“Benvenuto nella mia casa, entri liberamente e di sua spontanea volontà… benvenuto nella mia casa, entri liberamente, se ne vada poi sano e salvo, lasciando un po’ della felicità che porterà”: con queste parole il Conte Dracula accoglieva nella sua dimora Jonathan Harker, un giovane avvocato di un importante studio legale londinese, nel celebre romanzo “Dracula” dell’irlandese Abraham Stoker. Il romanzo edito nel 1897, del genere gotico-horror, era ambientato circa sette anni prima in Romania e più precisamente in Transilvania. Come tutti sapranno il Conte dell’opera di Stoker era un vampiro, un essere mitologico che sopravviveva nutrendosi di sangue umano, un personaggio fantastico sì, ma ispirato ad un uomo realmente esistito di nome Vlad III Draculea. Principe della Valacchia, figlio di Vlad II Dracul, era vissuto nel quindicesimo secolo seminando morte ed orrore durante una interminabile guerra contro i Turchi che lo aveva però reso, nella sua terra natia, una vera e propria leggenda, un eroe nazionale. Dopo la sua morte gli venne dato il soprannome di Vlad Tepes, ovvero Vlad l’impalatore, per aver utilizzato con insolita frequenza questa atroce tortura per eliminare i suoi nemici. Un brano tratto da “storie tedesche del Veievoda Draculea”, in cui il termine Veievoda significa in rumeno Principe regnante, scritto a Norimberga nel 1488, riporta testualmente le seguenti sconcertanti parole: “Ecco la storia crudele e terribile di un uomo selvaggio e assetato di sangue, draculea il voievoda. Da come impalò e arrostì gli uomini e li fece a pezzi come cavoli. Arrostì anche bambini e costrinse le madri a mangiarli. Molte altre cose sono scritte in questo libello, anche sulla terra in cui regnò”. Un crudele e sanguinario sovrano quindi al quale però noi occidentali dobbiamo molto in quanto ebbe comunque il grande merito di aver fermato l’avanzata dell’esercito ottomano in Europa. La sua vera roccaforte era la Fortezza di Poienari, sulle rive del fiume Arges, in Romania e voleva essere il mio punto di partenza per studiare più da vicino Vlad Tepes e la sua vita leggendaria, per certi versi avvolta nel mistero.
Il Castello dei Corvino, presso la città della Transilvania Hunedoara, in cui si ritiene che Vlad Tepes venne tenuto prigioniero per ben sette anni dopo la sua cattura del 1462 dal Re ungherese Matteo Corvino, e ancor di più, il noto Castello di Bran, vicino a Brasov, meraviglioso castello considerato monumento storico della Romania e costantemente preso d’assalto da frotte di turisti, non destavano il mio interesse; entrambi non sono mai appartenuti al Principe della Valacchia Vlad l’impalatore. Inoltre la Fortezza di Poienari, dall’alto dei suoi 1480 gradini, sembra vegliare inesorabile sull’ingresso sud dell’imponente Transfangarasan, l’incredibile strada fatta costruire dal dittatore Nicolae Ceausescu che attraversa i Carpazi penetrando in Transilvania con un passo di montagna che raggiunge i 2034 metri di altitudine; una vera goduria per noi appassionati motociclisti. Inoltre, proprio Ceausescu, che ricordo venne ucciso insieme a sua moglie Elena nel 1989 a pochi chilometri da Bucarest, aveva fatto erigere nella capitale rumena il più grande palazzo del mondo dopo il Pentagono negli Stati Uniti, un’opera grandiosa che andava assolutamente visitata.
