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Il mio Portogallo

Durante una fredda e nebbiosa notte di luna piena di giovedì 12 ottobre dell’anno del Signore 1307, una flotta di diciotto navi battenti bandiera dell’Ordine dei Cavalieri Templari salpò dal porto francese di La Rochelle sul golfo di Biscaglia. Il loro carico, così come la loro destinazione, risulta essere ancora oggi un mistero ma una cosa apparve comunque certa, le navi dovevano contenere ciò che venne poco prima trasportato, sempre quella stessa travagliata notte, da ben dodici carri ricoperti di fieno provenienti dagli archivi del Tempio di Parigi.  I carri vennero scortati con tanta solerzia da Gerard de Villeres, Hugues de Chalons e altri quaranta confratelli cavalieri che volevano sottrarre dei beni appartenenti al loro ordine dalle grinfie del re di Francia Filippo IV detto il Bello. Quest’ultimo, infatti, nella mattina del giorno successivo 13 ottobre fece arrestare contemporaneamente tutti i templari e li fece torturare al fine di farli confessare la loro presunta eresia, ma ebbe però un’amara sorpresa. L’irruzione perpetrata dai suoi soldati all’alba del medesimo giorno presso gli archivi del Tempio di Parigi fu disastrosa; infatti, i suoi scagnozzi non trovarono già più nulla! Il carico doveva contenere qualcosa dal valore inestimabile, probabilmente un immenso tesoro rappresentato però non necessariamente solo da oro e pietre preziose ma anche da documenti segreti che potevano contenere le più importanti conoscenze raggiunte dall’uomo in quell’epoca, conoscenze occulte e inaccessibili per i comuni mortali accumulate dall’ordine dei templari nel corso della sua lunghissima storia. Lo stesso Santo Graal, l’Arca dell’Alleanza o il sudario di Cristo avrebbero potuto formare quell’incredibile tesoro che nessuno è mai più riuscito a trovare. Gli storici hanno più volte tentato di individuare il porto in cui poi approdarono queste famose diciotto navi e se da un lato c’è chi suppone che siano arrivate sulle coste scozzesi, in quanto i templari sapevano di poter non essere perseguitati in quelle lontane terre, parimenti dall’altro lato c’è chi credeva che per lo stesso rilevante motivo abbiano invece avuto come destinazione il Portogallo. La pista scozzese portava dritti a Roslin, un paesino vicino ad Edimburgo in cui fu eretta l’omonima cappella fatta edificare nel 1446 da un certo Sir William Saint Clair, un templare che parrebbe averla realizzata utilizzando parte delle smisurate ricchezze di quel fantomatico tesoro mai ritrovato.

Nel giugno del 2014 feci pertanto una puntatina con Bucefalo proprio in quella zona, attratto da quella enigmatica chiesa templare che avrebbe dovuto celare in una delle sue colonne addirittura il Santo Graal, ma ne rimasi parzialmente deluso, il mio istinto mi diceva infatti che nel 1307 quelle diciotto navi attraccarono invece al porto di Lisbona. Proprio in Portogallo i Cavalieri Templari non furono sciolti definitivamente ma cambiarono di fatto unicamente la loro denominazione in “Cavalieri di Cristo” e con l’aiuto del re del paese scelsero ed utilizzarono come loro quartier generale il Convento de Cristo di Tomar, una piccola cittadina sita a pochi chilometri a nord dalla capitale. Nel 1498 i Cavalieri di Cristo furono poi gli artefici della spedizione di Vasco da Gama fornendo gli uomini e i denari necessari per l’importante missione realizzata materialmente, non a caso, dalle sue caravelle le cui bianche vele, le stesse utilizzate anche da Cristoforo Colombo, avevano cucito addosso il loro simbolo rappresentato da una croce patente rossa.

