In primo piano · Interventi

La farsa del “Dante di destra”

Sono sempre ricercato
per le filme più bislacche
perchè sono ben calzato
perchè porto bene il fracche
con la riga al pantalone…
Gastone,
Gastone,
Tante mi ripetono: sei elegante!
Bello, non ho niente nel cervello!

Ettore Petrolini, Gastone

«Dante Alighieri è il fondatore del pensiero di Destra nel nostro paese», ha scandito di recente il Ministro della Cultura con la fiera e impassibile, immarcescibile incoscienza di chi sta facendo «un’affermazione molto forte». Più tardi, di fronte agli sbertucciamenti di innumerevoli studiosi, “di sinistra”, ma anche “di destra”, si sarebbe difeso: «Era una provocazione». In Veneto dicono: «Xè pèso el tacòn del buso». Qui dovrei per cristiana compassione calare il sipario. Ma qualche breve riflessione urge d’essere abbozzata, soprattutto in forma di sommesso suggerimento al neoministro perché si vergogni, arrossisca, si penta, si scusi pubblicamente, infine si dimetta, come ormai si usa fare anche ai sommi livelli ecclesiali. La mia è una precisa richiesta di dimissioni, che esprimo come cittadino italiano, come studioso di Dante, come insegnante che fatica per trasmettere ai giovani il senso della complessità del reale, della cultura, del mondo: in sostanza, come essere umano offeso dalla spaventosa banalità del male. E spero che molti mi seguano, che la protesta si diffonda, e che qualcosa avvenga. Ci conto molto, con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

Anzitutto rilevo che prima della fine del Seicento o meglio dell’inizio del pensiero illuministico, se non addirittura della Rivoluzione francese, è praticamente impossibile applicare una distinzione politica fra “destra” e “sinistra”, e che comunque l’opposizione è semplicente ridicola per l’età di Dante. In un notevole libro del 1994, intitolato Destra e sinistra, Norberto Bobbio constatava che «queste due parole del linguaggio, non solo comune, ma popolare, sono ormai usate non soltanto nel discorso politico, ma estese, spesso in maniera persino caricaturale, ai più diversi campi dell’agire umano». In una nota nell’edizione accresciuta, fra 1995 e ’99, il severo Bobbio rammentava, con un sorriso complice ed evocando un testo del 1995-96, che «una nota canzone di Giorgio Gaber è intitolata Destra-sinistra e vi si leggono contrapposizioni come “fare il bagno nella vasca è di destra / far la doccia invece è di sinistra / un pacchetto di Marlboro è di destra / di contrabbando è di sinistra”». Nel mio piccolo aggiungo che l’avvio della famosa canzone gaberiana suonava così, collazionando le sue varie versioni: «Tutti noi ce la prendiamo con la storia / ma io dico che la colpa è nostra / è evidente che la gente è poco seria / quando parla di sinistra o destra», e poco dopo dettagliava come uno chef di classe: «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra / Una bella minestrina è di destra / Il minestrone è sempre di sinistra / Tutti i film che fanno oggi son di destra / Se annoiano son di sinistra / La patata per natura è di sinistra / spappolata nel purè è di destra / I collant son quasi sempre di sinistra / Il reggicalze è più che mai di destra / la pisciata in compagnia è di sinistra / il cesso è sempre in fondo a destra / Tutto il vecchio moralismo è di sinistra / La mancanza di morale è a destra / Anche il Papa ultimamente è un po’ a sinistra / È il demonio che ora è andato a destra». Honni soit qui mal y pense! Altri papi, altri demoni, altre minestrine, altri collants

E sempre a proposito di queste pseudo-opposizioni un grande intellettuale, Furio Jesi, nel 1979, quando era uscito il suo La cultura di destra, aveva dichiarato che per questo tipo di “cultura” «il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare nel modo più utile, in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola». Già: le Maiuscole, che sostituiscono facilmente le idee, l’argomentazione, il pensiero. Paroloni come Patria, Popppolo, Nemico, Destra, appunto. Pappa omogeneizzata, banalizzazione di fronte alla complessità del reale, che è la grande sfida per la quale dobbiamo formare i giovani.

