lo Strega, intenda, sarebbe operazione in-funzionante: fuori luogo, fuori standard. Popperianamente onnisciente, disutile. Anche se, caspita!, secondo classificato allo Strega è il romanzone di Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore; sì è proprio lui – Lui – l’inventore dell’Occidente, dell’anima, della metafisica. Ci vuole abilità, ci vuole coraggio, bisogna ri-conoscere l’odore del mondo per dedicare oltre 550 pagine al greco che detta regole del gioco del pensiero e di un luminoso aldilà. E siccome la fisica è … un’opinione, se ho capito qualcosa del bla bla di Battiato, da me stesso autorizzo-mi ad affermarlo, il libro ruba all’ambiente lo spazio dello scherzo astigiano – ma gli astigiani non sanno cos’è scherzo: sovente paga poco – di Gian Marco Griffi, rodato tecnico di fatiche XL, facilmente, allegramente, dato come grande scrittore, scrittore grande o di grandi speranze, autore di un borgesiano, labirintico, sterniano, romanzo per insonni – Digressione continuazione con altri mezzi di un noioso perpetuum mobile – anch’esso allestito da Einaudi (più o meno 1000 pagine: strana cosa la scienza del XX secolo). Casa editrice del figlio del secondo presidente della Repubblica italiana, ci ricorda Simonetta Sciandivasci sulla bugiarda piemontese. Grazie.
Perché mi è venuto in mente? Per un gioco junghiano, tra Einaudi e Saragat (Arturo); e il primo libro di Jung, in Italia, è proprio Einaudi. S-a-r-a-g-a-t lettere stra-usate dal piemontese, cioè da Griffi, che amava il bar Medici luogo di destino di un racconto vecchio di pochi anni, e com’è noto quinto presidente italiano. Cosa salvo del lavoro di Griffi? Il precedente. E del romanzo di Nucci, oltre la recensione di Umberto Galimberti che al contrario di Mari quando può ride? Volontà e piacere di appropriarsi di pagine platoniche: avventure oltre il tempo. «Infatti, anticamente la nostra natura non era quale è ora, ma era diversa. “Innanzi tutto, i generi degli uomini erano tre, e non due come ora, ossia maschio e femmina, ma c’era anche un terzo che accomunava i due precedenti, di cui ora è rimasto il nome, mentre esso è scomparso”». Penso e ripenso al dialogo, alla lezione: “Perciò i generi erano tre e di queste nature, in quanto il maschio aveva tratto la sua origine dal sole, la femmina dalla terra e il terzo sesso, che partecipa della natura maschile e di quella femminile, dalla luna, la quale partecipa della natura del sole e della terra”[2]. Dal mito verso il mito, tra le vie della ragione.
Torno a Mari. Al romanzo vincitore che vive nel ritmo di una palla da flipper. Una sinfonia degli addii, chi leggerà capirà. Segnalo poche righe dal Corriere della Sera, sul web: “Al netto del fatto che io non so ridere” dice il professore, “quindi non lo farò perché verrebbe fuori solo un ghigno horribilis, voglio ringraziare prima di tutto i lettori, quelli che mi hanno sostenuto e anche quelli che non lo hanno fatto”. Un autore, un umano, che riconosca di non saper fare una cosa, non lo sentivo da anni. Sarà che vanno di moda i curricola, ove precisare ciò che si sa, che si è fatto, con note agghiaccianti. A scuola, se si ri-conoscono due-tre parole, anche no, si copincollano al computer (che Dio lo riduca in cenere), si abbinano foto tarocche, si utilizza l’AI. Viene fuori un capolavoro. Nell’era dell’uno vale uno, ogni vita, ogni singhiozzo dell’homo che produce e consuma, è capolavoro. Unico comandamento: conoscere le regole del denaro. Non il Faust: “Misero me! Ho studiato filosofia, giure, medicina e, purtroppo, anche teologia; tutta la vita mi sono arrabattato, ed ora eccomi qui, povero folle che ne so quanto prima!”[3]. Non La metamorfosi: “Nel destarsi, un mattino, da sogni inqueti, Gregorio Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto”[4]. Bensì, il trasporto pizze e il perturbante quesito delle 8.15: “Schiumato?” rappresentano obblighi o compiti, essi, da esistenza-capolavoro. Chiedete in giro. Il non lo so fare di un autore, le chiacchiere sui libri, se autentiche, le scazzottate, simboliche e no, i libri stessi nascondono il pregio di educare al(la gravità del) vero. Al vizio privato, non all’ipotetica pubblica virtù.