A distanza di pochi mesi e più precisamente nell’agosto di quello stesso anno decisi quindi di seguire questa ben più plausibile pista rimettendomi nuovamente in marcia alla volta però del Portogallo in sella al mio adorato Bucefalo, alias la mia inseparabile BMW k1200s di colore nero. Dovendo transitare necessariamente per la Francia pensavo che sarebbe stato auspicabile fare però prima una interessante sosta a Parigi di fronte alla meravigliosa cattedrale di Notre Dame e rendere omaggio all’ultimo Maestro dell’Ordine dei Cavalieri Templari, Jacques De Molay.

De Molay fu processato insieme a tutti gli altri cavalieri fatti arrestare dal re di Francia Filippo il Bello d’accordo con il Papa Clemente V. Sembrerebbe che la nota credenza, in uso ancora oggi in molte parti del mondo, che il giorno venerdì 13 porti sfortuna possa essere nata proprio da quell’infausto giorno del 1307. Il Gran Maestro fu sottoposto a tortura fino a che non avallò le tesi accusatorie che lo portarono alla condanna della prigionia a vita ma, otto anni più tardi, preferì ritrattare tutte le sue dichiarazioni precedentemente rese finendo così sul rogo insieme ad un altro cavaliere di nome Geoffrey de Charnay. De Molay fu arso vivo davanti alla cattedrale di Notre Dame e più precisamente nella vicina Ilè de la Cité, l’isoletta della Senna soprannominata dei Giudei, ma non dopo aver proclamato l’innocenza dell’Ordine ed aver maledetto i colpevoli che sarebbero stati sottoposti al giudizio di Dio. La sua maledizione si realizzò in men che non si dica infatti il Papa spirò il mese successivo ed il re di Francia solo otto mesi più tardi cadendo da cavallo.  Il fatto più singolare fu poi che la medesima triste sorte perseguitò tutta la famiglia reale francese che si concluse solo con la tredicesima generazione rappresentata dal Re Luigi XVI che, come è noto, venne decapitato durante la rivoluzione. Una leggenda vuole che proprio dei cavalieri templari, in cerca del luogo in cui morì De Molay, trovarono con sorpresa il teschio ed i femori del Maestro che furono poi fonte d’ispirazione del cosiddetto Jolly Roger, ossia il simbolo della bandiera dei pirati per come la conosciamo oggi.

Il tempo tiranno e la considerevole deviazione che avrei dovuto compiere mi portarono purtroppo a rinunciare a Parigi ed a lambire la frequentatissima costa azzurra tirando così diritto per la Spagna. Volendo arrivare a Lisbona mi ritrovai a passare per Madrid che però evitai di attraversare, avendola già più volte visitata, passando a sud della città stessa. Ebbi così la possibilità di vedere la magnifica Toledo, un vero e proprio museo a cielo aperto ubicato sull’ansa del fiume Tajo, che è stata capitale della Spagna e residenza reale nel tredicesimo secolo. Proprio in tale periodo le popolazioni musulmane, ebree e cristiane vissero qui insieme pacificamente, facendo diventare così la città un importantissimo centro monumentale e culturale.

Toledo vanta tra l’altro la presenza di fascinosi edifici abitati per lungo tempo dai Templari come la chiesa di San Miguel El Alto. Quest’ultima è ricca di elementi apportati dall’Ordine i cui simboli, particolarmente riconoscibili nella torre campanaria, sono disseminati un pò ovunque. La stessa torre Mudejar è stata oggi trasformata in un bar chiamato oggi non a caso “el temple”. La vicina piazza Zocodover è stata invece testimone delle terrificanti Auto da Fé, una pratica assai diffusa all’epoca dell’inquisizione la cui denominazione significa letteralmente atto di fede e che spesso si trasformava purtroppo in vere e proprie pubbliche esecuzioni di condanne al rogo. Più precisamente si trattava di una messa pubblica a cui seguivano delle preghiere collettive ed una processione di tutti coloro che erano stati designati come colpevoli. A questi ultimi veniva data la pubblica lettura della sentenza e le immagini riprodotte sulle vesti che indossavano, mentre venivano trascinati in pubblico con la testa rasata, indicavano la pena inflitta a ciascuno di essi.