In secondo luogo, il Ministro della Cultura pretende che Dante Alighieri sia «profondamente “di destra”» per la sua «visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali», ma anche per «la sua costruzione politica», espressa (è testuale!) «anche in saggi diversi dalla Divina Commedia». E qui bisognerebbe spiegare al Ministro, il quale pochi istanti prima della fatale dichiarazione si era presentato appunto come «saggista», che Dante, no, Dante non può essere un suo collega, perché «saggi» lui non ne ha mai scritti. E non avrebbe potuto farlo proprio storicamente, dal momento che anche questa categoria letteraria viene coniata, per definire la scrittura con cui si saggia sé stesso (cioè ci si assaggia e ci si sonda, ci si mette alla prova), da Michel de Montaigne nella sua edizione degli Essais del 1580: «Se la mia anima potesse stabilizzarsi, non mi saggerei, mi risolverei. Essa è sempre in tirocinio e in prova», scriveva all’inizio del saggio Sul pentirsi (III 2), fra i suoi più belli, dove scolpiva nel marmo un’altra idea splendida: «Ogni uomo porta la forma intera dell’umana condizione».

Uno fra gli storici italiani migliori, “di destra” con juicio (lo siglerò F. C.), interpellato a caldo in TV sull’“aria che tira” da quelle parti, ha risposto alla lettera, nel suo bell’accento fiorentino, che forse il neoministro «è stato preso un po’ di contropiede, e ha detto una delle prime cose che gli passavano per la testa, con un discorso un po’ esagerato», ma ha poi ironizzato sul fatto che «in genere si dice che il cane è di destra e il gatto di sinistra, Aristotele di destra e Platone di sinistra», eccetera eccetera. Il giochetto attribuzionistico potrebbe continuare: io mi limito a constatare che F. C., intelligente e colto, Giorgio Gaber lo conosce, e lo ricorda bene. E non solo questo.

La “destra” e la “sinistra”: è il divertissement tipico delle tiritere che si sgranano nei salottini per bene. Cito ancora Norberto Bobbio (il corsivo è suo): «Ma si può credere davvero che le parole possano venire spostate da un contesto all’altro senza che sia loro attribuito un senso o, se vogliamo, un alone di sensi, anche soltanto intravisti, ma tali da far apparire quelle domande comprensibili?».

Ricordavo lo studio sulla Cultura di destra di Furio Jesi (l’editore Nottetempo lo ha riproposto nel 2011, con tre inediti, a cura di Andrea Cavalletti). Jesi riconduceva il problema alla sfera della mitologia nella prassi politica, imperniata su parole-simbolo: e queste sono oggettivamente reazionarie, giacché agiscono sulle emozioni degli individui e le saldano nell’adesione al gruppo di tipo sacrale-nazionale-fascista. Jesi scriveva che l’ideologia, ovvero «il linguaggio delle idee senza parole, è una dominante di quanto oggi si stampa e si dice, e le sue accezioni stampate e parlate, in cui ricorrono appunto parole spiritualizzate tanto da poter essere veicolo di idee che esigono non-parole, si ritrovano anche nella cultura di chi non vuole essere di destra, dunque di chi dovrebbe ricorrere a parole così “materiali” da poter essere veicolo di idee che esigono parole». Per Jesi ogni mito politico (ormai, lo vediamo, addirittura Dante!), attraverso quella che Walter Benjamin definiva aura, può assumere tonalità “di destra” quando si trasforma in «macchina mitologica», cioè in un dispositivo socio-culturale identitario, dunque produttore di senso e di appartenenza, diventando così uno strumento potente in mano a ogni forma di potere autoritario.

