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Attraversare la soglia dell’invisibile

Ci sono libri di poesia che chiedono di essere letti come si attraversa un paesaggio, e altri che impongono al lettore di scendere sottoterra, in zone dove l’immagine si forma appena e subito si dissolve, lasciando soltanto un residuo, una vibrazione, un’eco. Dissolvenze di Valerio Mello appartiene a questa seconda categoria. È un libro che non costruisce una geografia stabile, ma una serie di apparizioni, di attraversamenti, di soglie. Le sue figure, alberi, insetti, ombre, pietre, relitti, stanze, lampade, radici, non hanno mai una funzione meramente descrittiva: sono piuttosto segnali di un movimento continuo tra visibile e invisibile, tra ciò che resta e ciò che scompare.

Già il titolo suggerisce una dinamica cinematografica e mentale insieme. La dissolvenza non è soltanto un passaggio fra immagini, ma il luogo stesso in cui una figura smette di appartenere a sé per diventare altro, per entrare in una zona di indistinzione. È lì che Mello costruisce la propria poesia: in quello spazio ambiguo in cui il corpo si fa ombra, il ricordo si fa paesaggio, il pensiero si fa rovina.

La raccolta si muove dentro una poetica dell’intermittenza. Nulla appare davvero fermo, nulla possiede una consistenza definitiva. Ogni cosa vive in una condizione di precarietà e di transito: il corpo, la memoria, il paesaggio, la lingua stessa. In questo senso, Dissolvenze è un libro profondamente attraversato dalla domanda su ciò che rimane. Che cosa resta dei corpi, delle immagini, delle esperienze, quando tutto sembra destinato a consumarsi? Che cosa sopravvive, dopo la perdita?

Non è un caso che una delle formule più significative del libro sia quella dei ‘segni della sopravvivenza’, associati a uno ‘scheletro umano provvisorio’ impigliato nella ‘realtà condensante’. La sopravvivenza, qui, non è mai trionfale: è piuttosto una forma minima, fragile, quasi larvale di permanenza. È qualcosa che continua a esistere nonostante tutto, ma in una condizione di incertezza radicale.

L’immaginario di Mello è fortemente organico e minerale insieme. Nelle sue poesie ritornano foglie, radici, muffe, pietre, fango, insetti, sangue, gusci, rami, gerani, reliquie, ma anche finestre, lampade, scale, stanze, oggetti domestici. La natura, tuttavia, non viene mai rappresentata come semplice sfondo. È un organismo attivo, una forza che divora, modifica, assorbe. Le foglie non sono mai soltanto foglie, le pietre non sono mai soltanto pietre: tutto appare investito da una tensione ulteriore, da una possibilità simbolica.

Vi è, nella raccolta, una continua oscillazione fra il vegetale e il funebre, fra la crescita e la rovina. Le radici si trasformano in vene, le ossa diventano paesaggio, le placente sono ‘inospitali’, i pesci abissali vagano nel buio con piccole lanterne, come fantasmi irrisolti. L’intero libro sembra costruire un bestiario e un erbarium dell’inquietudine, in cui ogni forma vivente porta già inscritta la propria scomparsa.

Uno degli aspetti più interessanti di Dissolvenze è il rapporto con la classicità. Quando Mello convoca Achille, Edipo, Eraclito, Epicuro, Tiresia, Giordano Bruno o Socrate, non compie un gesto di semplice erudizione. La classicità, in questa raccolta, non è mai citazione decorativa: è piuttosto il luogo in cui il presente continua a interrogarsi. È una struttura del pensiero.

Achille, per esempio, non compare come eroe glorioso, ma come figura già attraversata dalla sparizione. ‘Achille si allontana a lunghi passi, / simile a un libro di nebbia’: è una delle immagini più intense del libro, perché restituisce all’eroe omerico una consistenza spettrale, quasi postuma. Achille non è più soltanto un personaggio: è una presenza che si dissolve, un’ombra che continua a camminare trascinando con sé ‘altezze frastagliate’.

Allo stesso modo, Edipo appare non tanto come protagonista della tragedia, ma come voce immersa nel buio, costretta a interrogare incessantemente la luce e il suo contrario. Eraclito, invece, diventa la figura forse più centrale del libro: il filosofo del divenire, dei contrari, del fuoco che continuamente si trasforma in acqua e dell’acqua che continuamente ritorna fuoco. La sua presenza permette a Mello di costruire una poesia fondata sull’instabilità, sul movimento, sulla tensione fra gli opposti.

In questo senso, il libro sembra avvicinarsi a una tradizione che potremmo definire “orfica” o “iniziatica”. Non soltanto per la presenza del mito e della filosofia, ma perché ogni testo appare come un piccolo rito di attraversamento. Ci si muove continuamente fra soglie: fra vita e morte, luce e ombra, superficie e abisso, corpo e anima, linguaggio e silenzio.

