Un’espressione di casa un po’ in tutti i Paesi, ormai soggetti all’omogeneizzazione linguistica anglofila, in ragione della sua estrema concisione ed espressività.
Si è discusso parecchio sull’OK, fino alla pura invenzione, circa l’origine di questa formula assai sintetica ed efficace, per significare “perfetto/benone!”.
Diversi anni fa, ebbi a farne oggetto di riflessione, tanto da proporne le conclusioni al grande giornalista Giulio Nascimbeni, re della terza pagina del “Corriere”, sodale di Montale, Buzzati, Vergani. Giulio mi “assunse” come stretto collaboratore e ghost per la sua rubrica “Lezione di giornalismo” tenuta sul magazine “Sette” del Corriere della sera. Ci divertivamo a bacchettare grandi firme, fra le quali quella di Eugenio Scalfari, facendo le pulci al suo torrenziale domenicale sulle pagine de “la Repubblica”. Nascimbeni, che mi onorò della sua amicizia, era solito definirmi, scherzosamente, doctor subtilis (novello Duns Scoto) non tanto – credo – per capacità di ragionamento, quanto per finezza di analisi linguistica (bontà sua!). Sta di fatto che lo affiancai fino alla sua scomparsa del 2008 e conseguente soppressione della rubrica.
Dunque, rivendicate le “glorie” del passato, vengo all’origine della formuletta di straordinaria fortuna e alle conclusioni che condivido coi lettori.
Partendo da un dato storico, legato all’emigrazione greca negli Stati Uniti, massiccia a far capo dalla seconda metà dell’Ottocento. Ostava a una frequente comunicazione coi parenti rimasti in patria la questione della spesa per il telegramma e la necessità di prenderla per le vie brevi, potando parole. Gli emigrati che intendevano comunicare di trovarsi bene nel Paese di immigrazione si sarebbero studiata la formula abbreviata O.K. per dire ’Όλα καλά (òla kalà) = tutto bene. Soluzione ineccepibile e denaro risparmiato.
A proposito di telegrafo, risulta che nel 1932 la conferenza delle telecomunicazioni di Madrid adottò la sigla O.K. come codice internazionale per dire “va bene”. E questo è un punto fermo, rigorosamente documentato.
Altra ipotesi sulla genesi dell’OK è quella che ne lega l’origine alla guerra di secessione americana. Al termine della giornata, era consuetudine da parte dei comandi diramare un dispaccio sul numero dei caduti. Ed era ottima notizia quando si scriveva, abbreviando, O.K. per zero killed, ossia “nessuna vittima”.

Tra le ipotesi più fantasiose, ne riporto, per dovere/piacere di cronaca, una, letta anni fa (“Selezione dal Reader’s Digest”?), in cui si favoleggiava di un tornitore polacco dal nome fantasioso di Oskar Kalinskj, il quale avrebbe “firmato” i suoi pezzi esemplari incidendoci le proprie iniziali: guarda caso, O.K.
Ma veniamo ad argomentazioni più serie. Come quelle contenute nel grande dizionario di Oxford e nell’opera dello studioso di lingua anglo-americana Henry Louis Mencken nel suo The american language (1919, supplementi 1945-1948) in cui spiega la nascita degli americanismi.
Ne raccolgo le conclusioni da un lavoro del linguista Aldo Gabrielli dentro “Nella foresta del vocabolario. Etimologie curiose, storie di frasi e di parole” (1977).
Nel 1840 c’erano elezioni presidenziali USA che vedevano il confronto fra Martin Van Buren, presidente democratico in carica, e lo sfidante, generale William Henry Harrison, repubblicano.
Il comitato elettorale di Van Buren pensò di fare riferimento al luogo natale del suo candidato, la cittadina di Kinderhook (nello Stato di New York) e si autonominò Old Kinderhook Club, poi abbreviato in “O.K. Club” e quindi, sbrigativamente, in O.K., espressione che divenne simbolo di auspicabile vittoria. Sigla propagandistica riportata in bandiere, manifesti, bottoni. Ma la vittoria non arrivò, anzi il candidato aspirante presidente fu sonoramente battuto da quello in carica.
La fortuna dell’espressione fu comunque tale che non tardò a transitare dal gergo politico al linguaggio della quotidianità. Tanto che la sua popolarità non si limitò all’America, ma trovò un efficace veicolo di diffusione in Europa grazie alla presenza dei militari statunitensi nel corso della seconda guerra mondiale.
Hollywood e la cultura pop globalizzarono l’OK negli anni ’20 –’50). L’espressione era infatti perfetta anche nel cinema per dialoghi serrati, scene d’azione, comandi rapidi, gag e battute.
Dagli anni Ottanta ad oggi, l’informatica lo ha consacrato, prima nel Dos, nella programmazione e poi nelle interfacce grafiche, facendolo diventare pulsante universale per significare “conferma, accetta, continua”.
Un’altra teoria spiega l’espressione come derivante da “oll korrect”, scritto così come si pronuncia per all correct. Insomma: tutto bene. Ma personalmente preferisco le teorie che si legano ad eventi storici, capaci di lasciare il segno nella comune coscienza dei parlanti. Oltre che nei libri di storia.
L'autore
- SANDRO ALLEGRINI ha pubblicato studi di filologia classica e storia, arte e letteratura sulla produzione di autori locali e nazionali. Ha creato e dirige collane di biografie (“Umbri”), di dialetto “I grandi classici in perugino” (Dante, Michelangelo), di poesia (“Officina del Dialetto”), narrativa, critica e saggistica (“Lanterne”, Orient Express). Ha pubblicato oltre 80 volumi di storia locale e lingua perugina, editor di testi di prosa e poesia, autore di documentari sui rioni di Perugia (Futura Edizioni). Membro della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, iscritto all’Ordine nazionale dei Giornalisti, è fondatore e coordinatore dell’Accademia del Dónca. Tra le sue ultime pubblicazioni “Mia zia Maria Callas. Dietro le quinte” (2024) con Angelo Meneghini e “La Costituzione Italiana m perugino” (Morlacchi editore, 2025), col magistrato Beatrice Meniconi. Ne Il Giornale dell’Umbria.com scrive sotto il brand di Inviato Cittadino, cura le sezioni Accademia del Dónca e la rubrica Palcoscenico
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