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A proposito di Leila Corbetta

Nel 1985 Leila Corbetta (Milano, 1918 – Lavagna, 1994) vinceva il premio Lerici-Pea con la lirica Canto finale:

Sento stasera tremare i prati
nel vento
e nel mio cuore.
Noi siamo così remoti alle cose
eppure dentro ciascuna.
Pensiamo l’immensità sia la notte stellata
ma l’universo è racchiuso
nella nostra più piccola vena.

Essere vivi è questo infinito splendore
e questa improvvisa malinconia
ma solo dopo un vero dolore
si apprezza l’oro dei piccoli doni
d’ogni mattino.

Così soltanto dopo aver conosciuto
i libri più antichi e difficili
si impara ad amare le parole semplici.
Si riesce dolcemente a dire
tu ed io – la nostra casa
quel prato – la nostra infanzia
la nostra inevitabile morte
e forse Dio …
e si sa che queste
sono le sole parole eterne.

E dunque lasciamo cavalcare gli ippogrifi
agli addetti
e torniamo ad amare le piccole cose d’ogni giorno,
il sole che illumina
piccole margherite appena nate,
gli uccellini che becchettano
briciole al davanzale,
la misteriosa tristezza di un pianoforte
nel silenzioso meriggio
in cui passano i sogni.

E forse Dio è così vicino
che ti ascolta nel filo d’erba
che tocchi passando distratto
ma tu sei andato così lontano
e inventare un tuo linguaggio
che pensi “lui” ormai
non sia più in grado d’intenderti.

Nella sua motivazione, la giuria (composta quell’anno da Renato Barberi, Marco Carpena, Carlo Laurenzi, Silvano Masacci e Giovanni Petronilli) scriveva che con questo testo l’autrice dava conferma di come la «conquista più alta di un poeta deriva dall’impiego costante di strumenti, in apparenza comuni, che sono la chiarezza e la semplicità per esprimere i sentimenti, acquisiti anche da segrete vie, che vivono nell’animo ed emergono, spesso improvvisi, quali folgorazioni».

Il testo, composto da cinque strofe d’ineguale lunghezza, legate a fine verso da qualche tenue assonanza, vive in effetti in una sobria chiarezza di lessico e di sintassi. Eppure il ragionamento che si dispiega al suo interno tocca con mano delicata alcuni complessi nodi del rapporto con il divino e con lo statuto stesso del linguaggo e, dunque, della poesia. Le “folgorazioni” a cui accenna la giuria, illuminano quelle “segrete vie”, di foscoliana memoria, che l’autrice intende indagare e che sono uno dei temi ricorrenti della sua produzione poetica. Gli altri si possono riassumere in termini quali l’esistenza del divino, il dolore come elemento connaturato alla vita, gli oggetti del quotidiano, gli esseri viventi, i nomi di cui questi esseri sono concreta evidenza.

Temi che i componenti della giuria dovevano avere particolarmente a cuore, se consideriamo che lo scrittore Giovanni Petronilli, collaboratore della rivista fiorentina «Il Frontespizio», non aveva mai fatto mistero della propria ispirazione profondamente cristiana, né della sua adesione al cattolicesimo; mentre Marco Carpena, fondatore del premio Lerici con Enrico Pea, era stato il primo editore di Paolo Bertolani, poeta che aveva scelto di cantare, per lo più nel dialetto della Serra di Lerici, la rara semplicità della vita contadina, rara come i sogni, come la neve per la gente che vive in riva al mare. Bertolani era un estimatore, a sua volta stimato, di Vittorio Sereni e di Attilio Bertolucci, con i quali ebbe peraltro una lunga e affettuosa frequentazione al di qua e al di là della Cisa. Egli, adottando il logos materno, rispondeva a una stessa esigenza di «battersi per salvare il senso dei nomi delle cose», per preservarne la memoria attraverso gli anni che trascorrono come l’acqua: «A n’aviéi mai pensà / de dovée travagiàe tanto / per fae galàe da l’àigua da memòia / a nó diso’r nome de n’arbio, o de’n fióe, / ma quélo pu arénta de n’ogéto de cà / de n’amóe» [Non avrei mai pensato /di dover lavorare tanto / per far emergere dall’acqua della memoria /non dico il nome di un albero, o di un fiore, /ma quello più vicino di un oggetto di casa / di un amore].

