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Ritsos tra penombra e oscurità

La poesia di Ritsos si aggira tra la penombra e l’oscurità: a deciderne la sorte sono gli umori della luna, a volte balbuziente, altre triste, impartecipe; la luna multiforme, la sua notte e le sue nuvole svolgono fatalmente il ruolo di interlocutori silenziosi, che pure svelano, ammoniscono, ricordano.

Nell’assenza, il buio niente domanda. Il Vecchio è un intruso: dai margini delle siepi, oltre gli stipiti delle porte, egli non può far altro che guardare. La sua prima parola e l’ultima, afferma, sono state dette dall’amore e dalla rivoluzione. Ora, dal margine estremo, si rifiuta egli stesso di pronunciare parole che conducano al buio, all’oscurità, a quel nero che nel suo preannunciarsi è già ovunque. Dunque, con delicata ostinazione, il Vecchio canta l’amore, la luce: niente è davvero perduto, anche se non viene capito. Nulla è perduto perché affidato alla poesia, al canto immortale della nostra mortalità. Si tratta forse soltanto di rimandare? Lo sguardo non si leva al cielo vespertino per evitare una risposta. Lassù, comunque, le rondini volano gioiose: è ancora troppo presto, è primavera.

Il quotidiano, in Ritsos, non è mai desolante. La poesia sa mitizzare: nessun gesto merita d’essere banale. I giorni si stratificano gli uni sugli altri tra gli ulivi, le cicale e gli oleandri, le scaglie di pesce sui muri e l’odore del sangue; la loro ripetitività li inonda di pregnanza storica. Oppure è il mito a spogliarsi della propria solennità, svuotato al mare come una rete da pesca.

Riposte nei bauli, mangiate dalle tarme, le bandiere perdono il rosso e si abbandonano al grigio; sbiadite, esse non trovano più posto in un tempo che è ora e che per il Vecchio, forse, è già storia straniera, lontana. A vestirsi di un berretto rosso è rimasto solamente un matto, che, stonato, mastica vecchi inni polverosi.

Le idee, ingenuamente, avvizziscono e non se ne accorgono nemmeno. Le ceneri nietzcheane non hanno esiti: niente risorge, la polvere rimane polvere. Il cavallo di Troia, nelle stanze dai muri scalcinati evocati da Ritsos, non è altro che un cavalluccio di legno, riposto senza cura in un corridoio buio.

Si avverte nei ritmi cantilenanti l’approssimarsi del nulla, che, immobile come una statua, viene accostato un po’ di più a ogni verso: si avvicinano il guaito di cerbero, una carrozza di cavalli dai membri sconsideratamente eretti; tornano le barche dei pescatori, le valige dei viandanti si riempiono per lasciare il litorale al languore dell’autunno. Al momento di tirare le somme, nessuno risponde dall’altra parte degli specchi vuoti.

Nella mente calma, lenta, il ricordo della lotta partigiana: i protagonisti non si distinguono più, fagocitati da una narrazione dorata e senza volto. I poeti (e Ritsos tra loro) sono simili ai ragazzi della guerriglia: concitati, hanno tanto parlato e nominato le cose per rimanere, loro stessi, senza nome. Il nome è nelle cose, in quello che resta dietro le porte chiuse. Le parole sono bastate a sostituire le assenze: basteranno anche quando non ci sarà più niente da dire? Giungerà la notte tanto rimandata, e il sorriso del poeta dirà: sì.

grillenzonigiulia00@gmail.com

 

 

L'autore

Giulia Grillenzoni
Cresciuta tra le nebbie della campagna padana a piada e filastrocche popolari, oggi studia Lettere moderne all'Università di Perugia. A volte scrive, altre dipinge; si interessa di Letteratura italiana e in particolare di poesia del Novecento. Di natura errabonda, sogna di girare il mondo con uno zaino in spalla.