Procedendo verso il Portogallo, poco dopo aver attraversato il confine entrai quindi in un’altra meravigliosa città anch’essa dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità: Evora. Anche la città portoghese, al pari di Toledo, ha il suo luogo tristemente conosciuto per gli Auto da Fé denominato Piazza de Giraldo, che storicamente vanta il deprecabile e orrido primato di aver ospitato il più alto numero di roghi in assoluto al tempo dell’inquisizione. La piazza prende il nome da un personaggio storico locale molto importante, la città infatti, dopo una deleteria occupazione dei Visigoti, visse un periodo molto ricco e florido con l’occupazione dei mori che vennero poi a loro volta spodestati da un cavaliere cristiano di nome Giraldo detto Sem Pavor. La leggenda vuole che Giraldo, da cui l’appellativo Senza Paura, abbia preso d’assalto una delle torri di guardia di Evora salendo da solo sino alla sua sommità, utilizzando le lance conficcate nelle mura e, dopo aver ucciso le sentinelle, avrebbe poi fatto entrare i suoi compagni occupando così la città. Il tempio di Diana, risalente al secondo secolo, è sicuramente il fiore all’occhiello di Evora in quanto risulta essere il monumento romano meglio conservato di tutta l’intera penisola iberica. Alcuni archeologi credono in realtà che sia stato eretto invece in onore del grande Giulio Cesare, altri al dio Giove, ma al di là del dibattito sulla sua attribuzione è molto bello ammirare le sue perfettamente integre quattordici colonne di marmo che hanno sfidato con successo l’inesorabile trascorrere del tempo. All’imbrunire tornai quindi nella Piazza de Giraldo per bermi una bibita fresca seduto ad un bar e notai con piacere che nessuna attività commerciale affacciata su quel consistente largo aveva esposto vistose insegne luminose purtroppo tipiche dell’effetto indiscriminato del dilagante processo di globalizzazione. Intelligente era stata anche la scelta dell’amministrazione locale di utilizzare dei cubetti di porfido per la pavimentazione al fine di rendere la piazza il più possibile similare ai tempi del suo massimo splendore. Era oramai calata la notte e per un istante chiusi gli occhi cercando di far volare la mia più profonda immaginazione ad oltre seicento anni or sono quando gli abitanti della città si resero testimoni di uno degli episodi più agghiaccianti che una mente umana potesse concepire: un rogo collettivo di vittime innocenti. I ricordi di alcune sconcertanti immagini che vidi nel film “il nome della rosa”, tratto dall’omonimo libro del bravissimo Umberto Eco ed interpretato da un ottimo Sean Connery, sicuramente mi aiutarono nella ricostruzione mentale di quello che avrebbero potuto vedere gli occhi increduli di qualche nostro avo. Quando d’un tratto quel magico momento venne brutalmente interrotto dall’intervento di un cameriere che mi stava portando il conto da pagare. In quel preciso momento provai una strana sensazione, da un lato, mi infastidì non poco quella sua inopportuna intromissione mentre ero evidentemente assorto nei miei pensieri, ma dall’altro, mi sentii notevolmente sollevato di aver abbandonato quegli angoscianti pensieri e di essere ritornato alla mia tranquilla e piacevole vita reale.

Con un certo stupore ricordai a tal proposito che, secondo le cronache dell’epoca, l’ultimo grande maestro templare De Molay, durante il supplizio del rogo, non emise alcun grido di dolore, pareva infatti non aver provato alcuna sofferenza prima di morire. Questa incredibile sua capacità di non percepire il dolore sembra sia stata dovuta ad una sorta di stato di catalessi magistralmente indotto volontariamente dal templare utilizzando delle antiche pratiche orientali a noi sconosciute. E’ noto che i templari praticassero anche tecniche yoga e di respirazione profonda capaci di attivare delle forme metaboliche che modificavano il ritmo cardiaco ed il processo di ossigenazione del sangue al punto di riuscire ad aumentare i livelli di anidride carbonica. Ciò avveniva senza conseguenze letali per il cavaliere che per di più poteva riuscire a riprodurre nel suo corpo anche quegli incredibili processi linfatici tipici del mondo vegetale. Queste, come tante altre conoscenze attribuite dagli storici a questo misterioso Ordine cavalleresco, rappresentavano per me il loro vero tesoro che prese il largo dentro quelle famose diciotto imbarcazioni salpate dal porto di La Rochelle settecentodieci anni fa.

