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Enrico Pulsoni intervista Nino Ricci

Nino Ricci nasce a Macerata nel 1930. Pittore, incisore e scenografo, con una intensa attività didattica. Numerose le sue mostre personali in Italia ed all’estero.

Ti chiedo innanzitutto di parlarci di cos’era Macerata negli anni trenta

Macerata è stata sempre una città viva dal punto di vista artistico e negli anni trenta vi hanno operato anche importanti architetti realizzando opere di notevole interesse. Posso ricordare la casa del balilla di Mario Ridolfi e il Palazzo degli studi e quello del Mutilato di Cesare Bazzani. Tre bei esempi di razionalismo. Sono comunque gli anni dolenti prima della guerra, anni assai complicati per le privazioni e i bombardamenti. Ma la guerra finì!

Qual è stato il tuo rapporto con lo studio?

Da studente non ero un granché fino a quando non mi iscrissi, su suggerimento di un’amica di famiglia, al primo corso superiore dell’Istituto di Belle Arti, e successivamente al la Scuola del Libro diretta da Pasquale Rotondi. Ho un ottimo ricordo dei professori: Castellani e Bruscaglia entrambi incisori, Sanchini xilografo e Carlo Ceci litografo. Una persona importante negli anni urbinati fu Giuseppe Mainini, maceratese, che mi guidò all’amore per l’incisione e la grafica. Il mio migliore amico all’epoca era Elvidio Farabollini di Treia, un paese a pochi chilometri da Macerata. A lui devo gli innumerevoli consigli sul modo di affrontare la lastra da incisione. Era bravissimo anche come disegnatore, purtroppo morì prematuramente. In ogni caso termino gli studi ad Urbino nel 1951 con la licenza del Corso superiore con la specializzazione in Litografia.

Dopo ti trasferisci a Roma. Che ricordi hai di quegli anni?

Andare all’Accademia di Belle Arti a Roma per un maceratese era un sogno. Mi iscrivo a Scenografia alla cattedra di Peppino Piccolo. Tra i suoi assistenti ricordo Sante Monachesi, mio paesano, e Toti Scialoja, anche se si vedeva meno. Roma era piena di gallerie e ci andavo spesso con un mio conterraneo Luigi Teodosi, che conoscevo da tempo e con il quale condividevo la casa. Nelle gallerie si incontravano gli artisti e gli scrittori più famosi e si respirava un’aria piena di novità ma anche di malignità. Ricordo che fui trattato malissimo da Luigi Bartolini, un altro conterraneo, che presentandomi mi disse “maceratese rompicog… tornatene a casa!”. Ero stato preavvertito e non me la presi più di tanto. Le gallerie che frequentavo regolarmente erano l’Obelisco di Gasparo del Corso ed Irene Brin, a via Sistina, e la Galleria Schneider alla rampa Mignanelli dietro piazza di Spagna. Un’altra galleria era in via del Babuino, la Galleria del Pincio. Studiando Scenografia spesso mi recavo a Teatro all’Argentina. Sempre rigorosamente in loggione. Direi che allora Roma era un gran paesone e, se vuoi da provinciale, la sentivo anche un po’ noiosa. Dell’accademia ricordo bene le lezioni di Mario Rivosecchi: in quelle ore riusciva a strapparti dalla banalità del quotidiano. Ci recammo con lui, nel 1953, alla mostra di Picasso alla Galleria Nazionale, organizzata da Palma Bucarelli. Il Direttore Michele Guerrisi se ne ebbe a male, perché, a suo dire, induceva gli studenti a prendere modelli non consoni all’idea accademica della rappresentazione artistica/figurativa.

In una logica intesa come deposito e mantenimento di un’arte accademica, non possiamo dire che Guerrisi avesse tutti i torti

