avvenimenti · In primo piano

Questionario pasoliniano. Dialogo con Angelo Favaro

Ispirandosi alle “Sette domande sulla poesia” di Moravia, Solmi e Carocci pubblicate sulla rivista “Nuovi Argomenti” nel 1962, nel suo volume pone, come da titolo, sei domande su Pasolini, a ben diciotto giovani poeti (nati tra il 1983 e il 2001), in un esperimento che lei ha definito una “sfida temeraria”. Che genere di difficoltà ha incontrato?

Le difficoltà sono state non poche. Inizio con una considerazione: chi scrive, oggi, poesia, chi compone in versi in questi ultimi anni, chi sceglie questo genere espressivo si trova a dover compiere una scelta precisa, scontrandosi e magari dopo aver tentato ed essere stato tentato dai numerosi generi e della praticamente infinite forme espressive. Ormai è molto semplice montare video, provare a mettere insieme clip, girare cortometraggi; quasi all’ordine del giorno praticare la scrittura in prosa, dalla novella al romanzo; non di meno la rete pullula di poeti. In questo panorama vastissimo e senza confini, individuare “giovani” poeti con alcune caratteristiche che li rendano tali, superando l’anarchico imperativo dell’improvvisazione, come garanzia di “verità”, non è stato semplice. Quindi la prima difficoltà è stata quella di andare a reperire un nutrito, ma non troppo, campione di poeti. Non a caso, ma che a me e alla mia sensibilità, formazione, secondo il mio gusto risultassero tali. In secondo luogo c’è stata una difficoltà di rappresentatività: non avrei mai voluto effettuare una cernita figlia di selezioni seguendo il prontuario da seguace dei gender studies, ma nello stesso tempo non ho voluto ignorare differenti sensibilità, quindi ho tentato di dare spazio a poeti di diverso orientamento, senza che tuttavia questo andasse a inficiare l’operazione di ricerca e riflessione. Infine, ma non ve ne sono state molte altre, non avrei mai potuto discriminare rispetto alle risposte fra i poeti invitati a offrire il ciascuno il proprio punto di vista: quindi ho dovuto calibrare le domande in modo da consentirmi qualche tecnicismo, ma concedere comunque a tutti la possibilità di rispondere. Nessuno è stato censurato, né corretto, a nessuno è stata data indicazione di risposta, ma i testi delle risposte sono tali quali i giovani poeti li hanno formulati.

Come interlocutori non ha scelto accademici o professori, né critici, ma poeti. Questi nonostante – o forse in virtù – della distanza anagrafica che li separa da Pasolini, sono stati in grado di cogliere l’essenza della sua opera. Gli uni e l’altro accomunati dalla poesia, che è provocazione, rabbia, sovversione: un bene inconsumabile che fa riconoscere tra loro i poeti, “tristi superstiti” di un mondo indifferente, addirittura ostile alla poesia. Oggi, dunque, è necessario essere poeti per capire la poesia? E per capire Pasolini?

I poeti, non tutti forse, scelti e che hanno scelto di rispondere alle 6 domande su Pier Paolo Pasolini hanno dimostrato una qualità che mi ha veramente sorpreso: la sincerità. Leggendo le risposte alle domande appare evidente insieme a qualche ingenuità, una dose necessaria e commovente di sincerità. Siamo talmente ormai abituati alla dissimulazione, alla menzogna, ad una civiltà del falso, che quando in Letteratura questo vizio-vezzo viene polverizzato dalla franchezza e dall’onestà, proviamo una gioia che perdura lungamente, e al contempo sorridiamo come si sorride difronte alla fiducia del Candido volteriano. I 18 poeti convocati a rispondere alle domande hanno dimostrato una comprensione del testo pasoliniano e della sua opera davvero stupefacente, è per l’età, e perché non sono tutti letterati. Pasolini è poeta complesso, fastidioso, verboso, a volte anche melenso e spesso si coglie una tentazione decadente, ma c’è nella sua scrittura in poesia anche qualcosa di delicato, di tenero, di puro nell’impuro. Come quando scrive:

Non è Amore. Ma in che misura è mia
colpa il non fare dei miei affetti
Amore? Molta colpa, sia
pure, se potrei d’una pazza purezza,
d’una cieca pietà vivere giorno
per giorno… Dare scandalo di mitezza.
Ma la violenza in cui mi frastorno,
dei sensi, dell’intelletto, da anni,
era la sola strada. Intorno
a me alle origini c’era, degli inganni
istituiti, delle dovute illusioni,
solo la Lingua: che i primi affanni
di un bambino, le preumane passioni,
già impure, non esprimeva. […]

È nel Mistero di questa vitalità, di questa sua esuberanza che, nonostante lo scandalo, la poesia si rivela generosamente. Nulla di ordinario, in una poesia fatta di lemmi quotidiani, nulla di corrotto, in una poesia dove al centro vive un desiderio di divorare la realtà. Bisogna essere poeti? No, forse basta essere umani, attenti alle debolezze, a ciò che ci rende fragili, per comprendere, ma soprattutto per amare Pasolini (mai acriticamente) e la sua scrittura, non solo in poesia.