Inutile alzare, ormai, thrénoi disperati sullo stato di sconsiderata immaturità del Popppolo, che dilaga nel mondo. Dal Monte Bianco a Santa Maria di Leuca, da Arcore a Castelvetrano (patria, com’è noto, di Giovanni Gentile), le mazzate più che ventennali del popppulismo sulle (in)coscienze delle masse televisive, il ticchettio ininterrotto dei pollicioni adolescenziali (e non) sugli strumenti digitali capaci di annullare ogni presa di distanza dalle manipolazioni attraverso uno spirito critico, hanno svuotato qualsiasi idea di responsabilità politica e di partecipazione. L’indifferenza accoglie ormai ogni mitragliata dello sciocchezzaio politico, le idee senza parole e le parole senza idee.

Va invece ricordato a tutti, a partire dalle scuole, l’articolo straordinario che nel 1917, in «La città futura», il ventiseienne Antonio Gramsci pubblicava, con il titolo Contro gli indifferenti: «Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. […] L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?».

Facciamo il nostro dovere, protestiamo contro l’indegna «macchina mitologica» che martella le menti e le (in)coscienze dei giovani nelle scuole e dei loro genitori. La macchina mitologico-mediatica ha portato alla deriva verso destra di molti paesi europei. Ormai, come si gridava tanti anni fa, occorre resistere, resistere, resistere! In una lettera del 21 gennaio 1950, all’inizio dell’ultimo suo anno di vita, Cesare Pavese scriveva al suo ex professore nel celebre liceo Massimo D’Azeglio di Torino, Augusto Monti, con il quale avevano studiato anche Massimo Mila, Leone Ginzburg e lo stesso Norberto Bobbio: «Fare bene il lavoro che ci tocca […]. Chi fa bene il suo lavoro ha la coscienza a posto; chi no, no. E come me facciano tutti – sian messi tutti in grado di farlo. […] Il mondo è quello che è, e chi non si salva da sé non lo salva nessuno».

Io non voglio salvare il mondo. Cerco solo di far bene il lavoro che mi è toccato, di intellettuale (non so se il vocabolo sia ancora sensato). Io chiedo solo, e spero che tanti chiederanno con me, le dimissioni di questo Ministro della Cultura che dichiara «Dante fondatore del pensiero “di destra”». Si dirà che è una battuta. Ma si possono accettare da un Ministro della Cultura battute di questo livello? Qualcuno può pensarle sulle labbra di Croce, di Gentile, per limitarmi ai nomi sommi del passato? Per quanto conti la voce di un singolo, con queste righe chiedo le dimissioni per indegnità di ruolo, sperando che si formi una fila, anche piccola, ma vigorosa. Non insulto: argomento. Satireggio, ironizzo, sì: ma questo è a dir poco uno stimolo alle intelligenze, nonché un diritto costituzionale (articolo 21). «Una risata vi seppellirà», si diceva al tempo che Berta filava. Oggi io non rido: grido. Grido soltanto: Vergogna! Vergogna! Vergogna!

La Cultura è una cosa seria. Una delle cose più serie e importanti della vita. Non si può sbeffeggiarla così. Hanno diritto al rispetto per le loro menti, per la Cultura, per Dante, le generazioni oggi giovani, e domani fulcro dell’Italia futura, che spero non sarà più “di destra”, ma pienamente “democratica”, secondo «le forme e i limiti» stabiliti da quella Costituzione che abbiamo ottenuto, dopo una feroce guerra di liberazione e una lunga Resistenza, attraverso il consenso di tutte le parti politiche. Ciascuno «faccia il proprio dovere», «cerchi di far valere la sua volontà», reagendo alle provocazioni, anche apparentemente piccole. Si comincia sempre con qualche battuta sgangherata, e se passa liscia senza che nessuno protesti, allora si va avanti, senza limiti. La storia non è «un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente». Giovani e meno giovani che leggete, non siate indifferenti. Chiedete ad alta voce che si cacci via da un ruolo delicato e fondamentale, per il Paese che ha generato e raccolto la metà dei beni culturali del mondo intero, chi disprezza la Cultura banalizzandola a sciocco slogan politico. Scriviamola infine questa parola fondamentale, senza timore, con la Maiuscola.