In questo “travaglio”, nel dolore connaturato all’esistenza, si colloca anche lo sforzo di regressione, di ritorno alle piccole cose d’ogni giorno, di Leila Corbetta che, nel farsi umile del suo linguaggio, aspirava a un rinnovato contatto con il divino. La sua lirica è pertanto preghiera, nella stessa direzione che fu di Sereni, a cui piaceva pensare al poeta «come a un credente che aspetti i segni della grazia».

Ai versi di Leila Corbetta si potrebbe pertanto applicare la definizione di «autobiografismo spirituale», coniata da Giorgio Forni proprio in relazione al Sereni di Autostrada della Cisa, tenendo però conto per la prima di una più ampia coralità, rappresentativa non solo dell’individuo ma dell’umanità intera. C’è infatti, nei versi della Corbetta, il tono della poesia civile, inframmezzato in un discorso poetico volto a cogliere la grazia nell’incanto e nell’ascolto del quotidiano. La ricerca di un senso più alto, di un Dio misterioso e invisibile, in un epoca di disincanto e desacralizzazione, si avvicina infine a quanto sperimentato da altre autrici della seconda metà del Novecento quali Antonia Pozzi e Cristina Campo.

All’interno di queste coordinate, i titoli delle sei raccolte pubblicate da questa appartata poetessa milanese (ma anche libraia, traduttrice, conferenziera e critica d’arte) tra il 1949 e il 1979, sono essi stessi evocativi dell’ispirazione di cui si è tentato di dare finora una sintetica descrizione: Incantesimo del biancospino (1949), Babele (1952), Pianura del tempo (1957), I cavalli erano quasi scomparsi (1964), Lamento per l’est e per l’ovest (1973), L’oro del crepuscolo (1979).

Tra queste, le due sillogi più organicamente riuscite appaiono oggi Pianura del tempo e I cavalli erano quasi scomparsi che esce con un breve testo introduttivo di Marcello Venturi il quale descrive l’autrice come «Dotata di una sensibilità finissima […] sostanziata da una natura che potremmo definire filosofica» in quanto tesa innanzitutto a ragionare sul potere conoscitivo della parola poetica (1957, p.10):

E come potrai dire le parole
dove gli uomini si specchino
se non hai cuore sufficiente
per la tua piccola morte,
se ancora ti addolora il faggio rosso,
il biancospino,
la piccola casa bianca di un’estate?

Mentre nell’altra raccolta, I cavalli erano quasi scomparsi, gli animali assumono su di sé il dolore dell’io lirico, di chi sente di vivere nei «giorni dell’uranio», in un mondo che si avvia verso la minaccia atomica, in cui «si percorrevano miglia / fuori le mura di città / per ritrovare gli alberi. / […] La notte improvvisi silenzi / ci destavano. / Forse la terra si stava disgregando» (p.11). Si sente qui l’influsso delle liriche di Dylan Thomas che la Corbetta, nel 1954, fu tra i primi a conoscere e a studiare in Italia. In un suo saggio, pubblicato nella raccolta Letture e incontri, l’autrice elogia il poeta inglese per «la forza selvaggia, quasi primitiva» (p. 20) dei suoi versi, per il «panteismo mistico» (p. 22) della sua ispirazione, in cui il mare è origine di un tutto «infinito, grembo natale e tomba» (p. 27). Mirabile nella stessa raccolta, per il delicato gusto clasicheggiante del tema, enunciato in forma di preghiera, il Lamento per le fanciulle di Pentalica nel quale la Corbetta fa rinascere dalle pareti rocciose della necropoli siciliana, il ricordo delle fanciulle che lì dovettero essere sepolte, di quelle giovani donne che pagarono forse troppo presto il loro tributo e delle quali non restano oggi che «tenere orme», ciò «che fa simili le donne di ogni tempo» (pp. 46-49):

Fanciulle dai capelli neri
ebbero la loro tomba
sulla collina di Pentalica.

Il mare vegliava il loro sonno.

Ora le loro tombe vuote
guardano la pianura.
Ora la terra dove fioriva l’arancio
è deserta.

E le anforette corinzie
pazientemente adorne di fantasie flessuose,
dove, nel tempo della dolce vita,
esse chiudevano l’olio profumato,
giacciono, inutilmente belle.