Di Pasolini, a cento anni dalla nascita e a quasi quarantasette della morte, si parla ancora, come e forse più di allora; sicuramente meglio di allora: adesso Pier Paolo Pasolini ha assunto le dimensioni di un monumento; in vita fu profondamente apprezzato da pochi, denigrato da molti. Tuttavia, il farsi “classico” dell’opera di Pasolini non ha intimorito gli intervistati, che hanno manifestato spesso un rapporto quasi affettivo con il poeta, senza tuttavia cedere all’idolatria, mantenendo invece un occhio critico, un rapporto dialettico. Come spiega questo – forse apparente – paradosso?

Una osservazione esatta, della quale la ringrazio, e che condivido: nessuno dei poeti si è lasciato intimorire dall’idea di confrontarsi “quasi” con un grande classico. Non voglio immaginare la reazione se le domande fossero state su Dante o su Petrarca, su Ariosto o su Foscolo… probabilmente non avrei trovato 18 poeti, ma molti meno, o nessuno. Ah, colgo l’occasione per specificare che erano molti di più gli invitati, ma non si sono sentiti in grado di rispondere, o hanno gettato la spugna, come si suol dire, declinando l’invito. Pienamente comprensibile.
Io personalmente non considero Pasolini “ancora” un classico, e forse neanche i poeti che hanno risposto alle domande. Un classico è tale quando lo si può leggere, studiare e criticare, ormai, serenamente, per la distanza e per il magistero riconosciuto. Oggi, si fa ancora fatica a far entrare Pasolini in una aula liceale, o universitaria. Un film come il Decameron o un film come Salò sono vietati ai minori, romanzi come Ragazzi di vita o Petrolio non si riescono a far leggere senza dover prima combattere contro pregiudizi e timori. È un poeta, uno scrittore, un intellettuale divisivo e sul quale si intensificano giudizi contrastanti: la sua scrittura è ancora condannata alla censura, perché troppo vibrante, troppo di cuore, talvolta oscura e oscuramente volta all’intelligenza del sentimento, del risentito, del proibito. Penso al suo teatro: Calderon, Bestia da stile, Orgia. Qualcuno è ancora scandalizzato dalla blasfemia dei versi dell’Usignolo della chiesa cattolica.
I giovani poeti hanno trovato, ognuno per sé, un modo per dialogare con Pasolini, e quindi per rispondere alle domande, dimostrando una maturità imprevista e inattesa, maturità di cui ancora molti critici e letterati si trovano sprovvisti, come quest’anno centenario sta ampiamente rivelando. Non c’è paradosso nelle risposte dei poeti, ma semplicemente, lo ripeto, onestà intellettuale e sincerità. E mi lasci dire, è questo che rende il volume uno strumento critico di comprensione del Pasolini poeta, tanto quanto i numerosi saggi critici che si sono pubblicati negli anni. A patto di leggerlo senza pregiudizi!

Uno degli intervistati in particolare afferma che i film di Pasolini erano “indigesti” allora come lo sono ai nostri tempi, e che la sua poesia non sollecita alla velocità, com’è invece richiesto oggi all’arte. È il suo fisiologico anacronismo a rendere Pasolini, come viene spesso definito, “sempre attuale”?