Proseguendo verso ovest raggiunsi finalmente Lisbona, anticamente chiamata dai fenici Alis Ubbo, il cui significato era “splendida riva”, alla quale vi si succedettero greci, cartaginesi ed infine i romani. Dobbiamo attendere la conquista dei mori agli inizi dell’ottavo secolo per avere la sua denominazione attuale (Lissabona) ed il re Alfonso III che decise per primo di trasferirne qui la capitale del Portogallo. Successivamente la città conobbe uno straordinario sviluppo territoriale ed economico in gran parte determinato dalla importantissima spedizione di Vasco de Gama che aprì l’importante rotta per le Indie. Nessuno avrebbe però potuto immaginare che il suo inesorabile declino era in agguato, nel giorno di Ognissanti del 1755 infatti si abbatté il più violento terremoto mai registrato in Europa ed a cui seguì un incendio di devastanti proporzioni ed un maremoto, che portò alla morte circa centomila persone. Il marchese Palombal, allora ministro, riuscì con l’aiuto di abili ingegneri e architetti militari a dirigere la ricostruzione della città oramai devastata dal terremoto realizzando delle economiche strutture antisismiche disposte lungo una funzionale pianta a griglia che caratterizza ancora oggi Lisbona.

Passai quindi la mia prima serata nella capitale camminando per i suoi pittoreschi viottoli ammirando così lo stile cosiddetto “pombalino”, la cui architettura si può senz’altro definire sobria e funzionale.

L’indomani mi diressi come un fulmine nel vicino quartiere di Belen perché smaniavo di vedere la sua famosa Torre ed il Monastero dos Jeronimos, l’edificio religioso realizzato per celebrare l’importante scoperta della via dell’Oriente di Vasco da Gama del 1498.  Ricordo mi colpì enormemente il suo stile architettonico assai stravagante che rendeva questo monastero unico nel suo genere. Anticamente abitato dai monaci dell’ordine di San Geronimo ospitava al suo interno le spoglie dell’illustre navigatore che, unitamente al collega portoghese Pedro Alvares Cabral, scopritore del Brasile, determinarono quell’incredibile sviluppo economico del paese che ne ha decretato poi anche la sua fortuna.

Il grande Da Gama fu il primo navigatore della storia a mettere in pratica la tecnica della cosiddetta “volta do mar” con la quale egli si dirigeva al largo, distaccandosi nettamente dalla costa, al fine di poter sfruttare venti potenzialmente migliori.  Ma la cosa senz’altro più sconcertante era che egli, come anche altrettanti famosi scopritori portoghesi del calibro di Bartolomeo Diaz e Ferdinando Magellano, nonché l’italico Cristoforo Colombo, erano tutti membri dell’Ordine Supremo del Cristo!

L’Ordine di Cristo voluto dal re del Portogallo, nato per proseguire in sostanza l’operato interrotto prematuramente dell’Ordine dei Templari oramai definitivamente sciolto, ereditò pertanto le conoscenze di questi ultimi in materia di costruzione e navigazione marittima.

Anche questa potrebbe quindi essere una ulteriore conferma che il tesoro dei templari, nella sua accezione più lata, comprendente le loro smisurate conoscenze in molti campi del saper umano, siano approdati proprio in Portogallo.

Dobbiamo pertanto ringraziare il loro grande re Dom Dinis, che con enorme sagacia si adeguò alle disposizioni impartite dalla Chiesa di sciogliere l’Ordine nelle sue terre ma che, già qualche anno più tardi, astutamente lo rifondò nel 1319 cambiandone in pratica solo il nome. Il nuovo istituto da lui ribattezzato Ordine dei Cavalieri di Cristo venne perciò posto sotto il controllo della corona portoghese e grazie alle sue ricchezze il re riuscì a finanziare le più importanti spedizioni oltreoceano di quell’epoca passata poi alla storia come “età delle scoperte”.

