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La «Befana» tormentata di Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli lavorò al racconto per ragazzi «La Befana» negli anni tra il 1891 e il 1902, a intervalli e con ritmi differenti, senza però mai licenziarlo del tutto, come aveva più volte promesso all’editore Enrico Bemporad. Si tratta di un «prosimetro», del quale restano tre differenti redazioni (A, B e C). Risalgono al mese di settembre del 1897 i maggiori riferimenti a questo suo lavoro, in alcune lettere che Pascoli indirizzò alla sorella Ida («Sto facendo un romanzo per bambini»); all’editore Bemporad (che lo sollecita, scrivendogli in risposta: «Venga a portarmi “La Befana”»); all’amico Ermenegildo Pistelli, filologo classico e glottologo («Sto facendo il mio capolavoro… un romanzo per ragazzi»); all’amico Giuseppe Saverio Gargano, critico letterario («La Befana, dovuto interrompere per la inaspettata nomina [all’Università di Messina], è peraltro il mio più caro sogno e lavoro: è già avanzato e contiene le più belle o meno brutte mie poesie. Conto di finirlo, venendo a Castelvecchio o a Pasqua o a Carnevale»). La stessa sorella Maria (Mariù), nella sua biografia del fratello, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, in merito a questo progetto editoriale del caro Giovanni, così scriveva: «Delineò e cominciò un romanzetto per ragazzi, intramezzato via via da liriche scorrevoli e facili, che contava di dare all’editore Bemporad, col quale aveva dei contratti per libri scolastici, sperandone un buon profitto finanziario per poter sistemare i suoi poveri interessi; ma aveva troppe cose alla mano per proseguirlo allora, e dopo… fu sempre così: non poté mai finirlo» (p. 530, dell’edizione postuma, uscita presso Mondadori nel 1961). Che il racconto La Befana, tra gli anni 1897 e 1899, fosse in uno stadio che Pascoli considerava quasi definitivo, e dunque prossimo alla stampa, lo testimonia pure il dettaglio di un passaggio contenuto in una lettera dell’editore Bemporad al poeta, relativo alla questione finanziaria: «Circa il suo libro per i bambini non posso ancora precisare la somma che per esso posso darle; ma so che Ella è giusto, e mi conosce per un gentiluomo. Dunque conti pure su quello che Ella ha pensato» (2 agosto 1899). Agli stessi anni (1897-1899) risalgono le poesie inserite nel testo La Befana. Solo negli ultimi mesi del 1901, e nel corso del 1902, Pascoli rimetterà mano a La Befana, come si evince da una lettera del poeta alla «gentile ignota», cioè a Emma Ciabatti Corcos, la colta signora con la quale Pascoli ebbe un fitto rapporto epistolare (moglie del pittore livornese Vittorio Corcos e animatrice della vita culturale a Firenze in quegli anni): «Io, vede, avrei bisogno di non muovermi di qui [da Castelvecchio] in Ottobre e Novembre, per finire […] una specie di romanzetto campestre con prose e poesie, per ragazzi e grandi» (6 ottobre 1902). A questa altezza, Pascoli ha rimesso, dunque, mano al racconto La Befana, evidentemente insoddisfatto da quanto scritto in precedenza, poiché ne muta la destinazione editoriale, non più, dunque, libro indirizzato soltanto ai ragazzi, come ha sempre scritto e precisato, ma anche per «grandi». Inoltre, tra il 1901 e il 1902, Pascoli interviene sul testo de La Befana, sfoltendolo abbondantemente (Redazione C, terza e ultima stesura del racconto, conservata nella Cassetta LXXV, plico 8, dell’Archivio di Castelvecchio). In questa Redazione C, sotto il titolo, si legge l’indicazione «racconto di Giovanni Pascoli per ragazzi e per grandi ricominciato a scrivere ex integro nella vigilia di Befana MCMII», con una breve premessa esplicativa: «La Befana è la vecchia felicità che gli uomini aspettano sempre e che solo i ragazzi vedono, dormendo, pur che sian buoni e savi. Non c’è la felicità nel mondo, ma la infelicità più grande è però quella d’aver fatto e di fare il male. La Befana facendo che si sia buoni, ci porta quel che si può avere, di bene; se non altro, ci porta via addormentati, in pace, dove non si piange più». Breve premessa didascalica nella quale è da sottolineare il passaggio relativo all’affermazione secondo la quale, nel mondo, sebbene non ci sia la felicità, purtuttavia, la «infelicità più grande è però quella d’aver fatto e di fare il male», che suona drammaticamente attuale, in un mondo, il nostro, dilaniato da guerre fratricide.