Di voi, fanciulle, non restano
che queste tenere orme:
un pettine, un monile, un vaso di profumo,
ciò che fa simili le donne di ogni tempo.

Io cerco di voi nel vento
che torna uguale
al polline vivo delle zàgare
e di voi chiedo alla vibrata luce
che innazzurra i papiri lungo i fiumi
lenti della vostra terra.

Ma non m’è dato sapere
chi foste, ognuna, chi amavate,
quali teneri segreti ridicevate a sera
nei giardini,
all’amica che vi sognava accanto
nella luna bianca.

Pure qualcuno baciò
le vostre bocche vive
e cari desideri vi fecero pensose
al tempo in cui camminavate in vesti lievi
lungo le rive azzurre dello Jonio.

Nulla di voi è rimasto
nella pianura d’oro di Agrigento
fra le colonne alte dei templi
dove a primavera danzavano lente
intorno all’ara recando
rami bianchi?

O forse, nelle notti di maggio,
al respiro caldo dei roseti
lungo il lido di pomice lunare,
il vento risillaba il fruscìo
dei vostri sandali leggeri?

Ma noi lo chiamiamo vita
questo lucente ritorno dei mattini,
e scoprire le cose ad una ad una,
l’albero, il fiore, l’acqua,
il vento, la nuvola, la casa,
e forse sono nulla; e amare,
questa vogliosa tenerezza della carne,
questo dolente e caro venir meno del sangue
(in due sognare d’impossibili bellezze)
è nulla.

Forse il vero è prima, forse dopo.

E voi veniste dalla luce
e in un’alta luce ora regnate
immemori del vostro tempo umano.

Orme della notte le cose della terra
e questo soave errore che chiamiano vita.

Altre hanno le sere odorose d’aranci
e l’acque serene e l’erba chiara
della vostra terra.

Altre l’arresa dolcezza d’esser vive
fra le braccia amate.

Di voi, proprio di voi,
della storia di ciascuna non rimangono
che queste tenere orme:

un pettine, un monile, un sandalo leggero.

(Siracusa, 1952)

L’io lirico riconsegna a quelle ombre un breve istante di vita nominando gli oggetti della loro quotidianità: «un pettine, un monile, un sandalo leggero» (vv. 16 e 70). In questo modo, la poesia riconduce dalla morte quelle esistenze, che sono ora le esistenze di altre donne. La loro breve vita è tutta contenuta nel tempo che va da un mattino all’altro: «dalla luce / e in un’alta luce ora regnate» (vv. 57-58). In mezzo l’amore, «questa vogliosa tenerezza della carne, / questo dolente e caro venir meno del sangue» (vv. 52-53) e l’impossibilità di essere felici in due. «L’amore starà in croce sulle mie braccia», scrive la Corbetta (1983, p. 54) citando Dylan Thomas: il mistero della vita e dell’amore è, infine, lo stesso che attiene alla Fede.

«Io non fui come lei coraggiosa – scriveva Leila Corbetta all’amica Elena Bono il 27 gennaio del 1955 commentando la sua scelta di ascetismo – benché avessi compreso la solitudine come condizione indispensabile ad una intensa vita dello spirito, ho ceduto al mio bisogno d’umanità, di calore, di volti», al desiderio di incontrare «il canto pacificato delle creature» e la libertà di «vagare nudo – con gli spiriti dei zoccolanti cavalli bai» (1983, p. 54).

Solo in questo modo è possibile ristabilire un colloquio con le cose eterne, utile a superare una «perenne condizione di assenza» (1979, p. 84). Assenza che attiena al divino ma, allo stesso tempo, a quel «volto adolescente / dolce ed intento» (1949, p. 47) incontrato come una rivelazione nell’epoca della prima giovinezza (1949, p. 10):

Amore era la pura malinconia
che tra le ciglia d’ombra della compagna amata
segretamente bevevo
mentre il Preludio gocciolava
dalle sue dita d’aria.

