a proposito di... · In primo piano

Tra poesia e destinazioni. Laura D’Angelo dialoga con Giovanni Granatelli

Giovanni Granatelli, nato a Catania nel 1965, vive sin da bambino a Milano, dividendosi tra il mondo dell’editoria e quello della scrittura. Ha pubblicato in versi per Mobydick Strategie di resistenza (2002), Giuramento (2009, Premio Città di Marineo), Versione (2012) e per Nino Aragno Editore l’autoantologia di editi ed inediti Musica questuante (2014, Premio Città di Arcore, Premio tra Secchia e Panaro, Premio Il Meleto di Guido Gozzano). Poeta del quotidiano, perennemente diviso tra ricerca di senso e rivelazione di sé, tra una scrittura che è disincanto e allo stesso tempo strenuo tentativo di comprensione, Giovanni Granatelli è viaggiatore discreto e attento tra la folla della contemporaneità: è recentemente uscito il suo nuovo libro Spostamenti (Nardini Editore, 2020), in cui il tema del viaggio si riattualizza in prose e racconti che danno voce all’io più sensibile del viaggiatore moderno. 

Il tuo ultimo libro si intitola Spostamenti, un titolo che rimanda alla tradizione della letteratura odeporica e che descrive, in prose e racconti, l’anelito dell’io di fronte all’alterità. Sullo sfondo della città, da Parigi a Praga, da Trieste a Barcellona, dai binari di una stazione alla volta stellata del cielo, fino a perdersi in una geografia di alberghi, musei, ricordi, profumi, posti del tempo e della memoria, tratteggi nelle tue prose un microcosmo di emozioni nate per strada, che rimandano ad un infinito viaggiare. Come nasce questo tuo interesse per il viaggio e soprattutto per le destinazioni?

Il viaggio rappresenta per me un’esperienza privilegiata di uscita da me stesso, anche nel senso di insufficienza di sé e della propria condizione usuale. È connesso al concetto di incontro: vado verso altro e altri per desiderio e bisogno di bellezza e appunto di questa alterità spaziale e umana senza la quale sarei più povero. Ne consegue che i luoghi da me più amati, le mie mete preferite siano le città, in quanto luoghi degli uomini, dell’arte, dell’architettura, della convivenza. Confesso che è molto più probabile che a commuovermi siano una piazza, la facciata di una casa, un affresco, un parco urbano o un caffè come quelli triestini e viennesi piuttosto che un magnifico paesaggio. Credo che il viaggio contenga anche sempre, in questo contatto con l’alterità, piccole quanto straordinariamente intense occasioni di estemporanea, ma non per questo meno vera, vicinanza umana, di paradossale quanto subitaneo riconoscimento e immedesimazione – oserei quasi dire di pietas.

In un passo del tuo libro annoti che c’è “una musica dell’andata e una musica del ritorno” (p.57), un’osservazione che sottolinea, nell’esperienza del viaggiare, un diverso modo di vivere   la partenza e il ritorno. Il sentimento del ritorno è ben delineato nella sua condizione dimidiata tra felicità e senso di angoscia, è come la “fine del gioco”, alla quale contrapponi come rimedio la lentezza, il camminare in compagnia, “schivando le bottiglie vuote o le auto sull’asfalto” (58). In questo palcoscenico di incontri e tipi umani, la fissità della parola scritta consente di preservare l’attimo e di imprimere per mezzo della scrittura il ricordo. È in questa accezione che il viaggio più emozionante è proprio un ritorno. Come spieghi il sentimento del ritorno? C’è una storia cui sei particolarmente legato?

Ogni ritorno è una sorta di resa dei conti, con se stessi e con l’esperienza vissuta. Siamo fatti per gli inizi e per tentare di prolungare, ripetere nel tempo il senso di un cominciamento e dunque ogni ritorno è inevitabilmente esposto all’angoscia, alla tristezza, all’urto dell’imperfezione e impermanenza di tutte le cose. Probabilmente l’unica possibilità di non lasciare il ritorno tra gli artigli del negativo, di non consegnarlo alla delusione e al nodo in gola, è compierlo accompagnandosi, esattamente come nel racconto cui fai riferimento, in cui camminando affiancati ci si aiuta a rientrare nella prosa del quotidiano. Scrivere di un viaggio una volta rientrati tra le proprie mura, significa forse innanzitutto rintracciarne per se stessi il significato.

“Dove siete diretti?” è l’interrogativo che si legge nell’Enrico di Ofterdingen, il grande romanzo di Novalis, nel quale lo status viatoris è metafora del viaggio attraverso la vita. “Sempre verso casa” è la risposta. Credi che il tuo libro Spostamenti sia ancor più significativo oggi, nel periodo che stiamo vivendo, come sorta di cielo in una stanza, a causa delle limitazioni dettate dall’emergenza Covid?