Non posso negarlo! Ma noi avevamo voglia di nuovo e il confronto con un modo di pensare e fare arte ci pareva fondamentale. Chiesi al Direttore cosa ne pensasse della pittura di El Greco… Seccamente mi rispose che El Greco era strabico! Quello che mi faceva rabbia è che non ipotizzasse nemmeno un’altra maniera di pensare. Nel frattempo ero stato preso al Centro sperimentale di Cinematografia. Avevo vinto il concorso per il Biennio nella sezione Costume. Anche là trovai professori di grosso calibro. Manetti Alessandro che insegnava costume, Virgilio Marchi naturalmente docente di Scenografia, Mario Verdone, il padre di Carlo, Storia del teatro, Fausto Montesanti Critica e storia del cinema, Mario Fiorini Scenotecnica e Giovanni Ventimiglia direzione di fotografia e ripresa. Forse non li ricordo tutti ma di certo uno, era meglio dell’altro. Mario Verdone, lo chiamavano Vario Merdone ma non mi ricordo perché… Era proprio una brava e gentile persona e un ottimo professore. Pure Gabriel Garcia Marquez, che sarebbe diventato celeberrimo con il suo Cent’anni di solitudine, era tra i borsisti e studiava regia al Centro Sperimentale. Non avemmo una grande frequentazione: gli stranieri stavano sempre per i fatti loro. Una volta lo aiutai a recarsi a un convegno del partito comunista a Milano. Aveva paura di farsi scoprire e di perdere la borsa di studio. Mi chiese aiuto. Comunicai alla Direzione che Gabriel sarebbe venuto ospite a casa mia, ragion per cui acquistai due biglietti per Macerata. Una volta giunti, egli proseguì per Milano e mi ricordo che andò tutto bene. Nessuno si accorse o sospettò di niente. Nello stesso periodo, conobbi anche Arnoldo Ciarrocchi, che insegnava all’Accademia ed era anche torcoliere alla Calcografia Nazionale. Con lui sono rimasto sempre in contatto. Mi ricordo che il mio professore Alessandro Manetti, di tanto in tanto, mi chiamava come assistente alla stagione lirica a Caracalla. Ricordo che in una Carmen, Manetti mi chiese di chiudere con una corda un ingresso diretto sul palcoscenico dei coristi in modo tale da rendere più plastica la loro uscita. Ebbene accadde che i coristi, ad uno ad uno, sollevarono la gamba per scavalcare la corda. Vedendo questa scena, Manetti montò su tutte le furie e andò incontro al Direttore del coso apostrofandolo in malo modo. Questi, accigliato, gli disse: “Come si permette lei di parlarmi in codesto modo. Sono il maestro Conca!” al che la risposta di Manetti: “Si certo, lei è sì il maestro Conca, ma una conca di m.!”. Un altro episodio curioso ci fu con una Bohéme, sempre a Caracalla. In scena c’era un albero vero, bloccato con tiranti, probabilmente la Barriera d’Enfer. Nel corso dello spettacolo, qualche corda si allentò e l’albero comincio a tremare. Noi tremammo davvero, ma il pubblico lo apprezzò come effetto scenico e ne fu entusiasta. Non successe niente per fortuna. La buona sorte di San Palcoscenico!

Che cos’era la “Brigata Amici dell’Arte”?

Il gruppo “Brigata Amici dell’arte” nasce nel 1937 in un negozio di barbiere dove si ritrovavano alcuni artisti maceratesi per discutere e realizzare mostre. Nel 1938 il gruppo organizza la prima mostra per i giovani del Movimento d’ Avanguardia. Il gruppo si prefigge un denso programma di attività: gare, mostre, intrattenimenti, concerti, gite con lo scopo di vedere esposizioni. Negli anni Cinquanta il gruppo poteva vantare 500 soci. E sempre in quegli anni scoppia purtroppo forte il dissidio tra i giovani che vogliono un circolo aperto alle novità culturali, e gli anziani che invece protendono per una linea più tradizionale. Molti soci abbandonano: la Brigata concentra la sua attività sul Premio Scipione. Io ho cominciato a farne parte dalla sua terza edizione. Non ti ho detto ancora chi erano: Wladimiro Tulli, Umberto Peschi artisti. Amici e amatori erano Delia Spadoni, Ferruccio Giuseppucci, Lelia Ciaffi e Goffredo Binni. Quest’ultimo è stato un amico e un sodale per tutta la vita. Mi capitava di andare con Tulli e Peschi a Roma o altrove a prendere i quadri per le esposizioni a Macerata. Ti ricordo che io avevo la macchina. In questo modo ebbi la fortunata opportunità di visitare numerosi studi. A memoria mi ricordo quello di Francesco Trombadori, Corrado Cagli e di Carlo Levi. Le mostre della “Brigata Amici dell’Arte” avevano luogo al pian terreno della Biblioteca Mozzi Borgetti.