Un amore caro e doloroso, che attraversa segretamente la trama di una produzione lirica che risulta costruita coerentemente intorno ad alcuni originali nodi tematici e che si conclude, con la Lettera ad un’amica morente, con una dichiarazione che ha la stessa intensa intimità del primo incontro: «Non m’importa se gli uomini / vivono o muoiono […] Tu ed io moriamo. / Ma io ti dico grazie / di essere vissuta in un tempo / che è stato anche il mio» (1979, p. 29).

monica.schettino@unifr.ch

Bibliografia

-Leila Corbetta, Canto finale, in Lerici-Pea. Premio di poesia anno trentaduesimo, Carpena, Sarzana, 1985, p. 21.

– Paolo Bertolani, Le trombe di carta, Carpena, Sarzana, 1960.

– Paolo Bertolani, Raità da neve, Interlinea, Novara, 2005.

– Fernando Bandini, Risillabare le parole ingenue, in Paolo Bertolani, Se de sea, San Marco dei Giustiniani, Genova, 2002, p. 8.

– Vittorio Sereni, Esperienza della poesia, in Id., La tentazione della prosa, Mondadori, Milano, 1998, p. 30.

– Vittorio Sereni, Stella variabile, Garzanti, Milano, 1981, p. 82: «credici a quell’altra vita, / di costa in costa aspettala e verrà / come di là dal valico un ritorno d’estate».

– Giorgio Forni, Pascoli e il Vangelo della natura, in Poesia religiosa del Novecento, a cura di Maria Luisa Doglio e Carlo Del Corno, Il Mulino, Bologna, 2016, p. 8.

– Leila Corbetta, Incantesimo del biancospino, La Prora, Milano, 1949.

– Leila Corbetta, Babele, Edizioni del Girasole, Rieti-Roma, 1952.

– Leila Corbetta, Pianura del tempo, Editoriale Kursaal, Firenze, 1957.

– Leila Corbetta, I cavalli erano quasi scomparsi, Fantoni artegrafica, Venezia, 1964.

– Leila Corbetta, Lamento per l’est e per l’ovest, Carpena, Sarzana, 1973.

– Leila Corbetta, L’oro del crepuscolo, Carpena, Sarzana, 1979.

– Leila Corbetta, Letture e incontri, Carpena, Sarzana, 1983.

 

 

 

 

 

L'autore

Monica Schettino
Monica Schettino
Monica Schettino è laureata in Lettere moderne all’Università di Torino con una tesi in Letteratura greca, ha ottenuto il titolo di Dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” con una ricerca sulla Scapigliatura piemontese, in seguito pubblicata nel volume Achille Giovanni Cagna - Giovanni Faldella, Un incontro scapigliato: carteggio 1876-1927 (Interlinea, 2008). Ha collaborato come docente a contratto con l’Università del Piemonte orientale e poi con l’Università di Torino. Per l’Istituto storico per la storia della Resistenza di Varallo Sesia ha curato l’edizione dell’autobiografia di Anna Marengo, Una storia non ancora finita, (2014) mentre nel 2023 ha pubblicato sulla rivista «l’impegno» uno studio sul giovane poeta e resistente Ferdinando Giolli e la sua collaborazione con l'editore milanese Rosa e Ballo. Nel 2021 e nel 2023 ha partecipato alla Biennale "Piemonte e Letteratura" organizzata dalla Fondazione Palmisano di S. Salvatore M.to occupandosi di Achille Giovanni Cagna e dell'editoria vercellese nel Novecento. Dal 2022, presso l'Università di Friburgo (CH) e con la direzione del prof. Genetelli, si dedica allo studio dello scrittore e drammaturgo Cesare Lodovici sul quale ha pubblicato due saggi e un capitolo introduttivo nel volume: Cesare Vico Lodovici: un anglista del Novecento (2023). Nel 2025 ha pubblicato un piccolo inedito di Giovanni Faldella nella collana diretta e illustrata da Lino di Lallo, "Quaderni di stretta brevità", intitolato Clelia o il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX). Romanzo storico politico di Giuseppe Garibaldi. Per l'editore Metilene di Pistoia ha curato il volume di Gino Patroni, Ed è subito pera e altri epigrammi, che nel 2024 ha inaugurato la collana di scritture anomale "Aritmie" diretta da Paolo Albani, facendo poi parte del comitato di lettura. Dal 2021 è docente di materie letterarie presso il Liceo "Parentucelli" di Sarzana, collabora con la casa editrice Loescher di Torino e con le pagine culturali della «Gazzetta di Parma».