Es ist eine “prunkvolle und fast wie aus dem Geist des Barocks entquellende Schrift” – una magnifica scrittura che sembra quasi scaturire dallo spirito del Barocco – . Mi piacerebbe che questa costruzione attributiva riuscisse a trasmettere l’immagine vivida, ridondante ma armoniosa non solo della scrittura ma di un’anima inquieta, boese auf Gott und auf die Welt – arrabbiata con Dio e con il mondo – com’è quella di Carlo Alessandro Landini. Un flusso di coscienza che diventa monologo interiore che mai sfugge alle leggi grammaticali- sintattiche. L’uso della lingua tedesca è un omaggio alle origini tedesche dell’autore e a sua madre; è a lei che deve tutto e non solo la vita ma ciò che è. Nelle prime pagine una sua bellissima foto già simbolica in sé, lo sguardo rivolto verso l’alto e risalente al 1953, era in attesa di lui.
E’ un raccontare che sviluppa una azione centrifuga. Raccontando di sé e della madre entrambi diventano il simbolo di quel rapporto intimo, profondo e imprescindibile che sta alla radice della vita dell’essere umano. Un vincolo che sempre dovrebbe essere saldo ed indiscutibile. La madre e il figlio sono insieme albero, fusto e radici, organi essenziali alla vita dell’albero, il fusto non potrebbe prosperare senza la radicalità dell’albero e garantirne la sua linearità e verticalità. In nome dell’eliotropismo il fusto, del geotropismo le radici. Eppure dovremmo sradicarci da questo mondo per attuare il nostro radicamento al di fuori del tempo e dello spazio, anche se la storia ci appare radicata nella temporalità, verwurzelt in der Zeitlichkeit, direbbe Heidegger. E’ la madre radice geotropica a cui il figlio si alimenta assorbendo attraverso le sue cellule epidermiche l’acqua e i minerali disciolti nel suo grembo per nutrirsi e prosperare e diventare fusto e chioma. La chioma non è che l’immagine speculare della radice ed entrambe allineate formano una verticale, la verticale della vita, del contatto tra la sfera dell’umano tangibile e quella del divino insondabile. Che immagine stupenda! Sembra quasi spiegare la metafisica, una linea continua che lega il mondo che conosciamo all’ignoto.
Un libro, una biografia troppo intensa ed, oserei dire, inattuale per i tempi. Queste le sensazioni dopo averlo letto e ammirato la sensibile capacità di guardare attraverso le opere d’arte del passato per trovarne i più sottili e invisibili legami con il presente ed il proprio vissuto, per farla rivivere nella sua scrittura, come Landini fa già nella sua musica.
Mi sono trovata a Roma davanti alla Chiesa di Sant’Agostino. Volevo entrare, insieme ad alcuni amici, per ammirare il magnifico dipinto del Caravaggio, La madonna dei pellegrini. Il monaco di guardia, fermo davanti alla porta della chiesa e un po’ infastidito, ci impedì di farlo. Saremmo entrati solo per ammirare il dipinto e non per pregare ed onorare Il Signore. Ho provato a dirgli: se un dipinto, se un’opera d’Arte ci avvicina al sentimento del sublime perché negarlo? Forse, chissà, le nostre chiese potrebbero ripopolarsi. Non penso abbia colto il senso.
Riflessione a cui questo denso e intenso libro ci induce. Mi piace definire l’autore uno scrutatore di stelle che ricorda sotto le ali della notte. Egli guarda al suo passato ci racconta come sua madre cadesse in trance davanti a La nuite étoilée di van Gogh. Una immagine fatta di una coltre spessa d’azzurro e di tanti piccoli vortici che sembrano risucchiarci al di là del cielo, mentre le stelle simili a soli vaganti ci fanno intravedere la luce al di là e conclude con una frase di Lukacs: Il fuoco che arde nell’anima partecipa dell’essenza delle stelle. Mentre Fernab liegt die Welt –in eine tiefe Gruft versenkt –wüst und einsam ist ihre Stelle – Lontano è il mondo – sprofondato in un abisso – deserto e solitario. Novalis
La polifonia di questo raccontare è infinita. E se proviamo a leggere quest’opera non in modo personale e né come autobiografia dello scrittore ne possiamo cogliere lo spirito del tempo in contro corrente ad esso e vissuto nella contraddizione più profonda dell’assenza di Dio. Unzeitgemaesse Betrachtungen, Considerazioni inattuali potremmo dire usando l’espressione tanto famosa di Nietzsche e rivolta ad un mondo che ha smesso di credere in Dio.
Il nostro è un mondo adulto e sa che Dio non è solo colui che è misericordiosamente buono ma anche malvagio, ambivalente, benedetto e maledetto. Una forza che non è personificabile ma una natuerliche Schoepfungskraft – una naturale forza creatrice – e del tutto indifferente al nostro vivere, O natura natura perché non dai quel che prometti allor perché di tanto inganni i figli tuoi! Abbiamo dato a questa forza il nome Dio per emanciparci dalle nostre origini e difenderci dal sacro, l’indifferenziato che tutto contiene. Lo abbiamo personificato per combattere ad armi pari.
