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La mia Francia

Correva l’anno 1973 quando uno scrittore di nome George Lucas creò un personaggio di nome Henry Walton Jones Jr., un archeologo molto dinamico protagonista di una serie di quattro avventure che si trasformarono ben presto in altrettanti film diretti dal bravissimo Steven Spielberg. L’attore statunitense Harrison Ford vestì per la prima volta i panni del famoso archeologo nel film uscito nelle sale cinematografiche nel 1981 con il titolo di “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”, che riscosse subito un enorme successo tra il pubblico di tutto il mondo.

Indy, così veniva chiamato dai suoi compagni d’avventura, operava nella seconda metà degli anni trenta e si dedicava unicamente alla ricerca di oggetti mitici, infatti, dopo l’Arca dell’Alleanza, diede la caccia alla pietra sacra Sivalingam, al Santo Graal ed infine alla mitica città di El Dorado.

Nello stesso periodo storico e più precisamente nel 1939, un altro Indiana Jones era impegnato invece nella scalata della nona vetta più alta del mondo, il pericolosissimo Nanga Parbat, della catena montuosa dell’Himalaya. Il suo nome era Heinrich Harrer ed il suo libro autobiografico scritto nel 1953 venne trasformato anch’esso in un film nel 1997, interpretato dal noto attore Brad Pitt ed intitolato “Sette anni in Tibet”. È curioso sapere che i due personaggi protagonisti delle due conosciutissime pellicole appena citate avevano qualcosa in comune di veramente singolare: entrambi erano membri dell’Ahnenerbe!

L’Ahnenerbe fu una associazione fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, uno dei gerarchi nazisti più potenti, il cui nome significa letteralmente “Società di ricerca dell’eredità ancestrale”, che nel corso della sua storia si occupò di una grande varietà di studi e di ricerca in diversi campi dello scibile umano, tra i quali appunto l’occultismo. L’importanza di questa associazione in Germania, che si occupò anche di effettuare ricerche negli angoli più sperduti del globo di oggetti dall’elevato contenuto mistico, fu talmente alta da passare poi direttamente sotto il controllo delle Shutzstaffel, meglio conosciute come SS. Lancia di Longino, tesoro dei Templari, Arca dell’Alleanza e teschi di cristallo furono tra gli oggetti a cui diedero la caccia i loro affiliati ma sicuramente l’oggetto che cercarono con più insistenza fu il Santo Graal; sembrerebbe infatti che lo stesso Adolph Hitler ne fu ossessionato. Se Heinrich Harrer se ne andò in Tibet per conto dell’Ahnenerbe alla ricerca di determinate tradizioni ancestrali indoeuropee, un’altro membro dell’associazione di nome Otto Rahn si dedicò invece solo ed unicamente alla ricerca del mitico Santo Graal.

In molti sostengono proprio che Rahn sia stato chiaramente l’unico e vero ispiratore di George Lucas nella creazione del suo apparentemente fantasioso ed immaginario personaggio chiamato Indiana Jones. Rahn, attraverso complessi studi sulla poesia trobadorica approdò all’affascinante Occitania, terra dei misteriosi e controversi Catari, la cui tragica epopea, culminata nella terribile repressione dei crociati pontifici, che avrà come teatro finale la fortezza di Montségur, lo convincerà ad identificare proprio in questo luogo l’ultima dimora del Graal.

Avevo già dedicato due miei viaggi in sella all’amato Bucefalo ai luoghi oggetto di studi da parte di storici appassionati di occultismo che tentavano di individuare la possibile collocazione del Santo Graal, ma entrambi partivano dal medesimo assunto secondo il quale furono legittimi possessori della sacra reliquia i componenti dell’Ordine dei Templari. Portogallo e Scozia furono quindi le mie mète che scelsi sulla base delle più accreditate teorie che individuarono questi due paesi per il possibile attracco delle navi salpate dal porto francese di La Rochelle nell’anno 1307, contenenti il tesoro dei templari. Ma se quel tesoro non avesse contemplato il Santo Graal e questo fosse stato invece rinvenuto da un altro Ordine come quello dei Catari?