E lo ami ancor prima che cominci davvero, I convitati di pietra. Per la confidenza di un autore tosto ma non rigido (sfido: non ride mai!). Il libro dice e non dice che quello che passa sia tempo tanto prezioso da perderci qualche lacrima. Ma dice che nei Settanta al liceo sedevi con Immacolata e Lola, nomi arci-italiani (sarà contenta Sciandivasci che sottolinea l’italianità dello Strega). Dice che dopo una manciata di righe, Mari si gioca la carta protrudere, al congiuntivo, questo sì da curriculum. Dice che la morte di significati ne possiede più di uno, in relazione alle vite degli altri. Dice che gli omaggi alla scuola e alla nostalgia sono incredibilmente possibili. Dice che si può scrivere non-di-se-stessi per una volta, anche se la sublime Báthory, discendente della crudele Erzsébet, è Mari stesso. Dice che il cattivismo dell’autore graziosamente si deposita in entrambe le orecchie, con la tua stessa voce. Dice, contemporaneamente, che del sesso si ride e che 150 pagine sono più che sufficienti per emozionare. Dice che scrivere vuol dire metterci tutto, non il suo contrario. E dice che nei suoi settant’anni, scusate il sociologismo, Mari di cose ne ha viste, sentite e lette: i fumetti per esempio (viva!) e che la settima arte, per lui, è davvero arte.
Ma non dirò altro (di mio). In realtà, è con lei che voglio quasi-concludere anzi con lui: meglio con loro. La coppia Elena Rui, padovana, Albert Camus che dal 4 gennaio 1960 di romanzi non può più scriverne. Ultima come nei pronostici – noi di destra veneriamo gli sconfitti –, la Rui non si perde in chiacchiere libresche se non per esibire la quieta morbidezza di deduzioni e accenti. La direzione intrapresa sembra unica: il delicato equilibro tra quattro nemiche che piangono un amore scomparso. Un incidente stradale e un rettilineo così sciocco da esigerne una sola, di vita. Ma quella di un Nobel, adesso un po’ lontano da Parigi. Da lì, l’elementare urgenza della gestione di eredità e sentimenti. Chi ha davvero odiato chi? L’amore è gioco della penna, della storia poca ma sufficiente, dell’immaginazione: Einbildungskraft, dice Kant. Non mi interessano – forse non me ne intendo neanche – i giudizi di valore. Se virtù di un libro è virtù di non persuasione e di produttiva confusione, nel 2026 Camus è in campo, lui, calciatore mancato, per onori mai davvero pensati (posseduti?). Buzzati, che Mari ama molto, lo ricordava come uomo semplice, come scrittore-garagista[5], gli intellettuali come principe dell’assurdo, le donne come amante tenero e tormentato. La Rui come elegante, introverso Casanova.
Una cosa ho imparato da questo Strega. L’ha detta Mari, di nuovo: il senso di qualcosa, se quel qualcosa ha un senso, sta nell’effervescenza del brivido, nell’azzardo, nel cinismo di certificare se stessi. Qualcun altro mai. A maggior ragione vale per gli scrittori; servi dell’imprudente giudizio del motto di un Falstaff che diverte divertendosi: “Io sono quel che sono”. E, per adesso, tanto basta.
[1] Arthur Schopenhauer, L’arte di trattare le donne, Adelphi, Milano 2000, p. 33.
[2] Platone, Simposio, in Tutti gli scritti (a cura di Giovanni Reale), Bompiani, Milano 2022, p. 500.
[3] Wolfgang Goethe, Faust, Einaudi, Torino 1965, p. 17.
[4] Franz Kafka, Racconti, Feltrinelli, Milano 1961, p. 75.
[5] Dino Buzzati, Cronache terrestri, RCS, Milano 2026, p. 482.
L'autore
- Marco Iacona, ricercatore e scrittore. Ha pubblicato circa venti volumi. Del suo percorso intellettuale ricorda, finora, la citazione del suo primo libro, in un saggio di un teologo australiano, in compagnia di Joseph Ratzinger e Michail Gorbaciov e il giorno in cui sentì pronunciare, per la prima volta, da Carmelo Bene la frase: «Faccio il possibile per rendermi inutile!»
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