Un testo come “Corpo interno” è emblematico di questa tensione. Qui il dialogo ruota attorno alla parola “smarrimento”, alla sua definizione, alla sua impossibilità di essere davvero trattenuta. «È nostra carne il Libro», scrive Mello, suggerendo che il libro non sia qualcosa di esterno alla vita, ma una sua prosecuzione organica, quasi biologica. Il corpo e il testo finiscono così per sovrapporsi, diventando entrambi luoghi di iscrizione, di perdita, di memoria.

È forse proprio questo uno dei temi più profondi della raccolta: il rapporto tra parola e sparizione. La scrittura, in Mello, non appare mai come uno strumento di dominio sulla realtà. Al contrario, il poeta sa che il linguaggio non può davvero trattenere ciò che va perduto. Ogni parola è insufficiente, manchevole, in ritardo rispetto all’esperienza. Eppure, proprio questa insufficienza rende necessaria la poesia.

Per questo alcuni dei versi più forti del libro sono quelli in cui il poeta sembra mettere in discussione il proprio stesso gesto: «Non avrei dovuto scrivere, mai. / Senza una parola non ci siamo più. / Con una parola non ci sono più». È una formulazione straordinaria, perché tiene insieme due verità opposte: da una parte, senza la parola non esiste memoria; dall’altra, ogni parola finisce per cancellare qualcosa, per tradire, per sostituirsi all’esperienza viva.

In questo senso, Dissolvenze è un libro molto vicino a una certa idea blanchotiana della scrittura: scrivere significa sostare sulla soglia, abitare il limite, accettare che la parola non coincida mai con ciò che nomina. La poesia non salva, non restituisce, non ricompone. Semmai conserva una traccia, un resto, una scheggia.

Anche da un punto di vista formale, il libro dimostra una notevole maturità. I versi sono spesso brevi, franti, sospesi. Frequenti sono le ellissi, gli enjambements, le pause improvvise, gli scarti sintattici. In alcuni momenti la scrittura assume una forma quasi dialogica o teatrale, come nei testi dedicati a Edipo o nei dialoghi disseminati nel libro; in altri, invece, prevale un andamento più lirico, visionario, quasi profetico.

La frammentazione non produce però oscurità gratuita. Al contrario, essa appare perfettamente coerente con il nucleo profondo della raccolta: l’impossibilità di cogliere il reale in una forma compatta e definitiva. Il mondo, in Mello, si offre sempre come una costellazione di frammenti, di relitti, di apparizioni.

Molto suggestiva è inoltre la presenza di luoghi e figure che sembrano appartenere a una geografia del sacro: il Vasa riemerso dal mare, il monte Olympos, i musei, le candele, le reliquie, i giardini, i sentieri, le icone, le stanze illuminate da lampade notturne. Tuttavia non si tratta mai di una religiosità tradizionale. Il sacro, qui, coincide piuttosto con il mistero delle cose, con ciò che resiste a ogni spiegazione definitiva.

Alla fine, ciò che resta di Dissolvenze non è tanto una serie di testi, quanto una particolare atmosfera mentale: la sensazione che ogni cosa viva in uno stato di continua transizione, che nulla possa davvero essere trattenuto, e che proprio per questo la poesia diventi l’unico gesto possibile contro la sparizione.

Non una salvezza, dunque, ma una traccia. Non una forma definitiva, ma una permanenza fragile, intermittente, ostinata.

Una poesia

ATTIMI NELLO SPAZIO INTORNO AD ACHILLE (ODISSEA, LIBRO XI)

Non c’è tra corpo e ombra una remota scialuppa

– una risacca di stella?

. . . . . . . . . . . . . . .

È scritto che Achille si allontana a lunghi passi,

simile a un libro di nebbia.

. . . . . . . . . . . . . . .

Non c’è fra ombra e ombra parvenza di tessuti.

. . . . . . . . . . . . . . .

Sommessa scorza,

esile orbita.

. . . . . . . . . . . . . . .

Allontanarsi con il macigno dei prati.

. . . . . . . . . . . . . . .

Si allontana trascinando altezze frastagliate.

Gli asfodeli seguono l’eroe leggero.

. . . . . . . . . . . . . . .

Un oceano si scioglie in brusio di terra.

Unico suono al raduno.

. . . . . . . . . . . . . . .

La leggerezza dei fiori è percepibile rinnegando

[i confini del movimento. . . . . . . . . . . . . . . .

Oh, giardini, giardini, vasi d’oro sopra il mondo,

bianca polvere di meraviglia man mano che la vista

[si adegua. . . . . . . . . . . . . . . .

Dove va per consumare l’invisibile,

poi sembrerà l’albeggiare,

la frase colta spontaneamente, il verbo,

quel celeste capitello che osserva

città perdute, oasi

mitiche rovine.

. . . . . . . . . . . . . . .

Ci darete occhi e mille occhi per andare in cerca di

[fattezze?

 

Come la farfalla vibra audace,

sferzando il fiore,

il midollo

di mezz’ora.

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.