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Sul “Giuda” di Enrico Pea. Dialogo con Giovanna Bellora  

Pea, Pound, Pasolini: tre interpreti del Novecento letterario accomunati dal loro rapporto irregolare con il Sacro, sono stati i protagonisti della II edizione del progetto «PPP» (2025/2026) con incontri, mostre, conferenze, proiezioni e recite al Teatro del Giglio “Giacomo Puccini” di Lucca.

La città toscana ospita infatti non solo il teatro dedicato a Puccini ma, nel caso specifico, è sede dell’Associazione “Amici di Enrico Pea”, lo scrittore versiliese (era nato a Seravezza nel 1881) che negli anni ’20 affascinò i lettori con il romanzo Moscardino (Treves, 1922), ammirato soprattutto da Eugenio Montale il quale, chiedendosi quando Finirà la quarantena per i libri di Enrico Pea? (Corriere della Sera, 12 settembre 1965), già sessant’anni fa si accorgeva di come questo scrittore «abbia avuto, in vita sua, riconoscimenti inferiori al suo merito».

Nel primo Dopoguerra, rientrato in Italia dall’Egitto, Pea aveva inaugurato un pionieristico esperimento di teatro all’aperto nel “Bosco Apuano” della Versiliana (a Marina di Pietrasanta), in un’epoca in cui il genere teatrale stava subendo un profondo processo di trasformazione e di rinnovamento. Piero Gobetti credeva fermamente nella grandezza di Pea che definì «​​il più forte autore che abbia oggi il teatro italiano di poesia». Sulla scia di Gramsci, egli riteneva che il teatro fosse la forma d’arte più adatta per parlare alle masse popolari e anche per questo decise di mettere a catalogo la tragedia di Pea, Rosa di Sion (Gobetti, 1923). La tragedia faceva parte di una “trilogia ebraica”, insieme con Giuda e con Prime piogge d’ottobre (Libreria della Diana, 1919). Qui l’autore aveva mostrato di essere capace di «paradisiache visioni cristiane», come spiegò Montale nel 1931 (in Scrittori toscani contemporanei. Il secondo mestiere, I, p. 447), e di eccellere «nella rappresentazione plastica, degna d’un antico maestro di uomini e di vicende primordiali». Del resto, lungo tutto l’arco della sua vita, Pea fu eminentemente un uomo di teatro.

I curatori del progetto «PPP» hanno dunque ritenuto fondamentale riportare sulla scena il teatro di Enrico Pea, iniziando proprio dal dramma Giuda che non era più stato rappresentato dal 1918 quando, all’indomani dello spettacolo, fu giudicato blasfemo dal parroco locale e dal cardinale Maffi che lo vietò per «aver scandalizzato il pubblico semplice e credente». La tragedia suscitò anche un’interpellanza parlamentare in merito alla libertà di pensiero, che fu poi ritirata in cambio della concessione da parte delle autorità di allestire il dramma non più all’aperto, ma nei teatri al chiuso dove le masse popolari non avrebbero potuto accedere.

Sulla scelta di riportare a teatro Giuda (andato in scena il 31 gennaio scorso al Teatro del Giglio in una lettura scenica di e con Mariano Rigillo, introduzione di Luca Padalino) abbiamo fatto alcune domande a Giovanna Bellora, la cui nonna era la secondogenita dello scrittore, Pia Pea Bellora, protagonista con sua sorella della lirica di Enrico Pea, Dormono la Valentina e la Pia, il cui autografo è stato a lungo nelle mani da Montale. Giovanna Bellora è oggi l’infaticabile promotrice degli appuntamenti dei «Lunedì della Cultura», nonché Presidente dell’Associazione “Amici di Enrico Pea” di Lucca e custode della memoria dello scrittore.

 Che cosa rappresenta la tragedia “Giuda” e perché questa scelta così audace?

Giuda segna il punto di partenza della riflessione di Pea, ancora anarchico, sulle sacre scritture per pervenire in seguito a un’idea di “sacro” sui generis. Per comprendere il senso della tragedia e la figura di Giuda, come Pea la concepì, è necessario ricordare la formazione dello scrittore, tutta affidata, fra l’infanzia e l’adolescenza, a un nonno ateo che non impartisce al nipote alcuna educazione cattolica. Le poche informazioni che Pea ha sui Vangeli, come egli stesso racconta, le ricava dalle “immaginine” trovate sulle bancarelle fuori dalle chiese e dai canti dei Maggianti del suo paese, Seravezza. Quando, emigrato quindicenne, arriva in Egitto, Pea è praticamente digiuno di conoscenze religiose.