Alla pagina 15 Carlo Alessandro Landini ci ricorda nel capitolo Folli di Dio che quando si medita alla maniera degli indù e dei buddhisti noi stabiliamo una feconda relazione con il nostro Sé, con la parte immateriale e divina che è in noi. Tutto ciò non ha a che fare con i positivisti ma con i folli in Dio. Riscopro una connessione con il mondo antico della filosofia di Eraclito in cui il Dio è giorno e notte, sazietà e fame, inverno e estate e si mescola a tutte le cose, ritiene giusta l’una e l’altra cosa, tutto è buono e tutto è giusto e tanti pensieri mi si affollano. Vedo: il Dio misericordioso e che tutto e tutti perdona, il Dio della pietà e misericordia infinita e quella del Dio che punisce e che temiamo, il Dio malvagio e indifferente al nostro dolore ma non è Dio tutte queste cose insieme? Attributi umani che trasferiamo al divino facendo diventare divino l’umano mentre in lontananza gli angeli, strappando l’anima di Faust al diavolo, quando questi pensava di averla già conquistata, intonano il canto: Ein guter Mensch in seinem dunklen Drange ist sich des rechten Weges wohl bewusst! -L’uomo nella sua tensione oscura è sempre cosciente della retta via! Perciò! – Wer immer strebend sich bemueht, den koennen wir erloesen! – chi si cura di agire, costui può essere salvato.
Con che fatica l’uomo si districa tra bene e male e le preghiere non servono per ottenere qualcosa da Dio ma servono per tenerlo lontano, per non smarrire la ragione.
Platone porrà le basi del linguaggio occidentale regolato dal principio di non contraddizione, per cui una cosa dovrà essere buona o cattiva, giusta o ingiusta, la follia è invece trasgressione delle regole e chi non sta alle regole è folle. L’uomo nella sua solitudine è folle. E’ come il Dio che tutto comprende, ama, odia, condanna e perdona.
E’ solo una provocazione per scuoterci dal torpore di una rassegnazione al male ed alla sofferenza del mondo e della morte e alle quali mai potremo sfuggire se ad esse rivolgiamo solo uno sguardo orizzontale e mai verso l’alto, all’inestricabile trascendente della nostra anima?
E così dopo aver ingurgitato migliaia di parole mi accorgo di quanto invece la strada debba essere percorsa ad un ritmo slow, fermarsi e soffermarsi, come Landini fa nella sua Musica. Mi viene in mente l’immagine di Biancaneve abbandonata dal cacciatore e sola nel bosco mentre corre saltando sulle pietre appuntite, tra tronchi divelti e cespugli di spine. Ogni parola è il punto da cui prendere lo slancio ed approdare altrove. Così è stato con questo libro.
Lo avevo per caso in mano e aprendolo, lo sguardo si ferma al capitolo 33 Le due vie. A cosa potrebbero farmi pensare se non al Giardino dei sentieri di Borges? Non siamo più nello spazio ma nel tempo, racconto e labirinto sono la stessa cosa. Così come nel dipinto di Ercole al Bivio di Annibale Carracci, il nostro pencolare tra virtù e vizio. Ci sono due donne la Virtù e la Voluttà. La prima indica al giovane un’ardua salita, la seconda il piacere terreno. Perché rinunciare alle tentazioni dell’orizzontale? Perché le radici della pianta vengono prima dei suoi frutti. Come si possono cogliere questi senza aver reso un omaggio ai primi? E’ una scelta, come nel giardino dei sentieri niente è più difficile sapere di ciò che ci aspetta alla fine della strada. Come si può rinunciare alla Voluttà senza di essa non si conoscerebbe la Virtù. Veniamo dalla terra e solo lentamente impariamo a rivolgere il nostro nasino all’insù, verso i rami ultimi della pianta quelli più sottili e cedevoli. Cammini diversi che ci possono far convergere in un futuro comune.
A conclusione, vorrei aggiungere, è difficile oggi incontrare qualcuno che riesca a parlare, a musicare e a scrivere come fa Carlo Alessandro Landini. Un autore inattuale?
La perdita della madre, la separazione dolorosa da lei, diventa l’occasione per presentarci il suo mondo interiore abitato dall’arte ed il cui amore gli è stato trasmesso dalla madre.
maurizia.berenicemaiano@gmail.com
Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile 1954. Già ricercatore Fulbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Fenomenologia dell’estasi : Il caso di una Santa italiana (FrancoAngeli 1983). Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio (Franco Angeli 2009) Ha una vasta produzione dicritica musicale e di opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio diProteo. Saggio di neuroesteticamusicale. Ambiguità, trappolecognitive, strategie decisionali”(LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (BookEditore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino epianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.
L'autore
- Appartengo al Sud di questa bellissima Italia, antica terra che una volta si chiamava Italia e il cui nome fu dai Romani traslato a tutta la penisola. Vivo a Catanzaro Lido, cittadina posta nel golfo di Squillace. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, quello privato a Vibo Valentia, Liceo Linguistico Pentecoste e poi negli Istituti Statali: Istituto Tecnico per il Turismo a Marina di Gioiosa Ionica e al Liceo Linguistico Enrico Fermi di Catanzaro Lido. Il lavoro, il mio impegno nella Scuola e la famiglia sono stati la Stella polare della mia vita. Mi sono adoprata per la realizzazione di progetti europei come Socrates, Comenius ed ho partecipato a progetti Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della Scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. La lettura occupa molto tempo della mia giornata e se il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli. Mi affascina cogliere il non detto o immergermi tra le metafore delle pagine letterarie per cercare di raccontarle come materia viva del nostro presente, forse per questo leggere del passato mi affascina di più. Scrivo per la rivista letteraria Il Randagio. Collaboro con la la Rivista trimestrale di SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE SCOLASTICA - Casi e questioni tra diritto e organizzazione - Rivista scientifica ANVUR Euroedizioni Torino.
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