Bucefalo già scalpitava, ed io più di lui, e nell’estate del 2007 decisi pertanto di partire alla volta della Romania in compagnia di un mio caro amico di nome Andrea in sella ad una sempre verde BMW r1100gs.Con molta calma e dopo aver fatto una prima tappa a Lubiana in Slovenia ci dirigemmo al lago Balaton in Ungheria e poi dritti su, fino alla bellissima Budapest, in cui riuscimmo a giungere nella tarda serata. Arrivare nelle città di notte a me è sempre piaciuto molto, il buio e le luci dell’illuminazione artificiale, pur nascondendo molti particolari interessanti dell’abitato, ci regalano spesso un fascino sconosciuto a tutto ciò che viene abitualmente illuminato dai potenti raggi del sole; un’atmosfera surreale ed onirica insieme, che riesce a rendere magici quegli incantevoli momenti, una situazione così suggestiva che spesso arriva a riempire con gradevole prepotenza i nostri ricordi più belli. Quella notte, il conosciuto Ponte delle Catene di Budapest, avvolto nel silenzio dell’oscurità, sembrava aspettare solo il nostro lento passaggio, le strade erano infatti completamente deserte e con il piacevole borbottio degli scarichi della nostre moto che faceva da sottofondo il nostro semplice transito pareva quasi assurgere ad vera e propria marcia trionfale. L’indomani, dopo una doverosa e piacevole visita della città ci concedemmo un corroborante e gratificante bagno dentro…una cattedrale! Faccio riferimento ai noti Bagni Gallért che si trovano all’interno di uno stupendo edificio art-nouveau in cui, nel maestoso locale centrale, con un soffitto alto una decina di metri e le pareti finemente decorate, si trova una enorme piscina che regala una strana e al contempo piacevole visione di rara bellezza.

Budapest è un importante centro termale in cui si trovano oltre cento sorgenti dalle quali sgorgano decine di migliaia di metri cubi d’acqua calda ogni giorno, ciò è dovuto dal fatto che la capitale ungherese si trova su una faglia tettonica che separa la Grande Pianura dalle Colline di Buda. Usciti belli rilassati dai Bagni Gallert incontrammo un gruppetto di simpatiche ragazze autoctone, fortemente incuriosite dai nostri potenti mezzi bavaresi, che rimasero affascinate dal nostro curioso programma “vampiresco” nella vicina Romania. Una di loro ci fece notare che proprio in Ungheria era molto conosciuta invece una certa Contessa Bathory, la quale, con la triste nomea di feroce, sadica e sanguinaria aristocratica che si meritò per le orribili modalità con le quali portò a compimento numerosi omicidi, avrebbe sicuramente fatto concorrenza al tanto blasonato Vlad Tepes. Approfondendo la questione scoprii che, a metà tra verità e leggenda, la Contessa Erzesebet Bathory vissuta nel 1600 può considerarsi un’autentica serial killer e più precisamente la peggiore in assoluto della storia considerando che uccise oltre seicento ragazze per poi fare il bagno nel loro sangue. Sembrerebbe che la Contessa fosse anche un po’ manesca e per punire una serva, dopo averla pesantemente schiaffeggiata, si ritrovò poi alcune gocce di sangue sulla sua mano, cadute dal naso della malcapitata, che gli sembrarono aver fatto ringiovanire proprio quella piccola porzione della sua pelle. Con la sciocca rassicurazione di irresponsabili chiromanti, secondo le quali il sangue di giovani ragazze avrebbe mantenuto inalterata la sua bellezza, tra torture e mutilazioni varie, la Contessa iniziò a berlo ed a fare vere e proprie abluzioni nel sangue umano. Erzesebet venne allevata guarda caso proprio in Transilvania e fin da piccola assistette a orripilanti esecuzioni capitali fatte ordinare dal suo cugino che ricopriva addirittura il ruolo di Principe della Transilvania. Anche per questo si è pertanto contesa con il rumeno Conte Vlad Tepes il titolo di principale figura storica ispiratrice del più famoso vampiro di tutti i tempi, il Conte Dracula. A tal proposito, il pronipote del suo noto scrittore di nome Dacre Stoker scrisse poi il sequel ufficiale del romanzo intitolato “Undead – Gli Immortali”, in cui proprio una certa Elizabeth Bathory è la principale antagonista che decide di vendicare la morte del Conte Dracula avvenuta qualche anno prima del suo avvento. È interessante sapere che il luogo spesso teatro di quel numero sconcertante di assassini ed altre disumane atrocità perpetrate dall’altrettanto famosa Contessa era il castello di Cachtice e proprio nella sua torre principale ella venne alla fine condannata ad essere murata viva. Valutammo quindi seriamente di procedere verso nord nella vicina Slovacchia per dare una sbirciata al castello di Cachtice sulle pendici dei Carpazi, a qualche chilometro a sud della città di Novo Mesto, ma, con il solito tempo tiranno, avremmo poi dovuto rinunciare a qualcosa del nostro tour già perfettamente organizzato. Proseguendo pertanto per la Romania incontrammo l’antica città di Alba Julia, nella regione