 Come definiresti il tuo rapporto con Macerata?

Ho sempre avuto un atteggiamento un po’ distaccato rispetto alla mia città. Tipo ci sei e non ci sei. La mia filosofia di vita è riconducibile al volare basso. Lavorare e coltivare buone amicizie, gente migliori di me. Anche allo Sferisterio sono stato chiamato in seconda battuta. Ho lavorato a tre opere, la Bohème e il Trovatore di sicuro e l’ultima non mi viene in mente e non si trova traccia, ma risulta solo la Bohème. Andrea Francalancia, memoria storica dello Sferisterio, ha ricostruito che doveva essere il 197. La Bohème con la regia era dell’attore Raoul Grassilli e la direzione d’orchestra di Franco Mannino. Sul libro di sala le scene risultano di Giorgio Massetani, che insegnava Scenografia all’Accademia di Belle Arti, e la collaborazione mia, che avevo studiato Scenografia, e dell’architetto Giuseppe Oresti. Cantavano di certo Franco Corelli e Giangiacomo Guelfi.

Cosa ricordi della Galleria L’Arco?

Alla fine degli anni Cinquanta inizio Sessanta, Giorgio Cegna, che era stato mio studente all’Istituto d’Arte, apre una galleria in via Crescimbeni in collaborazione di Peppino Appella. La galleria era una stanza accanto all’arco di via Crescimbeni e per questo si chiamò L’Arco. Esponeva soprattutto grafica di Monachesi, Ciarrocchi, Bartolini e probabilmente Mainini e altri, ma non ricordo. Frequentavo regolarmente la galleria e così ebbi modo di conoscere e di fare amicizia con Peppino Appella. In seguito evidentemente per contrasti interni, la galleria la prese in toto Peppino Appella e mi chiese se potevo essere la sua persona di fiducia. Cosa che feci con piacere e passione. In tutti gli anni di attività L’Arco ha esposto di tutto, artisti italiani ed internazionali con una grande attenzione sia del pubblico che della stampa. Tra il ’68 e il 69 Peppino decise di chiudere la galleria, anche perché già si occupava attivamente a Roma in via Mario de’ Fiori dell’altra Galleria L’Arco. Peppino mi  chiese di stivare le opere nel mio magazzino. Cosa che feci puntualmente. A Roma, nella Galleria e a casa sua, potevo incontrare Leonardo Sinisgalli, Carla Accardi, Guido Strazza e un’altra miriade di artisti e poeti. Vanni Scheiwiller fu un’altra conoscenza derivata da Peppino. Mi capitava sovente di andarlo a recuperarlo in macchina a Civitanova o in Ancona, in arrivo da Milano o da chissà dove. Anche in macchina, Vanni non smetteva mai di lavorare. Correggeva bozze, scriveva lettere o faceva conti. A volte cercavo di conversare ma spesso mi diceva “Pensa a guidare perché devo chiudere urgentemente un libro”. A casa, anzi a tavola, era tutt’altra cosa: gentiluomo che apprezzava assai la nostra cucina regionale e in particolare quella di mia moglie Stefania. Giornate bellissime, sapide di cultura e di vita intellettuale. Quando erano ospiti entrambi, Peppino e Vanni, l’atmosfera era alle stelle. Peppino veniva pure con sua moglie e sua figlia Alessandra e, con le belle giornate, si mangiava nel giardino, con il meraviglioso panorama dei monti Sibillini. Che belle giornate, che meravigliosi ricordi. Ho ancora tutto davanti agli occhi. Peppino è quello che si è sempre occupato del mio lavoro, e anche la mostra più importante che ho fatto al Museo Buonaccorsi a Macerata, qualche anno fa, ebbe lui come curatore. In questi giorni si è chiusa a Roma, alla Galleria Nazionale, una mostra dedicata a Vanni, sempre per la cura di Peppino, e vi era esposto oltre a una mia tela anche il mio libri di incisioni con le poesie di Wisława Szymborska. Al tempo della pubblicazione del libro, nessuno poteva immaginare che la Szymbroska avrebbe vinto il premio Nobel. La moglie di Vanni, Alina Kalczinska, volle che la pubblicasse in italiano in tempi non sospetti. Che editore, Vanni!