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Come svelare l’amore per il cacao amaro, di Ermira Shurdha

 “L’ozio è il padre di tutti i vizi e il coronamento di tutte le virtù”, diceva Kafka. “La ociosidad es madre de todos los vicios”, recita la cultura ispanica. Più che un’affermazione è un’esortazione: impegnarsi giorno e notte per scacciare i cattivi pensieri e calmare gli spiriti agitati. Sarebbe meglio chiamarli bollenti, in agitazione per la rabbia e l’ira, per poi sciogliersi come per magia e liquefarsi, per una strana reazione alchemica, custodendo la brace e il dolce aroma della convivialità.
Como agua para chocolate è un libro di cucina che narra, in ognuna delle sue ricette, una storia d’amore proibita, sepolta sotto la cenere. Dodici ricette per ogni mese dell’anno create da Tita, ultimo anello di una genia di cuoche che tramanda i segreti dell’arte culinaria della famiglia de la Garza. Essendo l’ultima delle tre sorelle, Tita deve occuparsi di sua madre fino alla fine dei suoi giorni. Già da piccola comprende che le viene negata ogni possibilità di vita propria; eppure, non le manca il coraggio per disobbedire alla volontà di sua madre e rompere la tradizione della famiglia messicana. Nella cucina materna impara a tenere sempre sotto mano gli ingredienti della felicità, mettendoci amore nel preparare le sue pietanze, contagiate di tristezza o allegria, sfumate di desiderio o collera.
Tita fu data alla luce da un torrente copioso di lacrime sparse sul tavolo e sul pavimento della cucina. È proprio lì che Pedro la guarda insistentemente con occhi brucianti di voluttà e sentimento e le promette amore eterno. Tita non sapeva che doveva aspettare il suo 39esimo anno prima che lui la chiedesse ancora in sposa. Perdutamente innamorato di lei, Pedro la predilige ancora dopo 22 anni, senza preoccuparsi più di cosa avrebbero detto gli altri. Pur di rimanere fisicamente vicino all’amore della sua vita, aveva sposato Rosaura, la sorella maggiore di Tita, destinata a riscaldare il suo letto.
È una donna forte, Tita, e fieramente algida. Misura con cura e cerca l’equilibrio tra gli ingredienti, senza mai superare i limiti, come un poeta fa con le parole. Sue caratteristiche sono la decenza e il profumo di zagara, confuso con gli aromi della cucina e l’effluvio di gelsomino del suo corpo. Soffre solo per il pensiero di non riuscire a sfamare le persone bisognose del cibo da lei preparato. Con le sue mani nutre Esperanza, la figlia di Rosaura, prepara ogni notte il bagno con le foglie di lattuga per assicurarle un sonno tranquillo e, all’interno della cucina, le insegna i segreti della vita e dell’amore. Le stesse mani avevano assistito, accarezzato ed avvicinato le labbra del nipote Roberto al suo petto, per nutrirlo. Il latte le era salito in seguito alla suzione violenta di una bocca affamata e disperata di vita di un bimbo in fasce. Tita aveva imparato che la natura umana si adatta ai bisogni primari e riesce persino a sorprenderci. Una dea, una Cerere personificata, che fa delle sue necessità virtù. Ed è proprio la necessità madre di tutte le invenzioni: le ricette di Tita nutrono di energia la sua anima, tenendola lontano dalla pazzia ma vicina al calore della pentola.

