Alla festività religiosa di san Giorgio, che cade il 23 aprile, secondo il calendario liturgico cattolico, è legata anche la festa dei libri e del diritto d’autore (sottolineo: dei libri e del “diritto” d’autore). Questa consuetudine nata in Catalogna, si è poi diffusa in tutto il mondo: gli uomini regalano una rosa rossa alle donne (rossa perché nata dal sangue del drago ucciso da san Giorgio), e ne ricevono, in cambio, un libro. Nel 1995, l’UNESCO ha proclamato il 23 aprile «Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore». Nella Legenda aurea, una raccolta medievale di agiografie, scritta da Jacopo da Varazze, frate domenicano e vescovo di Genova, si narra l’impresa di Giorgio, il cavaliere senza macchia e senza peccato, che salvò la principessina Silene da morte sicura, uccidendo il drago, visto che la fame del drago non conosceva limiti, e che aveva iniziato a divorare anche fanciulle.
Nei primi anni Cinquanta, in Italia, sostenere che l’insegnamento dovesse suscitare nei ragazzi emozioni e curiosità era come parlare cinese. Eppure, Pier Paolo Pasolini professore, sia a Valvasone (in Friuli), che a Ciampino (Roma), nel 1951-1952, nelle sue due brevi (ma intensissime) esperienze didattiche, lo sosteneva e, soprattutto, lo praticava. La scuola media unica, e i nuovi programmi d’insegnamento, sarebbero arrivati soltanto nel 1963, con mille contraddizioni, che Pasolini, puntualmente, prima di tanti altri, segnalò e denunciò (specie per la natura classista e selettiva, nient’affatto accogliente di quella “nuova” scuola), come avrebbero denunciato pure due grandi maestri come don Lorenzo Milani e Mario Lodi. Pasolini professore, del resto, aveva già scritto, negli anni 1947-1948, alcuni articoli, con riflessioni sul senso autentico del fare scuola, sulla natura e sul valore dei libri di testo, sull’educazione al bello e alla poesia, sul ruolo del docente, e su tanto altro ancora, dando, così, il suo modesto (e inascoltato) contributo di giovane intellettuale e di docente al dibattito generale che, negli anni tra il 1945 e il 1948, si era aperto nel Paese, per poi approdare nell’Assemblea Costituente, su quale identità dovesse avere la scuola della “nuova” Italia, post-fascista e repubblicana. Tra le proposte didattico-metodologiche, Pasolini insisteva sul valore delle narrazioni, delle storie, nel rapporto docente – alunno: inventar storie, narrazioni (fiabe), in quanto veicoli didattici. A tal proposito, Pasolini professore, a scuola, scrisse, per i suoi alunni, sia la favola drammatica, in forma teatrale, dei Fanciulli e gli Elfi (1945); che la favola mitologica Il mostro «Userum» (1947-48).
L’articolo pasoliniano «Dal diario di un insegnante» fu pubblicato il 29 febbraio 1948, su «Il Mattino del Popolo» (firmato con lo pseudonimo di Erasmo Colùs). In questo articolo, Pasolini rifletteva sul suo concreto fare scuola, sulla curiosità e sulle emozioni che, con pochi mezzi a sua disposizione, pur riusciva a suscitare negli studenti: «La mia emozione si comunicava agli scolari, che sentirono allora per la prima volta l’ambiguo sapore dell’ironia e insieme l’attendibilità dei fatti e delle deduzioni stringenti […]. Io con un’astuzia calcolata, ma tutt’altro che fredda, sottolineavo i particolari insignificanti, lasciavo cadere nel vuoto di una stupefacente indifferenza i dati essenziali, giocavo con la loro attenzione, li deludevo, li scoraggiavo, ma per coglierli in un momento sempre speciale, risentito, del loro interesse […]. Perfino le aride lezioni di grammatica erano divenute un gioco denso di quei contrasti (il buono e il cattivo, il vincitore e il vinto), che i fanciulli non dimenticano mai, nemmeno quando mangiano o vanno a letto». [in P.P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, a c. di N. Naldini, Guanda, Milano 1993, p. 285-86]