della Transilvania sud-occidentale, territorio che fu la culla dell’antico regno dacico. Ricordo ancora quando mio padre mi fece vedere per la prima volta la Colonna Traiana nell’omonima Piazza di Roma, un’opera monumentale a mio parere unica nel suo genere, alta quasi quaranta metri e pesante più di settecento tonnellate. Probabilmente si tratta del primo tentativo della storia di creare ciò che oggi chiameremmo un film, infatti, sulla colonna “coclide” si sviluppano, come dei veri e propri fotogrammi di una pellicola cinematografica, una serie di immagini scolpite a rilievo, che raccontano con grande maestria e dettagli spesso sconcertanti, tutta la difficoltosa campagna militare dell’imperatore Traiano contro gli spietati Daci. Fu proprio la smisurata crudeltà dei guerrieri Daci a colpirmi maggiormente e che, a quanto pare, ha continuato a sopravvivere fino alla generazione di fine quattrocento degnamente rappresentata dal diabolico Vlad Tepes. Ma Traiano non si fece intimorire e, anche se con molta fatica, riuscì alla fine a piegare i Daci nel 106 d.c.. Dopo la creazione della nuova Provincia romana fondò la capitale denominata Ulpia Traiana Sarmizegetusa i cui resti, oggi dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, possono ancora essere ammirati nell’odierna Transilvania e di cui proprio Alba Julia ne fu uno dei più grandi centri. Alba Julia, pur essendo oggi una città moderna dominata dal cemento e di scarso interesse turistico, occupa però oggi un posto d’onore nella coscienza nazionale rumena essendo il luogo in cui venne proclamata l’unione della Transilvania alla Romania. Io e Andrea non ci lasciammo sfuggire la vicina “collina della forca” dove due contadini rivoluzionari, entrati poi nella storia rumena più recente per il loro grande eroismo, trovarono la morte nel 1785 per mezzo del supplizio della ruota. Una copia di quest’ultima era esposta nel museo della città denominato dell’Unione e, ironia della sorte, proprio l’anno successivo alla loro orrenda fine, l’imperatore regnante abolì finalmente l’anacronistico istituto della servitù della gleba. Venendo da nord passammo poi vicino alla città di Sibiu dove Vlad Tepes, per le cronache dell’epoca, fece impalare nel 1460 ben diecimila persone colpevoli di averlo tradito cospargendo inoltre di miele i loro corpi per attrarre ogni tipo di insetto ed infliggendogli così maggiori sofferenze. In senso ironico, possiamo affermare che sapeva essere anche magnanimo, infatti, si narra che avesse l’accortezza di impalare i ricchi con delle aste ricoperte d’argento. Proseguimmo poi fino ad arrivare alla città di Cortisoara da dove partiva la mitica Transfangarasan, una strada straordinaria fatta costruire nel 1974 dal dittatore rumeno che si snoda per circa cento chilometri sino a Curtea de Arges e che non a caso prese il nome di “follia di Ceausescu”. Sembrerebbe che l’obiettivo primario perseguito dal dittatore nella costruzione di questa strabiliante strada, che collega le regioni rumene della Transilvania e della Muntenia, fosse quello di permettere alle proprie truppe militari di attraversare i Carpazi rapidamente in caso di una, tutt’altro che improbabile, invasione sovietica. A causa delle difficili condizioni climatiche della zona, la strada era aperta solo nei quattro mesi estivi e l’accesso era inoltre limitato dalle dieci della sera alle sei del mattino perché sarebbe poi potuto essere molto pericoloso affrontare con il buio alcuni dei suoi tratti di carreggiata totalmente sprovvisti di barriere. Dopo aver attraversato fitti boschi di pini salimmo quindi attraverso dei ripidi tornanti fino ad arrivare in un piccolo lago glaciale a duemila metri di altezza circondati da splendide cime innevate. Poi via per il tunnel più lungo della Romania che scende seguendo la riva del Lago Vidrau in una infinità di curve con suggestivi panorami fino ad una grandiosa diga lunga oltre trecento metri in cui la strada si divide per poi riunirsi alla fine del lago per permettere di percorrere entrambe le sponde. Poco dopo iniziò a piovere sempre più insistentemente fino al punto che dovemmo necessariamente ridurre la nostra velocità di marcia. Proprio in quell’occasione incrociammo una coppia di giovani motociclisti polacchi in sella ad una Honda Varadero i quali, a causa della scarsissima visibilità dovuta dal diluvio in atto, presero la palla al balzo seguendo le nostre moto che gli facevano da apripista. Una volta raggiunta una provvidenziale pensione andammo a cena tutti insieme e, anche grazie ad un inglese un po’ raffazzonato, passammo una piacevole e divertente serata. La mattina successiva, con la compagnia dei simpaticissimi polacchi di nome Marcin e Ania, finalmente avvistammo le rovine del castello di Vlad III Draculea che dominava tutta la vallata dalla sommità di una roccia accessibile solo dopo aver affrontato i suoi temibili 1480 scalini.