Giocherellate come volete, politici e ministri. Per favore, però, Dante lasciatelo fuori, non schiccheratelo con il fango delle vostre battutacce “di destra”. Lasciatelo al mondo, ai giovani che lo adorano nelle scuole di tutt’Italia, e si commuovono e stanno seri seri ad ascoltarne la lettura. Lo so per esperienza diretta, moltiplicata in decine e decine di occasioni. Dante è di tutti e di nessuno. Dante, semplicemente, “è”. C’è. È qui con noi, eredità della storia e dono supremo del buon Dio. Lasciatelo a ciascun essere umano, piccolo o grande, illustre o miserabile. Mia nonna Rosa, contadina piemontese che aveva studiato fino alla terza elementare, quando mi vedeva, da bimbo, un po’ arrabbiatello contro qualche compagno di giochi, mi sussurrava: «Non ti curar di lor, ma guarda e passa» (il verso nella Commedia è differente: ma lei lo aveva memorizzato così, a mo’ di proverbio). Oggi mi ripeterebbe lo stesso. Certo, nonna Rosa non sapeva “veramente” chi è Dante. Ma il “suo” Dante non era né “di destra” né “di sinistra”: lo aveva nel cuore come ciascuno di noi, perché ormai è lingua comune, è modo di pensare collettivo, anzi fa parte del genoma umano, giace negli strati più intimi dello spirito, sempre pronto a sbocciare, a dar forma a un’idea, a un’emozione per noi difficile da definire, e per la quale invece, come tutti i grandi Poeti, come gli Artisti autentici, lui ha trovato le parole giuste.

Ciò che disturba di più nella battutaccia del ministro è la banalizzazione della complessità straordinaria di un poeta qual è Dante, lo sbriciolamento sloganistico di quell’acume smisurato. È l’insistenza sul fatto che sarebbe «profondamente “di destra”» la «visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali» espressa così nella Commedia come «in altri saggi». Nel 1930 diceva il grande Ettore Petrolini, in Nerone (l’unica satira che Mussolini fu costretto ad accettare), vestendo i panni dell’imperatore-poeta: «Volete che vi narri dei versi degni d’Omero, d’Anacreonte, di Petrolini o di Lorenzo Stecchetti?». E Tigellino rispondeva: «No, degni di te. Canta Cesare, fai udire qualcuno dei tuoi ragli…». E nel celebre dialogo conclusivo con il Popppolo, che finiva a pernacchie e a minacce di morte, Nerone gonfio di gloria commentava: «Lo vedi all’urtimo come è il popolo? Quando s’abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!». Tutto, tutto, perfino Omero e Anacreonte: ma Dante no. Neppure Petrolini lo tirava in causa. Perché non avrebbe fatto ridere nessuno. Mentre citando indebitamente Dante il ministro, oggi, fa ridere. O meglio, farebbe ridere, se non facesse piangere.

Pensando alle bassure di cui sono stato costretto ad occuparmi fin qui, mi verrebbe da dire che la tragedia volge spesso in commedia, quasi sempre in farsa. Allora voglio chiudere volando alto, più alto, come il nome di Dante merita. E nonostante non si sia comportato per nulla come il suo ruolo imporrebbe, e meriti che gli si tirino le orecchie d’asino come agli scolari ciucci, io voglio regalare al Ministro della Cultura qualche perla preziosa colta da Grandi Spiriti per l’umanità intera nel fondo più fondo del pensiero e della poesia.