Non ritengo che tutti gli scritti o i film o il teatro o che tutta la scrittura polemica e giornalistica siano attuali, come in ogni grande intellettuale e fine poeta, che ha scritto moltissimo, qualcosa ci riguarda ancora ed è fruibile secondo le sollecitazioni dell’attualità, qualcosa è divenuto obsoleto e lo si può leggere come testimonianza di un’epoca passata e di una poetica in fieri. Mi permetto di esemplificare. Rileggiamo Profezia del 1964: ad una prima scorsa sembrerà un testo che veramente profetizza il presente nel quale viviamo, ma se proviamo a storicizzare, capiamo subito che sì forse in qualcosa ritroviamo in nostro presente, ma in fondo si sta parlando di un altro tempo, di altre sollecitazioni, di una storia diversa. Allora la nostra smania attualizzante ci fa perdere di vista i contesti, il significato dei testi, cosa avrebbe voluto veramente comunicare il poeta. Ebbene sì siamo postmoderni, anche quando leggiamo Pasolini. Se invece prendiamo in mano Petrolio e proviamo ad analizzare i meccanismi del potere, i luoghi e i modi nei quali il potere agisce e di esprime, ecco sembra un testo scaturito esattamente dalla nostra contemporaneità, anche nella forma frammentaria della serie di appunti. Sì dobbiamo contestualizzarlo, ma proprio mentre compiamo questa operazione scorgiamo all’orizzonte il nostro presente.
Sui film di Pasolini il discorso è ancora differente: il poeta non è un vero un regista, ma un neofita del cinema. Fa errori mentre gira, mentre monta, ed è lui stesso ad ammetterlo. Però ama la realtà e pensa che la macchina da presa sia il modo migliore per catturare la realtà e riprodurla. Alcuni film come Salò o Porcile sono “indigesti”, altri come Il fiore delle Mille e una notte sono onirici e colmi di qualcosa di soavemente lirico.
Pasolini anacronistico? Non saprei… direi Pasolini innamorato di un arcaismo barbarico, primevo, puro e incontaminato nella sua violenza.

Considerando l’abisso tematico, strutturale, ideologico e temporale che separa la prima raccolta, Poesie a Casarsa (1941), e l’ultima, La nuova gioventù (1975), o, al di fuori della poesia dialettale, la distanza che si frappone tra Le ceneri di Gramsci (1957) e Trasumanar e organizzar (1971), quale fase della produzione in versi di Pasolini ha, secondo lei, un’influenza maggiore sulla poesia contemporanea?

Temo, purtroppo, nessuna fase: la poesia contemporanea è figlia, per semplificare, di due differenti scuole-non scuole, o scuole loro malgrado: da un lato abbiamo un ermetismo epigonale, dall’altro uno sperimentalismo che procede dalla Neoavanguardia ai nostri giorni. Dove porre la varia produzione poetica di Pasolini? In parte forse, per ragioni meramente scolastiche, la silloge più nota è Le ceneri di Gramsci, perché antologizzata nei volumi scolastici.
In verità ritengo che a causa della difficoltà di revisione del canone della letteratura italiana contemporanea la poesia di Pasolini non sia più veramente letta. Se si va un po’ a zonzo online si ha il polso della situazione massificata: circolano una ventina (e sono largo) di poesie, sempre le stesse, e non si conosce praticamente nessun altro testo. Tutti citano i medesimi versi: alcuni dalle Ceneri di Gramsci, qualcosa da Poesia in forma di rosa, poco da Trasumanar e organizzar. Garzanti ha compiuto una operazione (puro marketing) interessante: pubblicare in un volumone giallo: Pasolini. Le grandi poesie, con testi da Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa, Trasumanar e organizzar. Con soli 19 euro è possibile avere un repertorio pasoliniano non ristretto, ma anche assolutamente illeggibile. E anche su questo l’ultima parola dobbiamo concederla a Pasolini, che sa rispondere esattamente sulle ragioni per le quali probabilmente nessuna raccolta ha un peso di riferimento sulla poesia contemporanea, quando spiega a Halliday: «Non sono un pensatore e non ho mai aspirato a esserlo. A volte, entro il contesto di un’ideologia mi viene qualche intuizione, e così mi è capitato di precedere gli ideologi di professione. E stilisticamente sono un pasticheur. Adopero il materiale stilistico più disparato: poesia dialettale, poesia decadente, certi tentativi di poesia socialista; c’è sempre nei miei scritti una contaminazione stilistica, non ho uno stile personale, mio, completamente inventato da me, benché possegga uno stile riconoscibile. Se lei legge una mia pagina, non stenta a riconoscerla come mia. Non sono riconoscibile perché inventore di una formula stilistica, ma per il grado di intensità al quale porto la contaminazione e la commistione dei differenti stili. Non hanno ragione né l’uno né l’altro, poiché quello che conta è il grado di violenza e di intensità, e ciò investe sia la forma sia gli stili, nonché l’ideologia. Quello che conta è la profondità del sentimento, la passione che metto nelle cose; non sono tanto né la novità dei contenuti, né la novità della forma».
E la passione che ha messo lui nelle cose è qualcosa di talmente irripetibile e inimitabile, che non può funzionare come modello per nessun altro.

 

 

L'autore

Giulia Grillenzoni
Cresciuta tra le nebbie della campagna padana a piada e filastrocche popolari, oggi studia Lettere moderne all'Università di Perugia. A volte scrive, altre dipinge; si interessa di Letteratura italiana e in particolare di poesia del Novecento. Di natura errabonda, sogna di girare il mondo con uno zaino in spalla.