Quale ruolo ha avuto l’Egitto, a cui è dedicato il libro autobiografico “Vita in Egitto” (Mondadori, 1949), nella formazione di Enrico Pea?

Pea si forma ad Alessandria d’Egitto, alla Baracca Rossa, un circolo di anarchici e di fuoriusciti, atei o dissacratori di ogni fede e religione provenienti da tutto il mondo. In Egitto Pea s’imbatte anche nella lettura della Bibbia che acquista all’Arabian Bazar. Si tratta però della Bibbia tradotta dal calvinista Diodati, anche lui lucchese ed emigrato. «Era stata la Bibbia – scrive Pea in Vita in Egitto – che m’aveva in parte avviato al gusto delle lettere. La nostalgia mi si placava, leggendo i fatti dell’Antico Testamento, seppure in quella forma antiquata e prolissa, ma tuttavia ricca e precisa, fiorita nei modi d’uso del mio paese». Aver incontrato quel libro in terra straniera fu come un’illuminazione, un segno del destino. Leggendo la Bibbia, Pea ne è «incantato» così come restava incantato da ragazzo ascoltando le fole narrate dal nonno: «mi pareva di ascoltare un contadino di Seravezza».

Il personaggio di Giuda, dunque, affonda le sue radici nell’anarchismo della Baracca Rossa?

Certo, Pea stesso era animato da uno spirito ribelle ed è questo che lo induce a scegliere e a portare sulla scena personaggi condannati dall’ortodossia e, nello specifico, Giuda. Pea prende le distanze anche dai testi sacri ortodossi e ricostruisce questa figura a modo suo, in maniera senz’altro originale, con l’intenzione di «speculare su quel personaggio per smascherare il papa, l’unigenito e sua madre». Il Giuda di Pea è uno spirito libero, un ribelle tutto volto all’azione. In lui Pea si identifica.

Quale idea del teatro ha avuto Enrico Pea?

Per Enrico Pea teatro e vita sono la stessa cosa. Egli elabora un teatro in cui la rappresentazione sia il più fedele possibile alla vita e i suoi personaggi sono, in verità, tutti concepiti per il teatro, anche in Moscardino.

Sulla scena è possibile “rifondare” sia la storia, sia la realtà e la figura di Giuda ne è un esempio. Pea fa in modo che Giuda sia il figlio di un re detronizzato ingiustamente, Ircano II, ribelle alle costrizioni e alle tassazioni imposte dai romani alla popolazione ebraica. Pea era inoltre orgoglioso di aver trovato «la paternità di Giuda», di avergli «dato per padre un re. Un re disgraziato».

Coraggiosa infine la scelta di affidare a Gesù un ruolo secondario; Giuda stesso ne prende le distanze, diffida dei suoi miracoli, invita gli apostoli a non farlo entrare a Gerusalemme; ma, soprattutto, contrappone il suo spirito ribelle a quello di Gesù che «fa cose strane come fanno i maghi». Nella ricostruzione di Pea, Giuda non è il traditore di Gesù, è egli stesso una vittima della storia, un eroe tragico che combatte per riprendersi il trono e ottenere giustizia.

Come finisce la tragedia?

Quando si rende conto di aver fallito, Giuda si chiude nel mutismo e la sua figura è come pietrificata sulla scena. Piero Gobetti scrive che «l’eroe ora è uno di quei fantasmi nei quali Pea ha incarnato e insieme sepolto l’idea». Si legge, infatti, alla fine del terzo atto, che «Giuda muore sulla pietra, composto, supino. Sta come una scultura sopra un basamento funerario». Successivamente lo scrittore ripenserà in parte il suo personaggio nella Passione di Cristo, del 1923, rappresentata per la prima volta al teatro Mercadante di Napoli la sera delle Ceneri, poi a Pisa nel 1924. Qui la figura di Gesù è ora bilanciata con quella di Giuda che torna ad essere il personaggio della tradizione, il traditore. Ma, a ben vedere, l’azione di Giuda è sempre giustificata e volta alla causa del suo popolo; egli resta inoltre scettico nei confronti della predicazione del Nazareno. Nella restante produzione di Pea, Giuda sarà ancora presente nel Servitore del Diavolo (1929) e nella già nominata Vita in Egitto (1949).

