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Leggendo Eufemia Attanasi

In Clessidra di copale, Eufemia Attanasi affida alla poesia un compito insieme fragile e necessario: sottrarre all’oblio ciò che il tempo consuma. Il titolo racchiude efficacemente l’intera poetica della raccolta. Se la clessidra rappresenta lo scorrere inesorabile dell’esistenza, il copale, resina capace di custodire tracce del passato, diventa emblema della memoria e della parola poetica, chiamata a preservare quanto rischia di disperdersi.

La silloge si articola in quattro sezioni – Ombre e solitudini, Echi di cenere, Epifanie della Natura e Ascesa e trascendenza – che delineano un itinerario coerente: dalla discesa nelle zone più oscure dell’interiorità alla ricerca di una possibile elevazione spirituale. Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare o pacificato. Il dolore, la perdita e la coscienza della finitudine continuano ad attraversare il libro anche nei suoi momenti più luminosi. La trascendenza non cancella la ferita: nasce proprio dalla capacità di abitarla.

Uno degli elementi più riconoscibili della scrittura di Attanasi è il dialogo costante con il mito e la cultura classica. Niobe, Orfeo, Crono, le Moire, Efesto, Pentesilea e numerose altre figure non compaiono come semplici ornamenti eruditi, ma come archetipi attraverso i quali interpretare l’esperienza contemporanea. Il mito consente alla poetessa di ricondurre vicende intime e collettive a una dimensione universale: il lutto, l’esilio, la guerra, la pandemia, la crisi ambientale e la solitudine dell’uomo tecnologico diventano nuove manifestazioni di conflitti antichi.

Particolarmente riuscito è l’incontro tra questa tensione mitopoietica e la concretezza degli affetti. In Forgia di ricordi, la figura paterna viene trasfigurata in Efesto e in un «sacerdote del fuoco», ma conserva il calore umano del lavoro, della dedizione e della presenza familiare. In Peplo lacerato, la memoria della nonna assume la forma di una Pietà terrena, mentre Il cero nell’acquazzone esprime con sobrietà l’impotenza di chi vorrebbe salvare una persona amata e può soltanto rimanerle accanto. Qui la ricchezza simbolica non allontana l’emozione, ma le conferisce profondità.

Accanto alla memoria privata emerge una forte responsabilità civile. Liturgia dell’esilio trasforma il dramma delle migrazioni nel racconto di un sacrificio senza nome; Sinfonia di un cielo ferito denuncia la violenza della guerra attraverso le immagini degli innocenti e dei luoghi del sapere e del sacro distrutti; Cronaca di un anno infausto rilegge la pandemia come una tragedia corale. In queste liriche la poesia diviene testimonianza e opposizione all’indifferenza.

Centrale è anche il legame con il Sud e con il paesaggio mediterraneo. Il Salento non costituisce un semplice sfondo, ma una patria interiore fatta di ulivi, pietra, sole, lavoro e memoria. In Metafisica del lavoro in terra salentina la fatica contadina acquista la dignità di un rito; in L’ultimo Re, l’ulivo colpito dalla xylella diviene simbolo di una resistenza tenace e silenziosa; in Itaca di pietra e silenzio, la terra meridionale si trasforma in destino spirituale da riconoscere e custodire.

La natura, soprattutto nella terza sezione, è presenza viva e rivelatrice. Il fico, il cappero, il bergamotto, l’anemone, l’ipomea, le farfalle e persino le formiche sono interrogati come portatori di un sapere nascosto. Tra i testi più intensi figura Il respiro di Gea, nel quale le formiche diventano «monache nere della terra»: creature minuscole che restituiscono continuamente la materia al ciclo della vita. È una lirica essenziale, dal ritmo scandito e quasi liturgico, capace di formulare una delle intuizioni più profonde dell’opera: l’eternità non appartiene a ciò che rimane immobile, ma a ciò che continua a generare.

Lo stile è solenne, immaginifico e densamente metaforico. Il lessico attinge alla classicità, alla liturgia, alla filosofia e agli elementi cosmici; ricorrono immagini di altari, templi, reliquie, stelle, abissi, fili e tessiture. Questa ricchezza conferisce alla raccolta una voce ben riconoscibile, benché in alcuni componimenti l’accumulo di riferimenti mitologici e metafore possa rallentare l’immediatezza emotiva. I risultati più convincenti si raggiungono quando la tensione alta del linguaggio incontra un’immagine concreta e necessaria: il martello del padre, le mani dell’ammalato, una valigia logora, le radici di un ulivo, un fiore che vive per la durata di un mattino.