La torre di Belem è l’indiscusso simbolo di questo importantissimo e florido periodo ed anche per questo è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Fu progettata nel 1515 da Francisco de Arruda come struttura difensiva del porto di Lisbona ed era caratterizzata da una moltitudine di decorazioni, una sorta di imbarcazione orientaleggiante in pietra che rappresenta alla perfezione il cosiddetto stile manuelino.

Per me era giunta pertanto l’occasione di immortalarmi insieme a Bucefalo con questo meraviglioso emblema sullo sfondo, la torre evocativa delle grandi scoperte la cui fascinosa sagoma si specchiava con il suo color grigio perlato sulle gelide acque del fiume Tago.

Alla sua base era scolpito nel lato occidentale un rinoceronte indiano, lo stesso che arrivò al porto di Lisbona nel 1515 come dono al re Manuele I e che venne scaricato nei pressi della torre mentre questa era ancora in costruzione. Il pachiderma veniva all’epoca considerato non esistente e frutto di assurde fantasie e per questo destò tanta curiosità ed interesse da parte della popolazione che ebbe la possibilità di poterlo vedere per la priva volta mentre sfilava tra le strade di Lisbona sotto gli occhi increduli e sbigottiti di tutti i presenti. Il monarca rimase totalmente affascinato dalla bestia e dopo averlo parcheggiato nel giardino del suo palazzo reale volle testare la sua presunta qualità di acerrimo nemico degli elefanti così come riportato e descritto nelle opere di Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio, noto scrittore e naturalista romano. Organizzò perciò per la sfida uno spettacolo pubblico che a quanto a pare si concluse con una alquanto disonorevole fuga dell’elefante.

Prima di dirigermi nella mitica Tomar dedicai un intero giorno per una gustosa gita fuori porta in compagnia di uno scalpitante Bucefalo desideroso di godersi anche lui il bel tempo caratterizzato da un sole fortunatamente non eccessivamente caliente.

Sintra e Cabo de Roca furono le mete prescelte, la prima un piccola cittadina che sembrava essere uscita da un libro delle fiabe, mentre la seconda, semplicemente il punto più a ovest d’Europa, caratterizzato però da un panorama mozzafiato.

Il grande giorno era quindi finalmente arrivato, l’antica roccaforte dei Templari sul fiume Nabao mi attendeva, l’ambita fortezza di Tomar era servita ma non prima di effettuare una piccola deviazione nei pressi della cittadina di Atalaia.

Lì imboccai una strada che costeggiava il fiume Tago per arrivare al suggestivo castello di Almourol, un’altra fortezza templare la cui funzione era però prettamente militare. Fu eretto nel 1171 dal Gran Maestro portoghese Gualdim Pais, lo stesso che diede disposizioni circa dieci anni prima per la costruzione del Convento de Cristo di Tomar. Almoroul si trovava in una posizione strategica abbarbicato su una roccia a picco sul fiume che coincideva con il confine fra i domini musulmani e quelli cristiani. La sua figura imponente caratterizzata dalle sue svettanti dieci torri ha affascinato il noto scrittore locale Rebelo da Silva al punto da ambientarvi un romanzo nel quale intrepidi cavalieri lottavano strenuamente contro dei malvagi giganti. Dopo averlo visto rimasi anche io enormemente colpito dalla sua bellezza ma per motivi logistici evitai di prendere la necessaria imbarcazione per raggiungerlo al fine di esplorare il suo interno.

Appena giunto a Tomar apprezzai il suo pregevole ed ordinato centro storico ma ciò che rendeva quella piccola cittadina della regione centrale del Portogallo una molto frequentata ed al contempo raffinata meta turistica risiedeva unicamente nell’avere accanto il ben noto Convento de Cristo.