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La sera del 31 gennaio 2026 sul palco del Teatro del Giglio “Giacomo Puccini” di Lucca, il Giuda di Enrico Pea ha dunque ritrovato nell’interpretazione di Mariano Rigillo e degli altri interpreti della Compagnia la sua antica forza eversiva, insieme con una messa in scena ieratica ed esemplarmente ponderata. Il pubblico è stato accompagnato verso la comprensione di un testo di non facile ricezione dall’introduzione di Luca Padalino, un critico letterario che è stato a suo agio sul palco allo stesso modo di un esperto attore di teatro.

In un percorso che attraversa la produzione di Pea, di Pound e di Pasolini, Giuda non poteva infine che ritrovare il suo posto, un posto del tutto irregolare, che ci auguriamo aiuti soprattutto Pea a uscire da quella «quarantena» denunciata da Montale, nella quale il pubblico dei lettori e degli editori di oggi sembra ancora volerlo lasciare. Anche perché, ad oggi, chi volesse leggere Enrico Pea dovrebbe necessariamente rivolgersi al mercato librario dell’antiquariato. Delle sue opere, come si deduce dalla stringatissima bibliografia che segue, solo tre (e la traduzione firmata da Ezra Pound) sono disponibili in commercio.

monica_schettino@hotmail.com

Bibliografia essenziale.

Enrico Pea, Giuda, a cura di Angela Guidotti, Maria Pacini Fazzi, Lucca, 2010.

Enrico Pea, Rosa di Sion, Postfazione di Giovanna Ioli, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2015.

Enrico Pea, Moscardino, 3 voll., ETS, Pisa, 2021 che raccoglie due edizioni anastatiche: Moscardino, Treves, Milano 1922; Moscardino translated by Ezra Pound, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1956; a cui si aggiunge il volume EP/EP, Enrico Pea/Ezra Pound, saggi critici di Andrea Palla, Enrico Baldi, Luca Padalino, Introduzione di Giovanna Bellora, a cura dell’Associazione Amici di Enrico Pea, Edizione ETS, Pisa, 2012.

L'autore

Monica Schettino
Monica Schettino
Monica Schettino è laureata in Lettere moderne all’Università di Torino con una tesi in Letteratura greca, ha ottenuto il titolo di Dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” con una ricerca sulla Scapigliatura piemontese, in seguito pubblicata nel volume Achille Giovanni Cagna - Giovanni Faldella, Un incontro scapigliato: carteggio 1876-1927 (Interlinea, 2008). Ha collaborato come docente a contratto con l’Università del Piemonte orientale e poi con l’Università di Torino. Per l’Istituto storico per la storia della Resistenza di Varallo Sesia ha curato l’edizione dell’autobiografia di Anna Marengo, Una storia non ancora finita, (2014) mentre nel 2023 ha pubblicato sulla rivista «l’impegno» uno studio sul giovane poeta e resistente Ferdinando Giolli e la sua collaborazione con l'editore milanese Rosa e Ballo. Nel 2021 e nel 2023 ha partecipato alla Biennale "Piemonte e Letteratura" organizzata dalla Fondazione Palmisano di S. Salvatore M.to occupandosi di Achille Giovanni Cagna e dell'editoria vercellese nel Novecento. Dal 2022, presso l'Università di Friburgo (CH) e con la direzione del prof. Genetelli, si dedica allo studio dello scrittore e drammaturgo Cesare Lodovici sul quale ha pubblicato due saggi e un capitolo introduttivo nel volume: Cesare Vico Lodovici: un anglista del Novecento (2023). Nel 2025 ha pubblicato un piccolo inedito di Giovanni Faldella nella collana diretta e illustrata da Lino di Lallo, "Quaderni di stretta brevità", intitolato Clelia o il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX). Romanzo storico politico di Giuseppe Garibaldi. Per l'editore Metilene di Pistoia ha curato il volume di Gino Patroni, Ed è subito pera e altri epigrammi, che nel 2024 ha inaugurato la collana di scritture anomale "Aritmie" diretta da Paolo Albani, facendo poi parte del comitato di lettura. Dal 2021 è docente di materie letterarie presso il Liceo "Parentucelli" di Sarzana, collabora con la casa editrice Loescher di Torino e con le pagine culturali della «Gazzetta di Parma».