Lo faccio ricordando i nomi di tre grandi scrittori, tre poeti di scala mondiale, i quali fra il 1910 e il 1945 hanno riscattato per tutti noi la Poesia, la Scrittura e il Pensiero di Dante (ormai ricorro anch’io alla Maiuscola, perché queste parole siano lette con la forza che cerco di imprimer loro battendo i tasti del computer). Quello di Dante, attraverso di loro, torna a splendere non come “pensiero”, e tanto meno come “pensiero di destra”: ma piuttosto come pensiero poetante, per usare la splendida forma che un altro grande poeta e critico, Antonio Prete, ideò nel 1980 per Giacomo Leopardi. Pensiero poetante e poesia pensante: null’altro sono le parole e le opere che i genî offrono al presente e al futuro.

I tre scrittori sono Ezra Pound, Osip Mandel’štam, Primo Levi. Notissimi, tutti e tre. Ma occorre richiamarne il nome, farne riascoltare la voce in ferma opposizione alle oscene battute da osteria su «Dante fondatore del pensiero di destra». Nel 1910, nel capitolo su Dante di The Spirit of Romance, che lo stesso Ezra Pound, insieme con Vanni Scheiwiller volle inserire nel progetto di volume ideato dal magnifico editore milanese (il libro rimase inedito, allo stato di bozze, e io stesso, insieme con Lorenzo Fabiani, l’ho ritrovato nel fondi APICE e pubblicato da Marsilio nel 2015), il maestro della poesia novecentesca rispondeva alle critiche espresse da Croce nell’Estetica del 1902, e in qualche modo, anticipatamente, alle posizioni che il filosofo assumerà nel saggio dantesco del 1921: «Picarda’s speech of explanation contains that philosophy with which some say the poem is over-loaded. Surely this also is the very marrow of beauty» («Il discorso esplicativo di Piccarda contiene quella filosofia della quale alcuni dicono che il poema è sovraccarico; questa è però, certamente, anche l’essenza stessa della bellezza»). Sulla stessa linea si muove, nel 1920, il più grande amico-allievo di Pound, Thomas Stearns Eliot (Dante, in The Sacred Wood. Essays on Poetry and Criticism, 1920): «We must show first in a particular case – our case is Dante – that the philosophy is essential to the structure and that the structure is essential to the poetic beauty of the parts» («Dobbiamo mostrare per prima cosa che, in un caso particolare – il nostro caso è Dante -, la filosofia è essenziale alla struttura della poesia e la struttura è essenziale alla bellezza poetica delle parti»).

È quasi inutile ricordare che i Cantos di Pound, come The Waste Land eliotiana, pullulano di memoria dantesca. E si noti che se c’è un uomo sicuramente “di destra” è proprio Ezra Pound, il quale, si rammenterà, fu arrestato dai partigiani a Rapallo, dove viveva, nel maggio 1945, rinchiuso nei pressi di Pisa in una gabbia da Guantanamo, infine processato in America per collaborazionismo per le sue (in verità terrificanti, quasi incredibili) trasmissioni antisemite e filomussoliniane da Radio Roma. Non si può fingere di non sapere; non esistono alibi. Occorre digerire questo rospo colossale: uno dei più grandi poeti della modernità fu schiettamente, irreparabilmente fascista. Eppure mai, una sola volta, dichiarò, né avrebbe ammesso che oggi si dichiari, la sguaiata menzogna che «Dante Alighieri è il fondatore del pensiero di Destra nel nostro paese». Il fascista Pound, intrappolato come una belva, pensava a Dante e ai trovatori provenzali e a Riccardo di San Vittore come poeti per Everyman, e affollando innumerevoli immagini scriveva della «torre di Ugolino», al centro di Pisa, a pochi passi da dove si trovava, e si domandava: «il peggio ha da venire o è questo il fondo?». Altro che Dante “di destra”! Se fosse vivo, Pound griderebbe contro l’autore di questo assurdo proclama. Aveva ragione lui: «il peggio aveva ancora da venire», e forse noi stiamo toccando «il fondo».