Allora avrebbe avuto ragione il nostro esperto in materia Otto Rahn che, a onor del vero, non fu stato nemmeno l’unico ad aver individuato quel luogo nell’Occitania, infatti un altro suo illustre predecessore di nome Antonin Gadal nato nel 1877 pervenne alla medesima conclusione.

L’Occitania, una bellissima area non delimitata da confini politici della Francia meridionale e, più in particolare, una sua regione denominata Linguadoca, situata a ridosso dei Pirenei, era servita su un piatto d’argento. Già nel 2009 avevo avuto il piacere di visitare la rinomata città occitana di Carcassone, sempre in sella a Bucefalo, ma allora non ebbi il tempo necessario per visitare tutti gli altri meravigliosi castelli catari di quella zona intrisa di così tanta storia piena di fascino. Quale migliore occasione quindi per ripartire alla volta del castello di Montsegur per scoprire quali oscuri segreti poteva in realtà ancora custodire quella straordinaria fortezza.

Partii quindi alla fine dell’estate del 2018 con il sempre fedele destriero al mio fianco, anch’esso molto desideroso di affrontare una nuova divertente avventura insieme. Se il personaggio di Indiana Jones era caratterizzato da un cappello modello fedora, da una frusta ed da un revolver, che era solito portare gelosamente sempre con se, io non ero da meno, casco, tuta in pelle e una moto quadricilindrica frontemarcia di colore rigorosamente nero erano i miei fedeli compagni di viaggio. Giunti però nei pressi di Firenze Bucefalo non ne volle sapere di prendere la necessaria deviazione per Lucca al fine di raggiungere la Linguadoca e tirò dritto verso Bologna. Che cosa aveva in mente?

No, no, non ero impazzito, in quel momento avevo solo il desiderio di liberare la mia smisurata fantasia, stavo parlando con lui, con una moto, anche se magari solo per qualche secondo. Bucefalo dal canto suo continuava come sempre ad eseguire fedelmente i miei comandi, ero invece ovviamente io che decisi seduta stante di non proseguire ad ovest ma dirigermi verso nord, avevo semplicemente voluto cambiare itinerario all’ultimo istante.

Giunto già nei pressi della città di Lorenzo il Magnifico mi stuzzicava infatti sempre di più l’idea di includere nel mio viaggio una breve visita ad un altro castello che si trovava nella Renania settentrionale della Germania, una deviazione di poco conto direte voi. La considerazione è evidentemente ironica ma, garantisco che chiunque, una volta in sella a quella meraviglia della meccanica motociclistica bavarese divora autostrade come Bucefalo, si può sentire per un momento onnipotente e quindi capace di raggiungere qualsiasi luogo della terra con una facilità impressionante, figurarsi affrontare una piccola deviazione di qualche migliaio di chilometri come quella.

E allora destinazione Buren, località tedesca in cui si trovava Wewelsburg, niente poco di meno che il castello centro ideologico e mistico delle SS e della Ahnenerbe, fortemente voluto dal loro capo indiscusso, Heinrich Luitpold Himmler.

Il castello fu costruito nei primi del 1600 e proprio in quegli anni alcune leggende locali narravano che al suo interno vennero imprigionate migliaia di donne che, accusate di stregoneria, furono poi torturate ed uccise. Il suo aspetto imponente caratterizzato da un insolito perimetro triangolare ed una grande torre circolare posta in uno dei suoi angoli, gli conferivano un aspetto sinistro. A quanto pare Himmler rimase affascinato proprio da questa sua forma a freccia che però insolitamente seguiva l’asse Nord-Sud, al posto del più consueto Est-Ovest, e proprio a questa sua anomalia costruttiva egli diede un valore simbolico molto importante tanto da considerarlo il centro del nuovo mondo dopo la tanto auspicata “vittoria finale”. Qui il gerarca nazista capo delle SS e della Ahnenerbe  volle far rinascere il mito dei Cavalieri della Tavola Rotonda che vennero impersonati da dodici ufficiali che a quanto pare si riunivano spesso al suo interno per praticare riti sconosciuti legati al mondo dell’esoterismo. La massiccia torre circolare del castello, o torre nord, era stata totalmente ricostruita e progettata dagli architetti del Furher con precisi intenti legati all’Etenismo, un vero e proprio fenomeno di neopaganesimo, che per la sua stessa particolare configurazione gli valse l’appellativo molto lungimirante di “centro del mondo”. Entrando nella prima stanza della torre a base circolare potei ammirare sul pavimento in marmo una raffigurazione del “Sole Nero”, un mosaico scuro che rappresentava un sole con dei raggi che sembravano saette, simbolo indiscusso del misticismo nazista. Venni a sapere però che il nome gli venne conferito successivamente in quanto originariamente al centro del mosaico vi era un bellissimo disco in oro, poi rimosso. Ma la parte più interessante della torre nord si trovava nel seminterrato, la cripta incompiuta, il luogo più sacro, una stanza circolare per la preghiera degli ufficiali delle SS defunti e probabilmente il posto in cui venivano effettuati i riti occulti.