L’emozione di percorrere quella ripidissima scalinata, che si snodava attraverso una imponente foresta di faggi, era grande e più mi avvicinavo alla sua sommità e più l’aria carica di mistero che mi circondava si faceva sentire. Una volta raggiunta quella magica fortezza, la cui fascinosa posizione troneggia su un paesaggio mozzafiato, con un cielo quasi interamente coperto dalle nuvole ed una suggestiva nebbiolina che si era diffusa proprio alla sua sommità, mi ritornò in mente il grande film “Nosferatu, il principe della notte” del tedesco Werner Herzog che diresse magistralmente un’impareggiabile Klaus Kinski. L’opera del 1979 si rifaceva all’omonimo film muto di Murnau del 1922, altro regista germanico, che, pur non utilizzando il nome di Dracula, ma bensì lo pseudonimo di Nosferatu, fu denunciato dagli eredi di Stoker per violazione dei diritti d’autore e venne poi condannato a distruggere tutte le copie della sua pellicola. Ma fortunatamente una copia di questa fu salvata dallo stesso regista ed il film è così potuto sopravvivere fino a noi dando vita ad una serie interminabile di remake. Chissà perché ma per me, nella mia immaginazione, l’unico vero conte Dracula ha proprio il volto dell’enigmatico Klaus Kinski, attore che ho sempre considerato il miglior interprete cinematografico del vampiro di sempre. Dopo aver dato sfogo alla mia infinita fantasia iniziai a toccare con mano che purtroppo quello che rimaneva delle rovine della fortezza era ben poco ed i miei tentativi di trovare qualche immagine di un drago scolpita nelle poche pietre ancora presenti di ciò che restava delle sue imponenti mura, rimase vano. Draculea significa infatti letteralmente “Figlio del Drago” ed il padre di Vlad Tepes fu appunto un membro dell’Ordine del Drago, un ordine cavalleresco fondato da Sigismondo di Lussemburgo che fu prima Re di Ungheria e poi anche Imperatore del Sacro Romano Impero. La fortezza di Poienari, conosciuta anche come Cittadella di Vlad l’Impalatore, faceva parte di un piano di fortificazioni per la difesa del confine settentrionale della Valacchia in cui la prima torre fu eretta addirittura nel tredicesimo secolo mentre le ulteriori torri e le mura di pietra e mattoni furono fatte realizzare dal voivoda che ne fece diventare un luogo di rifugio. Sembrerebbe che furono proprio i stessi turchi, fatti prigionieri da Vlad Tepes, che furono obbligati a costruire la fortezza, dopo aver marciato per oltre cento chilometri in condizioni disumane, per poi finire tutti orribilmente impalati. Proprio questa fortezza contribuì alla vittoria finale dei rumeni sui turchi in cui si narra che, in una importante fase della battaglia, il voivoda ingannò il nemico montando la ferratura dei cavalli al contrario al fine ritirarsi velocemente con il suo esercito nella Cittadella per poi sferrare il suo fatale attacco finale. Sempre la Cittadella fu il teatro del suicidio della sua prima moglie che, per non essere catturata dall’esercito ottomano in uno dei loro innumerevoli attacchi, si gettò dalla torre nelle gelide acque del fiume Arges.
