Un prezioso libro d’artista Dalla sparizione del mondo per i tipi dell’Editore Il Bulino coniuga sapientemente immagini dell’artista Franco Mulas con il poemetto di Rita Iacomino. Ancora una volta poesia e arte s’illuminano d’antico evocandolo e legandolo al nostro presente.
Tra i personaggi del mito una delle più avvincenti e poetiche è certamente Cassandra, la figlia bellissima di Priamo ed Ecuba, che, avuto il dono della profezia, fu condannata da Apollo a non essere creduta. Figura poetica, dicevo tra verità e negazione della verità e per questo tanto più tragica nel condividere il destino della distruzione della città di Troia, nel subire la violenza di Aiace Oileo, la prigionia cui la sottomise Agamennone e la fine per mano di Clitennestra. Ma è poetica anche nell’essere portatrice di visioni, se è vero, con Keats, ma anche con Bertolucci, che la visione è connaturata alla poesia che cerca l’essenza del reale, coniuga natura e verità, “verità e bellezza”, come si legge nell’ Ode sopra un’urna greca.
Cassandra è presente in una poesia di Amelia Rosselli ed è figura nella quale s’ innesta il vissuto difficile e contradditorio della poetessa. Per Rosselli Cassandra reca in sé un destino di dolore causato dalla Storia e dal maschile in quanto è antitetica all’ordine politico della società, secondo un’interpretazione della filosofa Adriana Cavarero, avvalorata nel Meridiano Mondadori L’opera poetica dalla prefazione di Emmanuela Tandello. Si ricordino i primi versi:
Mare del bisogno, Cassandra
dagli istintivi occhi blu la mia prigione tranquilla
è un rovescio del destino assai dolce assai implacabile
Con tristezza indovino negli occhi del profeta una
medaglia che si rovescia al tocco dell’uomo.
Ora ecco la stessa mitica Cassandra divenire protagonista potentemente viva del poemetto – un epillio si direbbe con i poeti alessandrini e i poeti novi – di Rita Iacomino, che la inserisce sul palcoscenico della poesia, sottolineando in un tessuto stilistico asciutto e molto drammatico il suo vano profetare visionario:
Parlare invano
Voler smettere e non poterlo fare
Aver visioni e non volerle
E non volerne raccontare.
Ma, mentre Iacomino conserva l’idea fondamentale del destino («Era destino e lo sapevo da sempre»), sposta la sua vicenda sul piano dell’identità, che viene teatralmente rappresentata («Dovevo interpretare Cassandra») anche polifonicamente nell’alternare due voci, la voce poetante e la voce che, sempre in versi, enuncia un’opinione corrente («Dicono che agli uomini / non è dato conoscere il proprio destino») e commenta.
Uno nasce ed è già stabilito
Che parte suo malgrado dovrà recitare.
E ancora:
Ho saputo che ero Cassandra fin dall’adolescenza
S’incarna un mito…
Si può essere senza conoscere ciò che si è.
Quanto dolore e quanta commozione nel percorrere le stagioni giovani della vita e nel denunciare la propria sconfitta: «Niente ho costruito né distrutto / troppo intenta a cavar questo fragore che rimbalza sulle pareti del tempio». Prigioniera della propria condizione (si noti «troppo presa nel gancio che mi tiene») la Cassandra di Rita Iacomino avverte l’abbandono degli affetti in una lamentazione, contesta di metafore assai intense ed evocative, che piange la perdita e la mancanza di ogni solidarietà:
Ai mille sprofondati nel sepolcro ho teso la mia mano.
Nessuno che mi ascolta, nessuno che si salva.