Nella versione relativa alla Redazione B del racconto, dalla quale cito, e che, come ho già scritto, nel 1899 Pascoli considerava testo quasi definitivo e pronto per la pubblicazione, si legge di bambini che, a gruppetti, la sera della vigilia della Befana girano per le strade del paese, bussando di casa in casa, per ottenere doni (dolcetti, frutta, noci, forse, qualche soldino):

«Era la Befana delle noci e delle nocelle. I befanotti erano a giro sin dall’avemaria. Tra Castelvecchio, Paoli, Alviano era un gran cantare nel buio […]. Era buio, ché sonava già l’or di notte e la luna si levava tardi. Faceva anche freddo assai […]. Sicché molte brigatelle, dopo fatte due o tre case, si erano ritirate, e ora sotto la cappa del camino si spartivano quello che avevano accattato: noci, bellane [nocciole], castagne secche, castagne verdi, mondini [caldarroste], amarini, castagnette, cuori, galletti: la befana insomma».

Questa immagine dei bambini che, la sera della vigilia della Befana, a due a due, a gruppetti, girassero per le case, facendo la cerca, ritorna in un capitoletto dell’antologia scolastica Fior da fiore (1901, allestita da Giovanni Pascoli per l’editore Sandron), con l’identico titolo La Befana:

«Quando si comincia a accostare la Befana, si accordano i ragazzi per lo più a coppie, a due a due, ma qualche volta anche in tre o quattro, e cominciano a studiare le strofette della Befana da cantarsi. Uno, il primo, comincia co’ primi due versi e dà l’intonazione. Per esempio, il primo dice:

Siam venuti per cantare,
com’è usanza, la befana;

e l’altro o gli altri ripetono sulla stess’aria precisa queste medesime parole. Quando i secondi hanno finito, allora il primo seguita terminando la stanza:

Non vi sembri cosa strana
Questi versi ad ascoltare;

e i secondi ripetono, sempre come il primo, questi versi. E così di seguito strofetta per istrofetta […]. E così quand’è là sul far della sera la vigilia di Befana, vanno alle porte delle case, dove sanno che ci è da buscare qualcosa. Uno si appoggia a uno stipite della porta e uno a quell’altro, e ci danno dentro con quanto ne hanno in corpo. Si lasciano cantare per il solito due o tre strofe, e poi qualcuno, specialmente se ci sono dei bimbetti, va e dà o mele, o aranci, o fichi secchi, o castagne secche, oppure qualche soldo. Loro hanno la sacchetta pronta, parano allegri e contenti, e poi via correndo a quell’altro uscio».

Sia in questa antologia scolastica, che anche nell’altra ch’egli predispose, Sul limitare (1903), sempre presso l’editore Sandron, Pascoli non intese fare una «storia» della letteratura italiana, né si preoccupò che i testi antologizzati fossero soltanto di autori italiani, ovvero soltanto testi di letteratura “alta”, inserendovi, piuttosto, sia testi di autori stranieri, sia testi della tradizione folklorica, comunemente ritenuta “bassa”. Egli scriveva, infatti, nella Nota introduttiva alla prima edizione dell’antologia Fior da fiore: «Ho messo scritto dietro scritto senz’alcun ordine che paia. Ma l’ordine c’è». Dove per «ordine», è da intendere «senso». In questa strutturazione della sua antologia scolastica certo che c’era un ordine, cioè un’idea ben precisa del ruolo della letteratura all’interno della società; precisamente, quello che Pascoli definisce come l’«uffizio» civile della poesia, visto che, sempre in quella Nota, egli mette in evidenza di aver aperto l’antologia con «tre piccoli racconti che cambiarono il mondo» (il riferimento è a tre brani tratti dal Vangelo di San Luca: Il prossimo; Lazaro; Il figliuol prodigo), e di averla chiusa con l’inserimento di un testo della poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning (Il pianto dei fanciulli), grazie al quale, in Inghilterra, era stato abolito il lavoro «de’ fanciulli nelle miniere», a testimonianza di «ciò che può avere di virtù e forza l’arte dello scrivere e del poetare anche ai nostri giorni». L’«uffizio» civile, appunto, della letteratura.

Il racconto La Befana, seguendo la Redazione B, così prosegue:

«Nel portico si fermarono intanto i befanotti e dopo aver parlottato tra loro, intonarono la loro canzone, che diceva così:
Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda […]

In questo mentre veniva su dalla strada e svoltava, piano piano avanti la chiesa una bambina, una cosetta coperta di cenci, coi capelli arruffati, con le mani rivolte in un pannello [grembiule] tutto strappato. Veniva senza farsi sentire, anche perché era scalza. E aveva seguita quella compagnia tutta la sera, a distanza mentre andavano, e appressandosi quando si fermavano a cantare».