Proseguendo con direzione Bucarest, passando per l’anonima città di Pitesti famosa per essere la sede della fabbrica di automobili rumene Dacia, valutammo di prendere la circonvallazione della capitale per dirigerci a nord della città fino al lago Snagov. Questo lago poteva destare il nostro interesse unicamente per essere conosciuto come il luogo di sepoltura di Vlad Tepes, il cui corpo senza testa giacerebbe all’interno di un monastero sito in una piccola isoletta facilmente accessibile da un piccolo ponte. Pur essendo una sorta di “chiusura del cerchio” del nostro viaggio, consapevoli che recenti scavi archeologici nella tomba avevano dato alla luce solo poche ossa di animali e che la stessa morte del voivoda era ancora avvolta nel mistero, decidemmo invece di entrare direttamente a Bucarest. La città, fondata nel settanta dopo Cristo da popolazioni geto-daciche, giace nelle pianure della Valacchia ed agli inizi del ventesimo secolo godette di un momento di vero splendore tanto da essere conosciuta in tutta Europa come “Piccola Parigi”. Purtroppo i duri bombardamenti a cui fu sottoposta durante la seconda guerra mondiale, i violenti terremoti che provocarono il crollo di numerosi edifici, il distruttivo intervento urbanistico attuato da Ceausescu ed infine gli effetti devastanti della recente rivoluzione del 1989, ridussero la capitale rumena in brandelli. Appena arrivati a Bucarest facemmo un giro di perlustrazione nel centro storico e una volta raggiunta la statua raffigurante una figura umana seduta in una enorme sedia, nel bel mezzo della immensa Piazza della Rivoluzione, venimmo raggiunti da una banda di bambini Rom. I Rom sono degli zingari che parlano una lingua strettamente legata a diversi idiomi ancora oggi diffusi nelle regioni settentrionali dell’India, abbandonarono proprio quella terra nel decimo secolo dirigendosi prima verso la Persia e poi nell’area dei Balcani dove alla fine vi si stabilirono. I Rom sono quindi dei nomadi che sono stati sempre oggetto di persecuzioni da parte delle popolazioni stanziali e durante l’olocausto si stima che circa la metà della sua popolazione mondiale fu sterminata. In Romania sembrerebbe che vi sia la comunità Rom più grande del mondo con quasi due milioni di persone che è poi entrata a far parte del connettivo sociale stesso del popolo rumeno. Non si sa per quale strano motivo ma io venni accerchiato da tutte bambine di varia età che tentavano di toccarmi tutte contemporaneamente, sperando forse di sfilarmi qualche oggetto di dosso, mentre ad Andrea capitò la stessa sorte ma per mano di tutti i maschietti. Con difficoltà riuscimmo a raggiungere il perimetro esterno della piazza dove si trovavano dei negozi, ma anche se quei bambini Rom non riuscirono nel loro intento, Andrea rimediò purtroppo qualche spintone di troppo, da parte dei più grandicelli, che lo turbò molto. Per caso incontrammo un poliziotto al quale riferimmo l’accaduto e, dopo qualche momento di totale incomprensione, egli si rese finalmente conto di ciò che ci era accaduto e guardandoci stupito, alzò le spalle e ci disse: “it’s normal, you are in Romania!” L’indomani eravamo invece in fibrillazione per la nostra imminente visita al grandioso Palazzo del Parlamento, precedentemente chiamato Casa del Popolo, sicuramente l’attrazione più importante di Bucarest, la cui sola vista dall’esterno non deluse certamente le mie aspettative, peraltro già molto alte.