Clessidra di copale è, in definitiva, una raccolta ambiziosa e profondamente meditativa. Eufemia Attanasi costruisce una poesia colta senza rinunciare alla partecipazione emotiva, capace di unire la memoria personale alla storia collettiva, le radici mediterranee all’interrogazione metafisica. La sua clessidra non pretende di arrestare il tempo: raccoglie piuttosto alcune delle sue particelle luminose, trasformandole in parole da consegnare al lettore. In questo gesto di custodia risiede il significato più autentico della silloge: opporre alla dispersione dell’esistenza la fragile, ostinata permanenza della poesia.

 

Due poesie

Il dolore metafisico dell’esistenza è filtrato attraverso una sensibilità mitopoietica e cosmica.

Navata del silenzio

Assisa, come Niobe pietrificata dal lutto,

su panca di marmo gelido,

trono silenzioso della mia solitudine,

poso il corpo stanco

sotto l’ombra regale

d’una quercia vetusta,

cattedrale di foglie e memoria

che accoglie il mio tormento

tra le navate del silenzio.

Con occhi velati d’abisso

scruto il mondo,

questo teatro crudele

dove Thanatos danza

mascherato da luce

e le Ore rovesciano

il ritmo del tempo.

Nessun lume d’Apollo

trapela tra le pieghe del reale.

Oh, potessi svanire nell’etere,

eco liquida del non detto,

sciogliermi nel fiato del tempo eterno

e rinascere nelle sfere eteree,

come stilla d’amore siderale!

Allora, carezza furente,

abbraccerei il mondo

come Rea il figlio salvato,

riplasmando

con le mani del mito

il cuore del cosmo.

***

Una dichiarazione spirituale: il Sud non è geografia, ma destino da custodire.

 

Itaca di pietra e silenzio

Mi ritrovai a vagare,

ombra d’Orfeo senza cetra,

nell’anfiteatro dei secoli sfaldati,

sul dorso curvo d’un tratturo antico,

intagliato tra le ossa del Sud,

arteria calcarea,

cinta da muretti a secco.

Là, dove il passo si fa epiclesi di memoria,

m’apparvero gli ulivi,

veggenti secolari che,

pur spogli di oltraggiata linfa,

levavano al cielo le braccia,

come Laocoonte gemente tra i serpenti.

Il sole stanco deponeva

le sue dita su un’aia di pietra:

proscenio d’eternità,

dove luci e ombre si rincorrevano

in silenzi coreografici,

ricamando pantomime d’alfa e d’omega

nell’abbraccio immobile del giorno morente.

In quel tempio agreste,

il cuore, trafitto dalla bellezza muta,

s’apriva come pergamena antica,

sedotto dal sussurro profondo delle radici.

E così, rinato nel grembo del silenzio,

sorgeva in me il desiderio

di amare questa terra antica

come Penelope attendeva, con fede tessuta

d’attesa,

il ritorno d’un mito

che ancor si sussurra tra sassi e zolle.

 

Nota biografica

Eufemia Attanasi, originaria di Soleto, dopo la laurea in Lettere classiche, ha approfondito lo studio del Neogreco presso l’Università Kapodistriana di Atene grazie a una borsa di studio. Docente di Materie letterarie e Latino, collabora da anni con riviste e giornali italiani e greci scrivendo del Griko, del Salento e delle radici culturali del Mediterraneo. Relatrice in convegni internazionali in lingua greca, è coautrice del libro bilingue (Italiano-Neogreco) Sull’estro della tradizione. riti e costumi del Salento e della Grecìa salentina (2017). Ha curato il volume Cini pu sto’ kosmo milune greko. Minoranze ellenofone nel mondo (2024), sempre bilingue, che raccoglie le testimonianze di letterati della Bulgaria, dell’Ucrania, della Georgia e le relazioni sulle minoranze italogreche della Grecìa Salentina, della Bovesia e della comunità ellenica di Messina. Coltiva da anni la poesia, ha preso parte a svariate collettive e ricevuto diversi riconoscimenti.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.