Qualche anno prima, il 27 dicembre 1938 nel gulag stalinista di Vtoraja rečka, nei pressi di Vladivostok, era morto Osip Mandel’štam, forse il più grande poeta russo del Novecento. Lo aveva fatto deportare Stalin come altri nemici, soprattutto ebrei, per «attività controrivoluzionaria» (in realtà si era limitato a definire il dittatore «montanaro del Cremlino», irridendo i suoi «baffoni da scarafaggio»). Nei giorni della fine, del gelo, della fame, rifiutandosi (avrebbe detto più tardi ad Auschwitz Primo Levi) di farsi «degradare a bestia», traduceva a memoria per i suoi compagni di sofferenza e di morte Dante, Petrarca e Ariosto. Per leggere questi grandi classici d’Italia e d’Europa aveva imparato l’italiano, «la più dadaistica delle lingue romanze». Si era innamorato, attraverso la Commedia, della «puerilità della fonetica italiana», del suo «bellissimo infantilismo», della sua «affinità con un melodico balbettio, con un dadaismo originario». Nell’estate del 1933 Mandel’štam aveva scritto il Discorso su Dante (Разговор о Данте), che a me è sempre parso il più bel saggio dantesco composto da uno scrittore in ogni tempo. Subito bocciato dal Gosizdat, le “Edizioni di Stato” sovietiche, il piccolo libro giunse in Occidente nel 1962 in dattiloscritto attraverso il samizdat e fu presentato nella nostra lingua nel 1967 da Angelo Maria Ripellino nella traduzione di Maria Olsoufieva presso l’editore De Donato di Bari. Lo ha ritradotto nel 1994 Remo Faccani per il Melangolo di Genova. E prima o poi bisognerà riproporlo con un commento esteso e puntuale, come meritano i grandi classici.

Dice fra l’altro il Discorso su Dante: «Tutto il poema non è che una sola strofa, unitaria e inscindibile. O meglio, non una strofa, ma una struttura cristallina, un solido. Tutta l’opera è attraversata da un flusso di energia costantemente teso alla creazione di nuove forme, è un corpo rigidamente stereometrico, lo sviluppo per monosillabi del cristallo tematico. Impossibile […] raffigurarsi visivamente, questo poliedro di tredicimila facce, mostruoso nella sua regolarità. […] Solo la metafora può essere un simbolo concreto dell’istinto plastico con cui Dante costruisce a goccia a goccia le sue terzine e le travasa l’una nell’altra. Dobbiamo perciò immaginare che a costruire la coscienza del poliedro di tredicimila facce lavori uno sciame d’api dotate di un geniale fiuto stereometrico, uno sciame che altre api accorrono a ingrossare via via che se ne presenta la necessità. […]  La Commedia è una nave-portento che esce dal cantiere con lo scafo già incrostato di conchiglie».

E quel «balbettio» che Mandel’štam riconosce nel fondo del poema più alto che sia mai stato composto rappresenta un’intuizione geniale: «Mi pare che Dante abbia studiato con attenzione tutte le pronunce difettose: che abbia ascoltato accuratamente i balbuzienti, i biascicanti, quelli che non pronunciano certe lettere o parlano nel naso, imparando qualcosa da ciascuno. Si vorrebbe parlare a lungo del colorito sonoro dell’Inferno. Una tipica musica labiale – abbo, gabbo, tebbe, rebbe, converrebbe – come se la fonetica fosse stata creta con l’aiuto di una balia.  […] Tra linguaggio e nutrimento si rivela l’esistenza di un nesso inatteso».