Né manca, accanto al bisogno di tenerezza filiale («Anche Ecuba /mia amata / scendeva lentamente / nella tomba / senza vedermi / senza voler sapere.»), un riferimento al fato, a un «ordinatore mitico», la cui opera, pur indicata con la maiuscola, è con sarcasmo brechtiano detta
«opera da quattro soldi». È la Storia, come in Rosselli, a contrastare e impedire la libertà dell’individuo, la Storia mostro che «pingue erutta lungo le vie principali» finché «sazia ripulisce i denti dai residui del gran banchetto». E si noti con quanto pathos al gran banchetto si opponga il ricordo intenerito di tutto ciò che è stato travolto, l’amore della madre, la città, il popolo, mentre con metafora ardita e violenta, l’immagine della «dentiera della morte», affiora il pensiero che la mancanza di ogni affetto o cosa cara, conduca all’estraneità e alla solitudine: «La solitudine di Cassandra è la più vasta / INCOMMENSURABILE».
In un crescendo drammatico è il sentirsi divisi, il cercare un equilibrio tra gli opposti che ci abitano, con Iung l’ENANTIODROMIA, termine psicanalitico che risalta nei versi, a indicare il conflitto tra Storia e vita individuale, che solo nella scrittura («L’unica cosa di cui non ho avuto paura / è la pagina bianca») e nel pensiero della morte, nella leopardiana «quiete così immensa», concilia e attesta la verità. Sono di straordinaria intensità e tensione lirica e sentimentale le ultime parti del poemetto, in cui è proprio il tema della natura «pietrificata nel mito» e persa nella memoria del «giardino vivo dell’infanzia» a emergere.
Qui in versi, che aprono un’alba «Felpata, lieve, amabile» cui seguono delle campiture cromatiche (la «linea di un azzurro medio / che non diventi subito tenebra / che nemmeno sbiadisca troppo»), e dipingono un paesaggio di ombre («chiusa nel fondo del tempio / tra alberi così alti / con chiome che gettano ombre / definitive, intense»), si profila il motivo che dà titolo al componimento Dalla sparizione del mondo. È l’accusa di ignoranza «coperta geniale / in cui il mondo s’addormenta poiché il sonno è pietoso / è una culla che dondola sull’abisso».
Ed ecco che la grande recita di Cassandra nell’ultima parte si chiude con un perentorio invito al silenzio. «Ora fate Silenzio! / Inizia il conto alla rovescia/ L’allarme fischia e i commenti non si odono». Si chiude confermando la natura teatrale del poemetto, che dà voce musicalmente dura ed essenziale, ritmica («È un’opera in versi un dire sincopato») a una creatura che interpreta un percorso stabilito, non voluto e al quale non ci si può sottrarre.
Molto bene ha scritto il poeta Marco Vitale, recensendo sull’annuario di poesia I limoni il poemetto, di un incontro tra dramma personale e destini generali nel quale vive «la nota più intima del libro, la sua forza di denuncia che non è didascalica, ‘poesia civile’, ma carne, sangue, amore, smarrimento, in altre parole, destino».
L'autore
- Gabriella Palli Baroni laureata in Lettere Classiche a Pavia, allieva di Lanfranco Caretti, perfezionata a Chicago e a San Diego sul pensiero scientifico rinascimentale e su Machiavelli, vive a Roma. Scrittrice e saggista, è studiosa di letteratura dell’800 e del 900 ed è critica di letteratura contemporanea. Collaboratrice di «Strumenti Critici», «L’Illuminista», «Il Ponte» e di altre riviste italiane e straniere, si è dedicata in particolare ad Attilio Bertolucci, del quale ha curato il Meridiano Mondadori Opere, le prose Ho rubato due versi a Baudelaire, gli scritti sul cinema e sull’arte, e a Vittorio Sereni, del quale ha curato i carteggi con Bertolucci (Una lunga amicizia. Lettere 1938-1983, Garzanti 1993) e con Ungaretti Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969, Archinto, 2013). Ha inoltre pubblicato l’antologia Dagli Scapigliati ai Crepuscolari (Istituto Poligrafico dello Stato 2000) e Tavolozza di Emilio Praga (Nuova SI, 2008). È autrice di saggi sulla poesia di Amelia Rosselli e ha collaborato al Meridiano L’opera poetica, uscito nel 2012 e al numero monografico XV, 2-2013 di «Moderna» (Serra, 2015). Nel 2020 ha pubblicato di Attilio e Ninetta Bertolucci, Il nostro desiderio di diventare rondini. Poesie e lettere (Garzanti).
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