Per spiegare agli studenti la seconda declinazione latina, con le rispettive tre “uscite” del nominativo (-us, -er, -um), Pasolini fece ricorso al mito di san Giorgio, reinventandolo, e piegandolo alle sue esigenze didattiche: «[…] quasi tutti sono molto curiosi e hanno disposizione ad apprendere; è nel latino che si trovano a loro agio! Hanno imparato il gioco e ci si divertono […]. Ricordo che quando dovetti spiegare la seconda declinazione, seguii un piano inventato in precedenza ma congegnato in modo da lasciare la più ampia facoltà inventiva nel momento delicato e rischioso della rivelazione. Mezz’ora prima dell’intervallo, in un momento di stanchezza, manovrai in modo che essi si mostrassero inquieti e qualcuno bisbigliasse col compagno; avevo bisogno di un pretesto per paragonarli a dei bambini piccoli […]. dopo averli paragonati a degli «infanti» finsi di lasciarmi trasportare dal discorso e rievocai la mia figlioccia di tre anni, a cui, per farla stare buona, racconto delle favole. E allora passai all’ironia: «Devo dunque raccontare delle favole anche a voi?», e alla realizzazione stramba ed estrosa di quanto avevo minacciato: «C’era una volta un mostro che si chiamava Userum…». Da prima mi ascoltarono divertiti, con gli occhi lucenti di una certa ironia […]; ma poi un po’ alla volta cedettero all’interesse per il racconto e ascoltarono tutti orecchi la favola-centone che avevo improvvisato per loro. Si trattava di un mostro che pretendeva da un villaggio vittime umane (fanciulli e fanciulle!) da divorare, finché arrivava un cavaliere (un giovane generoso) che affronta il mostro e lo uccide non senza difficoltà in quanto esso è triforme: Us, che si getta nel lago, Er, che ripara nel bosco, e Um, che si arrampica tra le rocce. La leggenda di San Giorgio, l’Ariosto, il duello degli Orazi e i Curiazi: una vera macchina. Ma mi servì, allorché rapidamente e senza colorito nella voce (in quanto ero stato «attore» già nel narrare la favola) dichiarai che Us era «amicus», Er «puer», Um «donum», che l’intero mostro era dunque la seconda declinazione, che io ero il giovane che veniva a salvare essi, i fanciulli, dal sacrificio. [ivi, pp. 286-87]
Dunque, il gioco, la ludo-didattica, come impostazione metodologica, cui il giovane professore Pasolini faceva ricorso, nel suo quotidiano fare scuola. Insegnare la grammatica latina, incuriosire e affascinare gli studenti, attraverso un racconto-fiaba (il mostro «Userum»), contaminandola con l’aneddoto della storia di Roma dello scontro tra gli Orazi e i Curiazi. Il tutto, fatto, da Pasolini professore, per accostare gli studenti allo studio della grammatica latina, in maniera fascinosa ed emozionante, nella consapevolezza didattica del giovane Pasolini che il gioco, l’invenzione, appunto, della fiaba, fosse «puro e impersonale veicolo di insegnamento!». Il “docente allenatore” (diremmo oggi, con lessico pedagogico più raffinato), il docente come mezzo, e non come fine, ma con lo stesso obiettivo, lucidamente enunciato dal giovane professor Pasolini, di voler coltivare teste pensanti: «la critica dovrebbe essere la prima cosa da coltivare in un ragazzo, anche se questo dovesse costare la caduta di un’infinità di idoli: primo idolo da far cadere è l’insegnante […]. Ma come suscitare nel ragazzo il gusto della critica e provocare la caduta degli idoli? Evidentemente immettendolo in un clima di scandalo e di incertezza, in cui le cose «eterne» non siano quelle imparate a memoria, ma quelle che più somigliano alle vocazioni che sono in lui (per esempio, quelle che gli si presentano mentre gioca): la passione a creare, la curiosità, l’impulso a impadronirsi. [ivi, pp. 290-91]
In chiusura di intervento, rinviando, nuovamente, a san Giorno, alla festa del libro e del diritto d’autore, mi permetto di suggerire due romanzi: il primo, dello scrittore albanese Ismail Kadarè, I tamburi della pioggia; il secondo, invece, dello scrittore italiano Raffaele Nigro, La baronessa dell’Olivento, nei quali campeggia Giorgio Castriota Scanderbeg. Invito all’acquisto e alla lettura di questi due libri (come di tanti altri), per evitare, come spesso accade, purtroppo, in molte sedi, comprese le scuole, di dichiarare con solennità di voler festeggiare libri e diritto d’autore, senza, però, acquistare alcun libro. La lettura va praticata e sostenuta, carissimi Dirigenti Scolastici, carissimi assessori alla Cultura, etc. etc., innanzitutto, attraverso l’acquisto di libri, affinché il giovane lettore riceva, dal mondo degli adulti, una sana e consapevole educazione alla «lett-erat-ura».
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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