Con il portentoso fiuto ermeneutico che solo i poeti grandi hanno nei confronti dei grandissimi poeti Mandel’štam capisce e spiega uno dei perni di pensiero poetante su cui ruota il poema dell’Universo: Dante applica quest’idea a sé stesso, alla propria lingua inceppata e afasica, da infans, incapace di dire l’infinito, nell’ultimo canto della Commedia: «omai sarà più corta mia favella, pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante / che bagni ancor la lingua alla mammella» (Par., XXXIII 106-108). Straordinaria invenzione, questa rima favella : mammella! Fra le rime più sconvolgenti della poesia di ogni tempo: la favella, la parola poetica, la lingua, è latte succhiato dalla mammella della mamma, della balia, della tradizione poetica. Quest’idea splendida Dante la collega ad Omero, «poeta sovrano» (Inf., IV 88), «che le Muse lattar più ch’altro mai» (Purg., XXII 102). Ma la metafora dell’allattamento della lingua-balia, e dunque della lingua poetica come nutrimento materno, è splendidamente condensata anche in altri versi del Paradiso, da collegare al poeta-neonato allattato dalle Muse «del latte lor dolcissimo più pingue» (Par., XXIII 57). E non a caso quando si volge a cercare Virgilio che sta scomparendo accanto a lui, nel XXX canto del Purgatorio, mentre Beatrice entra in scena trionfalmente, come un angelo celeste, è proprio al bambino terrorizzato per aver perduto la mamma che Dante si paragona: «volsimi a la sinistra col rispitto / col quale il fantolin corre a la mamma / quando ha paura o quando elli è afflitto» (Purg., XXX 43-45).

La paura (la stessa che apre la Commedia, nella «selva oscura»), la mamma smarrita, la mammella della Poesia che offre al poeta-neonato la parola e il nutrimento. Sono le metafore più smaglianti mai ideate da mente umana per dire il pensiero poetante, la lingua poetica che allevia il dolore, che salva di fronte alla morte. Come ha salvato l’ebreo russo Mandel’štam nel gulag stalinista in Siberia, come ha salvato il fascista Pound nella gabbia americana a Pisa e poi nel manicomio criminale, il St. Elizabeths Hospital di Washington, come ha salvato l’ebreo italiano Primo Levi nel Lager nazista di Auschwitz.

La lingua della poesia “monta” come “monta” il latte alla puerpera: evento magico descritto con calorosa sapienza dalle donne del popolo, ma compreso alla perfezione da uno dei nostri poeti maggiori, Andrea Zanzotto, che nella prosa di accompagnamento alle poesiole in petèl di Filò, nel 1976, descrive «il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte», e definisce lógos erchómenos, letteralmente «lingua che viene», il dialetto sentito come scaturito da Gnessulogo: «veniente di là dove non è scrittura (quella cha solo migliaia di anni) né “grammatica”: luogo, allora, di un logos che resta sempre “erchomenos”, che mai si raggela in un taglio di evento, che rimane “quasi” infante pur nel suo dirsi, che è comunque lontano da ogni trono».

Capisco che tutto questo sia un po’ ostico per un neoministro la cui prima omelia importante consiste nella dichiarazione: «Dante Alighieri è il fondatore del pensiero di Destra nel nostro paese». Ma gli consiglio di leggerli questi poeti difficili e alti, destrorsi o mancini, non conta: loro Dante lo hanno accolto, abbracciato, compreso, e lo hanno illuminato per noi. Ci hanno spiegato le sue pieghe; ci hanno mostrato che il «volgare illustre», inseguito come una pantera dall’alito profumato che fugge per monti e per valli, è la Commedia stessa, lingua suprema che «rimane “quasi” infante pur nel suo dirsi, che è comunque lontano da ogni trono».

Lontano da ogni trono, appunto: non “di destra” o “di sinistra”. Sopra il potere, al di là del potere: infatti, come Dante stesso asserisce nel De vulgari eloquentia (I 17, 5-6), che è fra i trattati politico-linguistici più forti che siano mai stati scritti, e che sarebbe bene i nostri “politici” leggessero con cura (ovviamente in traduzione): «Il volgare di cui parliamo è innalzato dal magistero e dal potere, e innalza i suoi con l’onore e la gloria. […] Che sia sollevato dal potere, è manifesto. […] E che innalzi con l’onore, è evidente. Forse che chi è al suo servizio (domestici sui) non supera in fama qualsiasi re, marchese, conte e magnate. Questo non c’è bisogno di dimostrarlo. E quanto copra di gloria chi è al suo servizio, lo sappiamo noi stessi, che per la dolcezza di questa gloria ci buttiamo dietro le spalle l’esilio (qui huius dulcedine glorie nostrum exilium postergamus)».