Quest’ultimo era facilmente individuabile semplicemente alzando gli occhi, le sue meravigliose mura merlate che si stagliavano sul cielo rappresentavano per me uno sfondo semplicemente incantevole. Sicuramente non mi meravigliò invece la presenza di una imponente statua nella pittoresca piazza centrale pavimentata come una immensa scacchiera dedicata al più famoso templare portoghese, il Maestro Gualdim Pais.

Sarà stata una consistente dose di suggestione ma già il brevissimo tragitto che percorsi in sella alla mia moto per raggiungere l’ingresso del Convento de Cristo mi fece scorrere qualche piccolo brivido lungo la schiena, è noto infatti che il luogo in cui è sorto il convento-fortezza sia considerato da molti un forte polo energetico. Sito sulla cima di una collina tra il fiume Nabao ed il canyon di San Gregorio vi si stabilirono i templari fin dall’anno della sua costruzione del 1160 e dopo la soppressione dell’ordine il convento di Tomar divenne la roccaforte ed indiscusso quartier generale del nuovo Ordine di Cristo fondato dal re Dinis del Portogallo.

Entrato nella charola, la meravigliosa chiesa templare che costituisce la parte centrale dell’intero convento, provai una strana sensazione, come di rivedere un film già visto. L’edificio era stato infatti realizzato ad imitazione della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme che avevo avuto il piacere di visitare appena qualche anno prima. In realtà il progetto templare faceva riferimento anche alla Cupola della Roccia di Gerusalemme, che i crociati ritenevano erroneamente essere il tempio di Salomone. Proprio da quest’ultimo, il tormentato Ordine nato in terra santa dopo la prima crociata del 1096, ne prese il nome. Una chiesa a pianta circolare quindi, per consentire ai templari di entrare ed assistere alla funzione in sella ai loro cavalli, con un soffitto posto ad una notevole altezza che oserei definire quasi vertiginosa. Chiaramente gran parte dei dipinti e delle decorazioni, pur essendo di pregevole fattura, risalivano ad un periodo posteriore e per me stonavano non poco con lo stile templare normalmente pervaso dall’assoluta semplicità delle sue caratterizzanti forme.

La grande presenza di simboli disseminati in ogni dove mi portò poi a chiedere qualche buona spiegazione al cicerone di turno il quale, per nulla infastidito dalle mie continue domande, volle incuriosirmi maggiormente parlandomi invece della vicina chiesa di Santa Maria Do Olival a Tomar, considerata da lui la più importante di tutte le chiese templari. Detto e fatto ero già sulla moto pronto a ritornare nel centro storico di Tomar per visitarla e appena varcai l’ingresso della chiesa toccai con mano già la prima sorpresa: per entrare dovevo scendere delle scale. Ovviamente la scelta non era affatto casuale, l’intenzione dell’architetto era quella di riprodurre simbolicamente l’ingresso nell’utero della terra, e una volta sceso l’ultimo gradino alzai gli occhi ed ammirai al centro della sommità del muro principale una grande stella a cinque punte, un simbolo pagano originario della terra santa volutamente diverso dal più noto sigillo di Salomone. La chiesa era un vero e proprio pantheon dei Templari, ben ventidue ne furono infatti sepolti qui ma purtroppo le loro tombe vennero fatte forzare molto probabilmente per estrarne i corpi durante la terribile inquisizione portoghese. Tutte tranne una, quella del Maestro Gualdim Pais!

Felice e soddisfatto delle notevoli meraviglie che avevo avuto il piacere di visitare decisi di fare ritorno a casa passando nuovamente per Lisbona e percorrendo poi tutta la costa atlantica della regione dell’Alentejo e della rinomata Algarve.

Una volta attraversato il grandioso ponte Vasco de Gama, che mi portò sulla riva opposta dell’estuario del Rio Tejo, mi trovai quindi di fronte all’imponente Cristo Rei, una statua gigantesca posta su un piedistallo di cemento armato alta circa centodieci metri.

