avvenimenti · In primo piano

Elio Vittorini, la «guerra civile» e l’ignavia (manzoniana) degli italiani

Elio Vittorini (1908-1966) fu tra i primissimi scrittori italiani, se non il primo in assoluto, a pubblicare, già nel giugno del 1945, presso la casa editrice Bompiani, un romanzo sulla Resistenza, Uomini e no, scritto nel corso del 1944 (tra la primavera e l’autunno di quell’anno). Storia ambientata nel 1944, nella Milano occupata dai nazisti (e dai fascisti), che narra della lotta partigiana della città lombarda, e che ha come protagonista principale un giovane partigiano, dal nome di battaglia Enne 2. Storia, dunque, di un “ragazzino”, che mette a disposizione della lotta contro l’occupante nazista, e contro i suoi alleati fascisti, la propria vita, in difesa della patria e della libertà. Il romanzo, molto coraggioso, per le tematiche affrontate “a caldo”, per le scelte stilistiche ed espressive adottate dall’autore, in direzione sperimentale (con capitoletti pubblicati in corsivo, a indicare le meta-riflessioni dell’autore, che interrompono la narrazione, e commentano le azioni e le vicende appena descritte, alla ricerca di un senso da dare alla lotta partigiana), fu accolto in modo contrastante, da parte della critica, tra estimatori e detrattori, già per il titolo, Uomini e no, che autorizzò alcuni critici a rivolgere a Vittorini accuse di razzismo (avendo lasciato intendere, a loro giudizio, con l’adozione di quel titolo, che nazisti e fascisti non rientrassero nell’umanità, non possedessero i requisiti indispensabili e minimi per ritrovarsi nel novero dell’umanità).

La riflessione politica e letteraria di Vittorini, sulla «guerra civile» appena conclusa, sulla natura e sulla partecipazione popolare a quella lotta partigiana, sul coinvolgimento popolare (ovvero, sul mancato coinvolgimento delle masse popolari), sulla dimensione minoritaria della partecipazione alla lotta di liberazione dal nazi-fascismo, prendeva atto che la stragrande maggioranza degli italiani, dopo l’8 settembre 1943, aveva scelto di non scegliere, aveva preferito restare alla finestra, e attendere, prudentemente, che le cose si sistemassero da sole (si sistemassero, in un senso o nell’altro, grazie all’opera di una minoranza combattente), per poi scegliere, dopo il 25 aprile 1945, su quale carro saltare. Quella di Elio Vittorini, quindi, fu una riflessione senza reticenze, o timori, con interventi e con articoli, come quello pubblicato sul primo numero della neonata rivista «Il Politecnico», il 29 settembre 1945, intitolato «I “Promessi sposi” contro la democrazia», nel quale Vittorini si chiedeva quali potessero essere state le cause di quel mancato coinvolgimento popolare nella guerra di liberazione dal nazi-fascismo, ravvisandone alcune di esse proprio nella formazione (scolastica, universitaria, culturale, ideologica, familiare) della maggioranza degli italiani, a carattere e impronta fortemente manzoniano, cioè, a vocazione moderata, opportunistica e attendista:

I Promessi sposi furono quindi, nell’Italia che andò dal 1825 al 1870, non soltanto un’opera d’arte ma un appello politico alla moderazione, uno strumento inavvertito ma potente di freno e di controllo dei sentimenti delle masse popolari, un tentativo, perfettamente riuscito, di rivestire delle forme d’arte, le idee che erano comuni alla nuova classe dirigente: non solo a Rosmini e a Gioberti ma a d’Azeglio e a Cavour. Nei Promessi sposi quest’arte di persuasione politica e morale arrivò ad una finezza, forse, mai prima raggiunta, e ben si può dire che scivola quasi inavvertita, da ogni pagina del romanzo, per rifugiarsi solidamente nella mente e nel cuore del lettore. Anche in questo senso i Promessi sposi sono un capolavoro che non ha riscontro nella letteratura contemporanea. Tutte le idee e tutte le massime dei Promessi sposi, menano, a ben riflettere, alla stessa conclusione, cioè a dire che nella vita «si dovrebbe pensare più a far bene che a star bene e così si finirebbe anche a star meglio» (che era, poi, finemente espressa, la brutale idea del d’Azeglio che alle masse popolari bisognava insegnare non a godere, ma a soffrire, altrimenti prima o poi si sarebbero rifiutate di portare i pesi della società) […].