Davanti all’ingresso della più grande costruzione del mondo dopo il Pentagono degli Stati Uniti, dal mio angolo visivo non riuscivo a delimitare nello spazio le estremità laterali della facciata principale ed in pochi secondi ebbi la consapevolezza che, quell’apparentemente astrusa diceria secondo la quale il suo volume fosse pari a quello dell’imponente piramide di Cheope, potesse essere effettivamente veritiera. Per la sua costruzione Ceausescu fece radere al suolo un sesto della città, distruggendo così più di trentamila edifici ed una ventina di chiese, occupando una superficie di oltre trecentomila metri quadrati. Al di là dell’impressionante e sconcertante lista dei materiali utilizzati per la sua costruzione, che la guida ci elencava con una certa veemenza in un interminabile scioglilingua imparato a memoria, mi colpì invece la curiosa circostanza per la quale l’illuminazione del palazzo protratta per circa quattro ore aveva un consumo di energia elettrica pari a quello necessario per un giorno dell’intera città. Dopo aver visto alcune delle oltre tremila stanze rimasi letteralmente di stucco alla vista dell’immensa Sala dell’Unione, estesa per tremila metri quadrati, con al suo interno un lampadario di cristallo pesante quasi tre tonnellate ed un tappeto pesante quattordici tonnellate che per “srotolarlo” era necessario utilizzare ben tre ruspe. Sembrerebbe che il dittatore lo fece costruire per soddisfare le follie egocentriche della moglie Elena mentre la sua gente moriva di fame e le medicine negli ospedali scarseggiavano ma parlando con la gente di strada ho potuto constatare con sorpresa che probabilmente le cose non andarono proprio così. Infatti molte delle persone che vissero quel periodo storico mi confidarono che invece stavano bene e che il dittatore era tutt’altro che odiato dai suoi connazionali, e ciò contrariamente a quanto la stampa internazionale faceva invece intendere. Prima di fare ritorno a casa ritenemmo opportuno fare una doverosa tappa nella vicina Sofia, capitale della Bulgaria, che ha il poco conosciuto merito di essere la città più antica d’Europa dopo Roma ed Atene. Una volta rientrati, dopo aver ripercorso la storia di Vlad Tepes nella sua terra natia, ho potuto pertanto concludere che fu proprio lui il personaggio che ispirò Bram Stoker che con il suo interessante romanzo ispirò a sua volta una moltitudine di scrittori e registi di tutto il mondo. Tra tutti mi colpì molto il regista italiano Corrado Farina che in un suo quasi del tutto sconosciuto film del 1971 intitolato “hanno cambiato faccia” ripercorreva proprio la traccia dei primi capitoli del Dracula di Stoker per rimodularne il significato in un contesto economico e sociale contemporaneo. Egli diresse un ottimo Adolfo Celi nei panni del vampiro (Ing. Giovanni Nosferatu) e concluse il suo film con una enigmatica ed inquietante frase del poco celebre filosofo e sociologo Herbert Marcuse che testualmente recitava: “il terrore oggi si chiama tecnologia”. Nonostante abbia nutrito forti dubbi su questa sua ardita affermazione sono però sicuramente in grado di affermare che il grande Vlad terzo Draculea, anche senza l’ausilio della moderna tecnologia, ebbe il non discutibile merito di far conoscere oltre cinquecento anni fa, a tutto il mondo allora conosciuto, il vero e crudo significato della parola “terrore”.
L'autore
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Francesco Loreti, nato a Perugia il 25.06.1968, si è laureato in Giurisprudenza nel 1992. Ufficiale dell’esercito italiano nel 1994 con la qualifica di istruttore degli allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano di Roma, è stato comandante di plotone e vice comandante di compagnia; nel 1995 ha ricoperto il ruolo di ufficiale del reparto corsi nella medesima Scuola ed è stato insegnante delle materie militari NBC e LCB per gli allievi ufficiali di complemento e per i soldati facenti parte del contingente italiano nelle guerre di Bosnia e Somalia. Conseguito il titolo di Avvocato nel 1996 ed iscritto all’albo degli avvocati del foro di Perugia nel 1997, è Patrocinante in Cassazione dal 2009. Nel 2015 gli è stato conferito un riconoscimento ufficiale della BMW Motorrad in Germania, dal Presidente Stephan Schaller, per aver percorso 300.000 chilometri con un quattro cilindri fronte marcia della casa bavarese; collabora da diversi anni con le riviste motociclistiche INMOTO ed AboutBMW, ha pubblicato tre libri ed ha realizzato due docufilm, "Omo Nero e Bucefalo in Kurdistan Iracheno" nel 2023 e "La Via per Tawam" nel 2025.
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