La statua rappresentante un Cristo con le braccia aperte era una copia del ben più famoso Cristo Redentore di Rio de Janeiro in Brasile, quest’ultimo collocato invece sulla cima del Corcovado, una collina che si erge a circa settecento metri di altezza sul livello del mare, è stato addirittura eletto dal popolo del web una delle sette meraviglie del mondo moderno. Anche il panorama che si godeva dalla cima del Cristo portoghese aveva il suo fascino e per raggiungerla era necessario utilizzare un veloce ascensore. L’opera fu realizzata come segno di ringraziamento a Dio di aver risparmiato il paese dagli orrori della Seconda guerra mondiale.

Favorito da condizioni meteo da manuale facevo quindi rientro costeggiando il litorale sud-ovest in sella al mio fedele destriero.

Mentre ero assorto ad ammirare quei fantastici panorami lungo la costa, spesso caratterizzata da ampie scogliere spazzate dal vento, mi tornarono in mente quelle leggendarie diciotto navi partite da Rochelle che fecero di tutto per sfuggire dalle grinfie del Papa e dal Re di Francia.

Del bieco operato perpetrato da queste due perfide e riprovevoli figure scrisse anche un loro contemporaneo storico, menzionandole entrambi nella sua opera più famosa, la Divina Commedia. Sto ovviamente facendo riferimento al nostro grande Dante Alighieri il quale, senza esitazione alcuna, condannò il comportamento di Clemente V, inserendolo nella bolgia dell’inferno tra i simoniaci, per essersi accordato impunemente con il re di Francia Filippo il Bello contro l’Ordine dei Templari, perseguendo uno scopo tutt’altro che nobile dettato solo dalla bramosia di potere.

Bernardino di Chiaravalle invece, palese ispiratore dei principi monastici che caratterizzarono per secoli l’Ordine dei Templari, venne collocato dal divino poeta senza remora alcuna in Paradiso. Il medioevo, la poco apprezzabile epoca iniziata dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente diede poi vita ai cosiddetti “secoli bui”, che riportarono l’uomo e lo sviluppo del sapere umano indietro nel tempo, molto tempo. Mai nella nostra storia la vile ed irresponsabile condotta di pochi uomini portò tanto odio e distruzione nel mondo, tanto da violentare ed annientare integralmente il bene per noi più prezioso: la conoscenza.

L’inquisizione è stato un vero e proprio cancro per l’umanità, il prodotto dell’irresponsabile gestione del potere temporale di poche persone. Tra queste vanno sicuramente annoverate il Papa Clemente V ed il Re di Francia Filippo il Bello, il cui vergognoso operato deve essere necessariamente ricordato ai posteri affinché non sia più consentito a nessuno di poter ripetere tali aberranti atrocità nel futuro. Come diceva il grande Marco Tullio Cicerone nella sua pregevole opera De Oratore: “la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità”. Historia magistra vitae!

 

 

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L'autore

Francesco Loreti
Francesco Loreti, nato a Perugia il 25.06.1968, si è laureato in Giurisprudenza nel 1992. Ufficiale dell’esercito italiano nel 1994 con la qualifica di istruttore degli allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano di Roma, è stato comandante di plotone e vice comandante di compagnia; nel 1995 ha ricoperto il ruolo di ufficiale del reparto corsi nella medesima Scuola ed è stato insegnante delle materie militari NBC e LCB per gli allievi ufficiali di complemento e per i soldati facenti parte del contingente italiano nelle guerre di Bosnia e Somalia. Conseguito il titolo di Avvocato nel 1996 ed iscritto all’albo degli avvocati del foro di Perugia nel 1997, è Patrocinante in Cassazione dal 2009. Nel 2015 gli è stato conferito un riconoscimento ufficiale della BMW Motorrad in Germania, dal Presidente Stephan Schaller, per aver percorso 300.000 chilometri con un quattro cilindri fronte marcia della casa bavarese; collabora da diversi anni con le riviste motociclistiche INMOTO ed AboutBMW, ha pubblicato tre libri ed ha realizzato due docufilm, "Omo Nero e Bucefalo in Kurdistan Iracheno" nel 2023 e "La Via per Tawam" nel 2025.
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