Forse proprio qui un giovanissimo Otto Rahn prestò il giuramento di eterna fedeltà all’Ahnenerbe davanti a tutti i suoi superiori nel 1936. Entrò quindi ufficialmente nelle SS con il grado di Unterscharfurher grazie alle pressioni dello stesso Himmler che rimase molto colpito dagli studi di Rahn di ritorno da un suo lungo viaggio in Linguadoca che si concretizzarono nel 1933 in un libro intitolato “Crociata contro il Graal”. Il libro riportò in Germania un discreto successo e, pertanto, gli fu commissionato dalle SS un secondo libro intitolato “La Corte di Lucifero” che a quanto pare subì numerosi rimaneggiamenti impostegli da Himmler che, nel frattempo, era divenuto il suo capo supremo.

Come Otto Rahn nell’estate del 1931 raggiunse per la prima volta le verdi colline della Linguadoca per iniziare i suoi affascinanti studi, così io, in compagnia del fedele Bucefalo, a soli ottantasei anni di distanza, mi accingevo a ricalcare le sue orme.

Percorsi quindi le veloci e scorrevoli autostrade francesi per raggiungere e pernottare a Carcassone quando mi fermai in una delle numerose piazzole di servizio dalle quali si poteva ammirare la deliziosa silhouette di questa incantevole città medioevale circondata da possenti mura e formata da una miriade di bellissime torri che le conferivano un fascino quasi fiabesco. Mentre la osservavo notavo però nella parte più antica del borgo delle vistose striature di color giallo acceso di cui non avevo assolutamente memoria. Ero curioso di sapere cosa fossero ma Il sole stava tramontando, avrei dovuto attendere l’indomani per svelare l’arcano.

Ma, come nel 2009, anche in quell’occasione non resistetti e decisi di visitare Carcassone nell’oscurità. Una miriade di luci posizionate ad arte facevano risplendere di notte questo affascinante antico borgo medioevale circondato da due cinte murarie munite di bastioni perfettamente conservati contornate da ben 52 torri di pietra.  Passeggiare di notte nella “Citè”, tra quei caratteristici vicoli completamente deserti, così come nel decennio precedente, ebbe per me un valore aggiunto enorme, tanto che, quell’atmosfera ricca di magia, rimase indelebile nella mia memoria. In uno dei suoi libri Ernest Hemingway scrisse infatti: “Non ha senso che per il solo fatto che faccia buio si debbano vedere le cose in maniera diversa da quando c’è luce”. Non fu perciò un caso che l’indomani quel bel sogno ad occhi aperti, che avevo da poco rivissuto, svanì come d’incanto, complice sicuramente la presenza di tanti turisti chiassosi che infestavano tutto l’abitato. Entrai quindi nel castello della Citè, lo Chateau Comtal, una delle principali roccaforti Catare.

Il Catarismo è stato un movimento religioso la cui dottrina si è trovata spesso in contrasto con la teologia della Chiesa Cattolica nel corso della propria storia. Ciò culminò in una vera e propria persecuzione dei Catari perpetrata dalla Chiesa che li riteneva degli eretici. Questi gruppi di fedeli guidati da un risveglio spirituale, che non gradiva quell’accumulo di immense ricchezze conseguite dal Clero, entrarono così in conflitto con la politica della Chiesa di Roma fino ad esserne completamente annientati. Ritenevano che il regno di Dio fosse permanentemente impegnato in una guerra contro il mondo malvagio di satana e che gli esseri umani fossero per loro natura di indole cattiva. Credevano che solo con una vita votata all’insegna della purezza si poteva liberare lo spirito del male.  Il loro stesso nome derivava non a caso dalla parola greca katharos che significa “puro”. Proprio quest’area della Linguadoca in cui si trova Carcassone è stata chiamata “Pais Cathare”, Terra dei Catari, ed evoca la crudele crociata promossa nel 1208 da Papa Innocenzo III, che vide la persecuzione e lo sterminio della setta religiosa dei catari.