Manca ancora uno scrittore all’appello, per insegnare a re e marchesi, a conti e magnati, a politici e ministri dell’orbe terracqueo che l’arte, la poesia, anche se scritte con la minuscola sono sempre Maiuscole, e salvano la vita perché sono parola dei momenti estremi dell’esistenza, un lógos erchómenos «che rimane “quasi” infante pur nel suo dirsi, e che è comunque lontano da ogni trono».

Questo scrittore è Primo Levi. Tutti i ragazzini nelle scuole lo conoscono, lo hanno letto alle superiori. Di certo anche il neoministro. Lo stesso gesto straziato e necessario, anacronistico e umano, compiuto da Osip Mandel’štam nel 1938 in Siberia, di fronte alla morte, Levi lo compie pochi anni più tardi, nel 1944, ad Auschwitz, senza sapere del suo lontano compagno di dolore nell’Unione Sovietica. In fila per la zuppa di cavolo nero, Levi si preoccupa non tanto di far sopravvivere grazie a quel miserabile cibo il povero corpo già spossato, ma di riscattare l’umanità della vita con l’atto umanistico di riportare alla luce dalla memoria profonda della mente la poesia dantesca. E nella memoria ritrova brandelli del canto di Ulisse, il XXVI dell’Inferno, per tradurlo in francese a Pikolo, balbettando ad una ad una le sillabe strappate all’oblio con fatica e dolore: «appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare», e «per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà» (P. Levi, Se questo è un uomo, nel cap. Iniziazione).

Levi traduce a memoria Dante in francese, come Mandel’štam lo aveva tradotto a memoria in russo, e come Pound lo aveva rimeditato a memoria fra italiano e inglese. Nel Lager Levi “scopre” Dante, il “suo” Dante, un “nuovo” Dante (Se questo è un uomo, cap. L’ultimo canto di Ulisse): «Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cos’è la Divina Commedia. […] Mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! […] Un buco nella memoria. […] Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile […]. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi: …Acciò che l’uom più oltre non si metta. “Si metta”: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, “e misi me”. […] Considerate la vostra semenza: / Fatti non foste a viver come bruti, / Ma per seguir virtute e conoscenza. Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. […] Darei la zuppa di oggi per saper saldare “non ne avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio. […] Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui».

Il «nostro essere oggi qui» è il Da-sein heideggeriano, dello Heidegger compromesso con il nazismo. Levi lo sa. È l’essere-qui nel Lager. È l’essere-qui nella vita, è l’esistere come creature destinate a finire, che nascono, soffrono, godono, sperano, hanno paura, guardano il cielo stellato e il profondo del proprio cuore, per trovare un senso di fronte alla morte, al non-essere. Il senso lo offre la Poesia. Lo offre Dante, poeta dei poeti.

«Dante Alighieri è il fondatore del pensiero di Destra nel nostro paese», signor Ministro della Cultura? Ma si vergogni, ma diventi rosso e pensi per una volta almeno, prima di aprire la bocca (come cerca di lenire lo storico colto F. C., che sta dalla sua parte) per «dire una delle prime cose che le passano per la testa, con un discorso un po’ esagerato».

Intanto se ne vada, si dimetta, lasci che noi italiani possiamo di nuovo pronunciare con passione e con entusiasmo la parola Cultura con la “C” Maiuscola, ma senza miserabili appellativi di parte.

corrado.bologna@sns.it

 

L'autore

Corrado Bologna
Corrado Bologna
Corrado Bologna ha insegnato Filologia romanza in diverse Università italiane e straniere, e Letterature romanze medioevali e moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato numerosi saggi sui principali autori delle letterature europee. Il suo ultimo libro è Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, Luca Sossella, Roma 2022.