<<Tita pensó en la cantidad de veces en que había puesto a germinar trigo, frijoles, alfalfa y algunas otras semillas o granos, sin tener idea de lo que éstas sentían al crecer y cambiar de forma tan radicalmente. Ahora les admiraba la disposición con que abrían su piel y dejaban que el agua las penetrara libremente, hasta hacerlas reventar, para dar paso a la vida. Con qué orgullo dejaban salir de su interior la primera punta de la raíz, con qué humildad perdían su forma interior, con qué donaire monstraban al mundo sus hojas. A Tita le encantaría ser una simple semilla (…). Las semillas no tenían este tipo de problemas, sobre todo, no tenían madre a la que tener, ni miedo a que las enjuiciaran>> [Tita pensò a tutte le volte che aveva messo a bagno il grano, i fagioli, l’alfalfa (erba medica) e certi altri semi o chicchi per facilitare la germinazione, senza immaginarsi cosa provassero mentre la scorza esterna del tegumento veniva ammorbidita, facilitando l’uscita del germoglio. Ora ne ammirava la disposizione con cui i semi aprivano la loro pelle e lasciavano che l’acqua li penetrasse liberamente, fino a farli scoppiare, per cedere il passo alla vita. Con quale coraggio facevano fuoriuscire dall’interno l’apice del germoglio, con quale umiltà lo stelo incurvato perdeva la sua forma interiore, con quale grazia i semi esibivano al mondo le loro giovani foglie. A Tita sarebbe piaciuto essere un semplice seme (…). I semi non avevano questi tipi di problemi, sopratutto, non avevano una madre da mantenere, né la paura di essere giudicati].

In 264 pagine scorre la vita di una donna libera di vivere senza obblighi né condizionamenti, dal sangue caldo, misurata e sensibile, che decide di abbracciare il suo Eden perduto ballando il valzer di Ojos de juventud. E proprio in quel momento appare l’agognato tunnel luminoso che mostra la strada dimenticata al momento della nascita. È il tunnel che mette a contatto con la nostra perduta origine divina: l’anima desidera ritornare al luogo d’origine, lasciando il corpo inerte.
Un libro che si gode con gli occhi della mente, impregnato di realismo magico, di sapori e aromi lontani, che risveglia i sensi e scuote, come un’ondata di freddo che sale dalle viscere, come un pugno gelido che stringe il cuore e riporta alla vita, fa rinvenire con il calore e riconcilia con la parte più nascosta dell’animo umano. Stillano verità le parole di Laura Esquivel e non lasciano indifferenti, soprattutto davanti a un piatto contornato di petali di rose. Una scrittrice che sa prender per la gola con il cibo degli dei e, nello stesso tempo, riesce a far torcere le budella con le sue creazioni passionali e i suoi rimedi casalinghi.
C’è un segreto che la Esquivel svela nel titolo Como agua para chocolate: la spiegazione è a metà del libro. Niente a che vedere col sapore dolce, il cacao è amaro. Bollente ed eccitante dentro una tazza calda. La leggenda dice che in tempi remoti una principessa non volle rivelare il nascondiglio del tesoro azteco, pagando l’affronto con la propria vita; dal suo sangue nacque la pianta del cacao, dai semi amari come la sofferenza ma forti ed eccitanti come la ragazza virtuosa. I Maya chiamavano chachau “l’acqua calda” che mescolavano e agitavano alle fave tostate, mentre l’acqua era haa. Quindi,  la squisita bevanda al cacao, chachauhaa, è il cioccolato, bevanda degli dei, panacea di tutti i mali dalle virtù miracolose. Seguendo le istruzioni artigianali della Esquivel il piacere e l’estasi divina sono assicurati: ad ogni ora del giorno, per i tutti i mesi dell’anno.

ermira81@virgilio.it

 

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L'autore

Ermira Shurdha
Ermira Shurdha
Ermira Shurdha è nata in Albania nel 1981. Si è trasferita nel 1993 in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha analizzato l’opera data alle stampe nel 1965, all’interno del contesto storico - culturale catalano, con particolare attenzione al linguaggio musicale e cinematografico, associazioni con la poetica neorealista felliniana, accordando la critica in lingua spagnola, catalana e inglese alla cronaca degli amanti in sottofondo. Sempre attratta dalle tendenze creative del mondo della moda, attualmente gestisce una boutique di abbigliamento fondata nel 1991 a Giulianova.