Lo Chateau Comtal è sicuramente la più importante attrazione della Citè ed al suo interno si possono ammirare centinaia di mirabili reperti. Proprio qui trovai finalmente una risposta a quell’incredibile e gigantesco allestimento coreografico esterno della città di color giallo acceso. Si trattava di un’opera di un’artista svizzero di nome Felice Varini che suole dipingere su spazi architettonici ed urbani, come edifici, muri e strade, noto per utilizzare una prospettiva geometrica caratterizzata da un preciso punto di osservazione dal quale lo spettatore può vedere il dipinto completo. Mi portai allora al punto di osservazione scelto dall’artista, che si trovò fuori dalle mura ed in corrispondenza di una delle porte di ingresso della Citè e finalmente mi si fece giorno. Partendo da un cerchio giallo di diametro molto piccolo si dipartivano una moltitudine di cerchi sempre più grandi concentrici che secondo Varini rappresenterebbero immagini che rinviano al concetto di musica e, più genericamente, al suono e alla vibrazione. L’opera intitola “Circles Concentriques Excentriques” era stata realizzata con strisce di alluminio dipinti e poi incollate alle mura per festeggiare i venti anni trascorsi dall’inserimento della città fortificata di Carcassone nel patrimonio mondiale dell’Unesco.

Utilizzando come mio quartier generale Carcassone iniziai a tracciare sulla mia mappa un itinerario che mi consentisse di arrivare a tutti i castelli catari più importanti con maggior facilità, con l’accortezza però di lasciarmi da visitare per ultimo il Castello di Montsègur, che, come per Otto Rahn, consideravo la cosiddetta ciliegina sulla torta. Iniziai quindi a visitare la roccaforte di Lastours a nord, composta in realtà da quattro castelli diversi, e poi giù a sud-est per i castelli di Aguilar, Puilaurens, Peyrepertuse e Queribus, quest’ultima sicuramente la fortezza catara meglio conservata. Prima però di dirigermi a sud-ovest e concludere il mio giro con la visita dei castelli di Puivert e Montsegur organizzai una sosta in un paesino di strada, mèta di molti appassionati di esoterismo: Rennes le Chateau.

Su Rennes le Chateau è stato scritto di tutto e di più, nel famoso libro di Dan Brown “Codice da Vinci” ad esempio, risulta essere la chiave di volta della ricerca del Santo Graal da parte del suo protagonista Robert Langdon. Tutta la storia del romanzo approderà alla fine in questo piccolo paesino della Linguadoca che viene associato alla setta segreta del Priorato di Sion. Ma già prima di Dan Brown una schiera infinita di appassionati di esoterismo, e non solo, avevano infiammato le loro penne su Rennes le Chateau, che divenne ben presto la meta di migliaia di amanti del mistero e di cercatori di tesori. La leggenda trae spunto da un presunto ritrovamento di un tesoro, di cui si è da tempo favoleggiato, trovato in loco dal un suo parroco di fine ottocento di nome Bérengere Saunière. L’unica cosa certa è che il parroco ebbe poi un’insolita disponibilità di denaro che gli consenti di effettuare una serie di dispendiosi lavori di costruzione che possiamo ancora oggi ammirare. Ancor prima, nel 1244, ci fu anche un certo Francoise Pierre, barone di Hautpoul e Signore di Rennes, che fece redigere il suo testamento che riportava un delicatissimo segreto di Stato su cui si è molto fantasticato. Personalmente ritengo che di tutto quello che è stato scritto su questo piccolo paese, di nemmeno cento anime, ci sia veramente poco di veritiero ma, il turismo ha certamente beneficiato di tutto questo gran clamore. Tutto quanto esposto all’interno del piccolo museo allestito nel piccolo edificio adiacente alla chiesa è votato al mistero ed all’indurre il visitatore a prendere per veritiere molteplici ricostruzioni storiche assai molto opinabili. Comunque sia una breve visita Rennes le Chateau la meritò sicuramente. La piccola chiesa dedicata non a caso a Santa Maria Maddalena, con un insolito demone parcheggiato proprio sotto l’acquasantiera, la torre biblioteca e Villa Betania, colpirono molto la mia curiosità e, forse ancor di più, la mia fantasia.