In apertura d’articolo, Vittorini chiariva, senza mezzi termini, gli «effetti diseducativi dell’insegnamento manzoniano sulle giovani generazioni italiane», che aveva toccato, che aveva influenzato, sempre a giudizio di Vittorini, perfino democratici radicali come Mazzini e Garibaldi, i quali, nonostante si rendessero conto degli effetti diseducativi del romanzo di Manzoni, pur si erano affrettati «a rendere omaggio al grande scrittore». Le contraddizioni dell’intera classe politica liberale italiana (da «Antonio Rosmini a Benedetto Croce, da Massimo d’Azeglio a Giovanni Giolitti»), giunsero, precisava Vittorini nell’articolo, fino a tenere a battesimo il fascismo:

Il fascismo sorse appunto e fu tenuto a battesimo dalla politica e dalle istituzioni «liberali» giolittiane, e, nel campo ideologico quella corrente filosofica che si richiamava a quel liberalismo, partorì al tempo stesso Croce e Gentile. Ed è Gentile che parlando del filosofo cattolico Antonio Rosmini, amico e maestro del Manzoni, ebbe a scrivere che il rosminianesimo era, per l’Italia, il più grande avvenimento ideale del secolo XIX.

Ora non sempre si pensa che la pietistica e quietistica filosofia rosminiana non si diffuse attraverso le opere filosofiche del Rosmini […], ma attraverso l’opera letteraria del più insigne scrittore dell’epoca: attraverso i Promessi sposi di Alessandro Manzoni, e penetrò così, di sottecchi, sino nei cervelli di molti dei più intransigenti democratici e radicali italiani […].

Vittorini pubblicava queste sue riflessioni sulla natura anti-democratica de I promessi sposi nel 1945, ancor prima cioè della pubblicazione dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci (1891-1937), avvenuta a partire dal 1948, nei quali, nelle pagine sulla letteratura e sulla vita nazionale, Gramsci criticava severamente il romanzo di Alessandro Manzoni, proprio negli stessi termini vittoriniani, in quanto cioè condensato ideologico della cultura conservatrice, per la quale l’umile Renzo poteva, sì, assurgere a protagonista di un romanzo, ma a patto che restasse un “umile”, che non si ribellasse, e che consentisse all’autore di dimostrare che, non ribellandosi né a Dio, né ai signori della terra, avrebbe ben potuto ricevere, alla fine della vicenda, grazie alla Divina Provvidenza, il giusto premio. Vittorini, con i suoi due articoli manzoniani, anticipava, quindi, le critiche gramsciane, scritte nell’isolamento del carcere fascista, e conosciute soltanto a partire dal 1948, come ho già scritto, con la pubblicazione, presso la casa editrice Einaudi, dei suoi Quaderni del carcere.

Che l’analisi di Vittorini fosse fondata, sulla natura prudente, se non attendista (opportunisticamente attendista, ben disposta, cioè, al calcolo della convenienza privata, così insita nella coscienza della maggioranza del popolo italiano, tanto da farla risalire al «manzonismo» educativo della nostra scuola, delle nostre università, delle nostre istituzioni, delle nostre famiglie), trovava conferma in un articolo di Alcide De Gasperi, del futuro «padre costituente» Alcide De Gasperi, leader dei cattolici italiani, apparso su «Il Nuovo Trentino» (il 7 aprile 1921), nel quale egli indicava proprio nei Promessi sposi di Manzoni il testo formativo di riferimento, per interpretare la società italiana, e le sue contraddizioni (violenza compresa). In modo particolare, De Gasperi, in quel suo articolo, citava un episodio del II capitolo dei Promessi sposi, nel quale Manzoni tratteggia un Renzo che, con «fare ardito», e con «occhi stralunati», incalza, e usa violenza verbale nei confronti di un reticente, pavido e spaventato don Abbondio.