Ho trovato ovviamente buffo e sfortunato che un libro con un simile titolo uscisse in pieno confinamento, per l’esattezza il 23 marzo ma ho poi riflettuto che una simile circostanza di immobilità rendeva forse più evidente la necessità che credo animi queste pagine: lo spostamento fisico come premessa, condizione per un’apertura, per un’esperienza esistenziale.
Si, il viaggio è metafora inevitabile dell’esistenza umana. La casa è per me il luogo, nella più ampia accezione, dove la propria vicenda umana diventa abitabile, vivibile. 

La tua è una scrittura attenta, che si basa sull’osservazione, sull’ascolto silenzioso di una musica che è una continua rivelazione dell’alterità, un’alterità in cui pure l’io si scopre e si riconosce, in cui il viaggio diventa fissità dell’attimo, e in cui la poesia è occasione per indagare se stessi nello specchio del mondo: “Questa inerstipabile / infilata nella cruna / di ogni battito e respiro/ musica questuante” (Musica Questuante, p.90), o ancora: “la musica curva:/ […] la nenia che argina /l’urlo del niente” (Ivi, p.89) . Cos’è per te la poesia? Quale valore può avere oggi la parola poetica, in una società che riscopre la centralità della parola?

Scrivere è per me dare retta a un’esigenza. Amelia Rosselli parlava addirittura di obbedienza e io mi sento nel mio piccolo di sottoscrivere. Rispondere a questa esigenza, praticare con tenacia la scrittura, è un’esperienza di ricerca di significato e bellezza, di scoperta (anche di sé, se uno è onesto con se stesso rimarrà sempre sorpreso da quanto ha scritto, si accorgerà che in qualche modo lo trascende) ma anche già occasione di senso e di…travagliata felicità, una sorta di ritorno, per quanto imperfetto, da un esilio, di ricomposizione della frammentazione dell’individuo attorno al proprio nucleo più autentico. È misteriosamente un’esperienza impagabile. Una definizione particolarmente intensa e drammatica di cosa rappresenti l’arte per chi la pratica l’ho trovata in un romanzo dello scrittore islandese Jon Kalman Stefansson, uno dei narratori contemporanei che amo di più: “la cosa che impedisce di dissociarci, di andare in pezzi, di diventare sventura, una ferita gocciolante o pura e semplice crudeltà, è la creazione letteraria, la musica: l’arte. Al contempo scusante e giustificazione della nostra esistenza, al contempo ricerca e stimolo, accusa e grido, e il motivo per cui riusciamo, nonostante gli opposti inconciliabili dentro ciascuno di noi, a vivere senza impazzire, senza andare in pezzi”.

La poesia come ricerca, come domanda di senso, ma anche come supplica. In Sillabe di un appello affiora la necessità dichiarata di un appello che risiede in ogni voce e ogni gesto, e che è propria del poeta di fronte alla vita: “E dacci poi oggi / tra i pochi strumenti / che davvero ci occorrono / anche le pagine / di smisurati quaderni / sulle quali annotare ciò che andrebbe salvato” (Supplica accessoria, p.35). La concretezza di un’abitabilità dell’esistenza emerge nell’enumerazione dei concetti, nel catalogo onomastico che cerca l’etimologia, l’espressione verbale di un ineffabile sentire: “quello che manca / governa le dita / che scrivono ovunque / qualunque messaggio” (p.26). La poesia può essere una chiave di lettura della realtà, un ausilio per abitare il mondo? Quale ricerca di senso esprime?

Per me la parola, con tutti i suoi limiti e forse proprio attraverso di essi, è il luogo dell’umanizzazione dell’esistenza e dunque (lo dico in primis da lettore) la poesia, dove il linguaggio trova la massima intensità, ha un peso specifico particolare in questo processo. Lo svelamento di ciò che è più propriamente umano passa sempre attraverso la scoperta di una nudità, di un’inermità e fragilità cui fare duramente e seriamente i conti. Credo che i titoli dei miei ultimi libri di versi, “Musica questuante” e “Sillabe di un appello” siano piuttosto espliciti al riguardo: affermano in modo molto laico che la condizione più autentica di chi vive e anche di scrive è quella del mendicante e davvero ogni gesto e ogni verso sono un appello, una domanda di significato e bellezza, di riconoscimento (trovare qualcuno che ci veda e ci chiami esattamente per nome) e di possibilità aperte. Ecco, forse la poesia serve proprio a rammentare, nella magia delle parole (che per me possiedono un fascino che non smette mai di brillare) e in modo perentorio questa condizione che è paradossalmente la necessaria premessa per esperienze umane e intellettuali degne di nota, non consegnate alla sterilità.

 

 

 

 

 

 

 

L'autore

Laura D'Angelo
Laura D'Angelo
Laureata in Filologia classica, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Grande appassionata di letteratura e filologia, ha condotto numerosi studi su Gabriele D’Annunzio e ha partecipato a convegni internazionali con interventi in lingua italiana e inglese. Interessata da sempre alla scrittura scientifica e a quella poetica, ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari di livello internazionale. Ha pubblicato tra l’altro L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, nel volume collettaneo Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018.