A un certo punto, i befanotti decidono, sempre seguiti a distanza dalla ragazzina vestita di stracci, che da quel momento in poi, una volta notatala, prendono a chiamare «bufinella», di andare dalla maestra Virginia, che viveva sola (e triste), nella sua casa isolata, per eseguire le canzoni della Befana, a San Chirico, località di Castelvecchio, proprio alle spalle della casa di Giovanni Pascoli. Alla maestra Virginia è morta da cinque anni la sorellina Maria, la piccola Mariuccina. Virginia, che non riesce ancora a farsene una ragione, piange e singhiozza continuamente «nella casa solitaria, nella notte di Befana», cantando canzoni tristi, come «un grande sfogo di pianto». Virginia incolpa sé stessa per non aver saputo offrire alla sua Mariuccina il meglio, visto che, a quel tempo, non aveva mai avuto «tanto danaro da comprarle qualche dolce, da farle qualche abitino bello, qualche paio di scarpine eleganti». Certo, si ripeteva Virginia, piangendo e commiserandosi, il babbo avrebbe ben potuto mantenerla la piccola Maria, ma «glielo avevano ucciso. La mamma era morta quasi subito di dolore, nel vedere apparire al mondo quella bimba senza più padre… […]. E chi era stato? Si sussurrava di questo e di quello […]. E Virginia era passata a rimproverare se stessa di non aver nutrita forse abbastanza, di non aver abbastanza rallegrata la sua sorellina». Di quel delitto, qualche pagina dopo, si apprende che «non s’erano scoperti o cercati gli autori». Sorprendenti le analogie tra la trama di questo racconto con la vicenda biografica di Pascoli, e delle tragedie occorse alla famiglia, dopo l’assassinio di Ruggero Pascoli. La maestra Virginia, in quella notte della Befana, accoglie in casa la misera bufinella, che ha bussato alla sua porta per chiedere riparo dal freddo e dalla neve, e che dopo un po’ di imbarazzo, le rivela che è orfana, e che si chiama Maria (proprio come la sorellina morta di Virginia):

«Virginia si sentì serrare la gola da un nodo di pianto. L’abbracciò stretta e la baciò tante volte.

– Poverina! Non hai le scarpe. Ma le scarpe sono qui, vedi; e le calze. Mettiamocele, Mariuccina! Non tremare, non aver freddo! Sei in casa tua! Nella casa della tua mammina!».

Farà indossare alla bufinella un vestitino della sorellina morta, e la farà mangiare, accogliendola nella sua vita, stando alla versione degli anni 1897-1898 (Redazione B), che è la più completa.

Nonostante tardivi propositi di completare La Befana vengano manifestati da Pascoli, in una lettera del giugno 1905, all’oramai scoraggiato editore Enrico Bemporad, il racconto non sarà mai completato, e pubblicato. Bemporad, comunque, prese per buoni questi tardivi propositi del poeta, e gli rispose con entusiasmo: «Graditissima mi è giunta la sua lettera. Perché mi porta la buona notizia che Befana è viva e in procinto di essere messa sotto i torchi». Le difficoltà di risoluzione creativa di questo racconto, in realtà, erano molto profonde, e riguardavano la crisi che visse Giovanni Pascoli per il “tradimento” della sorella Ida, allorquando abbandonò il “nido” familiare per sposarsi (il 30 settembre 1895). La maestra Virginia del racconto La Befana, che insegna e vive a Castelvecchio, è Giovanni Pascoli stesso, il professor Giovanni Pascoli, che si è celato sotto quel nome (e quel destino triste di vita). Le analogie tra l’assassinio del padre di Virginia e l’assassinio del padre di Pascoli sono sorprendenti, e non si limitano soltanto ai dettagli di due rispettivi casi non risolti, e rimasti impuniti, ma si allargano anche ad altri aspetti. C’è, al fondo di questo empasse creativo di Pascoli, un nodo, un groviglio psicologico, intimo e non superato, legato sia alla morte del padre, ma, soprattutto, alle nozze di Ida, che Pascoli visse come un autentico “tradimento”. Queste sono le ragioni vere che impediscono a Pascoli di completare il racconto. Non si tratta, quindi, di dubbi, o di incertezze e tentennamenti formali, ma radicalmente umani e intimi. L’animo del poeta è ancora fortemente turbato, non si è placato, e, quindi, non riesce a trovare quella serenità, quella giusta distanza, per completare il racconto.

trifone.gargano@uniba.it

 

Edizioni consultate, per il testo de La Befana:

Giovanni Pascoli, La Befana e altri racconti, a c. di Giovanni Capecchi, Salerno Editrice, Roma 1999.

Giovanni Pascoli, Fior da fiore, Antologia rinnovata e ampliata a cura di Carlo Saggio, A. Mondadori Editore, Milano 1935, A. XIII.

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.