Nel secondo articolo di Elio Vittorini, apparso sempre su «Il Politecnico», il 6 ottobre 1945, intitolato «Perché i “Promessi sposi” non sono popolari», egli precisava il suo pensiero, e rincarava la dose, demolendo anche alcune delle figure più note del romanzo manzoniano, a cominciare da quella del frate Cristofaro:

Quando Giuseppe Mazzini e Luigi Settembrini scrivevano che il Manzoni diseducava e corrompeva le giovani generazioni italiane avevano dunque i loro motivi per un giudizio talmente severo […]. Il popolo italiano non trovò e non poteva trovare nei Promessi sposi sé stesso ma vi trovò soltanto la politica e le intenzioni delle classi dirigenti verso sé stesso, ed erano brutte intenzioni […]. Eppure l’arte del Manzoni aveva fatto uno sforzo per avvicinarsi al popolo nella lingua, nella forma […]; ma nemmeno con questo sforzo riuscì a divenire popolare. Del resto, per bella, semplice e popolare che fosse la forma, il contenuto le condannava.

Questa limitatezza non sfuggì a quel pur caldo ammiratore del Manzoni che fu Francesco De Sanctis il quale trovò che i personaggi del Manzoni non avevano «l’immediatezza, la spontaneità e l’abbandono di quelli dello Shakespeare» e notò che mentre nello Shakespeare «il mondo è in balia delle forze che lo formano e lo sconvolgono» ne I promessi sposi, il mondo è corretto dalla morale cattolica […]. I liberali del Risorgimento nascevano vecchi, erano dei borghesi in ritardo, paurosi dei colpi d’aria, odiosi al popolo, e di niente altro solleciti che di appattarsi con la reazione. È stato pure detto che Manzoni ritrasse in Don Abbondio sé stesso, i suoi timori, le sue paure. Certo, ma ritrasse sé stesso anche in Padre Cristoforo, la classe che egli più idealizzava, il mercante divenuto frate, lo spirito borghese antifeudale corretto e umiliato dalla religione, il quale è il Deus ex machina di tutto il suo romanzo e conduce santamente per mano, lungo le vie della vita, l’operaia della filanda Lucia, e Renzo il caparbio tessitore che pretendeva di avere anche lui qualcosa nella testa […]. E non fa l’ombra di un dubbio che Manzoni ritrasse sé stesso e le classi che rappresentava, anche in Don Rodrigo e nell’Innominato e non soltanto perché come l’Innominato, il Manzoni ebbe anche, in gioventù, la sua conversione, e nell’Innominato volle rappresentare quelle classi feudali, che per cattive che sieno, possono diventar sante e far il paio con la migliore borghesia, con il miglior Padre Cristoforo pur che si pieghino alla religione e attenuino la prepotenza dei loro privilegi: ma anche per un motivo più diretto e più serio: perché lo scrittore lombardo apparteneva a una delle famiglie di feudatari più malfamate della regione, odiata e maledetta dai contadini della Valsassina in cui i Manzoni avevano il loro feudo, a tal punto che in un proverbio […] i contadini paragonavano i Manzoni, con le loro ruberie e soperchierie, al torrente Pioverna, che straripava violento e distruggeva le loro fatiche […].

Tra l’8 settembre del 1943, e il 25 aprile del 1945, la stragrande maggioranza degli italiani, dunque, a giudizio di Elio Vittorini, si posizionò in quella «zona grigia», come l’avrebbe definita Primo Levi, in una pagina de I sommersi e i salvati, che consiste in una “tranquilla” terra tra il Male e il Bene, che non pone interrogativi a chi vi si posiziona, anzi, che permette di restare a guardare gli eventi, senza schierarsi, senza scegliere, senza prender parte. Ne «I “Promessi sposi” contro la democrazia», Vittorini aveva individuato nella formazione scolastica e familiare manzoniana degli italiani una delle cause di questa ignavia nazionale. Il «sugo» della storia, con il suo «decalogo» sui comportamenti da evitare («non mettersi nei tumulti, non predicare in piazza», etc.), in nome della prudente difesa dell’«utile», e del tornaconto personale, come lo si legge nelle pagine finali dei Promessi sposi, in quel dialoghetto apparentemente innocente, tra moglie e marito (Renzo e Lucia), ha segnato il carattere degli italiani, usi a scegliere di non scegliere.

trifone.gargano@uniba.it

 

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.