Dopo aver scambiato due parole in inglese con uno dei suoi abitanti, che si complimentava per la bellezza di un Bucefalo sfacciatamente parcheggiato proprio davanti all’iconica torre, ripresi quindi il mio cammino verso il castello di Puivert.

Mentre ripensavo alle parole del simpatico francese che mi raccontò del fenomeno delle “mele blu”, che il 17 gennaio di ogni anno attirava centinaia di turisti e studiosi a Rennes le Chateau per ammirare un albero di luci creato dai raggi del sole che attraversano le vetrate della chiesa, scorsi finalmente il cartello di deviazione per Puivert.

Questo castello fu per me una vera sorpresa e ciò nonostante al primo impatto mi apparve tutt’altro che invitante. Differentemente dalle altre fortezze che necessitavano di una estenuante ma al contempo corroborante arrampicata, che veniva poi premiata dalla vista di strepitosi panorami mozzafiato, qui vi era invece una comoda strada asfaltata che portava direttamente al parcheggio antistante al castello, che trovai oltretutto stranamente deserto. Percorsa una stretta e polverosa stradina arrivai ad una posticcia staccionata di legno alla cui estremità si trovava una baracca con veranda in condizioni così pessime che, a confronto, la roulotte della mitica Banda Bassotti di Walt Disney sembrava una reggia. Ne uscì una signora tutta trafelata che pur non conoscendo l’inglese mi fece intendere di doverle versare l’importo del biglietto di ingresso e, dopo aver assolto tale onere, mi consegnò una scassatissima torcia per poter accedere ai sotterranei privi di illuminazione. Fortunatamente al di là della staccionata si ergeva un edificio che, con le sue mura e la sua torre centrale di ingresso, faceva effettivamente pensare ad un vero castello. Oltrepassata la porta principale però ecco la prima vera sorpresa, nel cortile interno non vi era nessuno tranne un docile cavallo marrone chi mi venne rapidamente incontro. Che l’Omo Nero attirasse gli animali, era cosa oramai assodata, ma una simile accoglienza devo ammettere che mi mancava proprio. Mentre gli accarezzavo la criniera e venivo a mia volta accarezzato da una insistente brezza pomeridiana, ebbi una visione. Ebbene si, quel luogo lo avevo già visto, mi era proprio familiare, ma perché, mi chiesi abbastanza stupito. La risposta la ebbi poi la sera stessa in albergo utilizzando internet, dentro quel castello venne girato infatti un film di Roman Polansky che avevo visto, intitolato “La nona porta” ed interpretato dall’attore Johnny Deep e nella pellicola Puivert rappresentava addirittura il tenebroso castello del Diavolo. La costruzione di Puivert risale al 1170 e la zona accessibile ai turisti riguardava unicamente il suo mastio dalle dimensioni assai generose e che alla fine risultava poi essere la parte meglio conservata del sito. Con un certo entusiasmo iniziai quindi ad esplorare in totale solitudine i ben quattro piani del mastio, resi accessibili attraverso una strettissima scala a chiocciola che saliva fino ad una gigantesca terrazza dalla quale si poteva godere di un panorama a dir poco eccezionale. Sembrerebbe che proprio qui, si consumarono le mitiche serate in nome dell’amore cortese dei tanti decantati Trovatori e quindi, non a caso, trovai particolarmente ricca di fascino la cosiddetta sala dei musicisti, così chiamata per la presenza di otto sculture rappresentanti menestrelli con i loro strumenti.  Durante il dodicesimo secolo è stato accertato che la fortezza ospitò un famoso incontro di Trovatori, ossia di coloro che compongono ed eseguono la mirabile poesia lirica occitana.

Mi sentivo un vero esploratore e quando scesi nei sotterranei provai anche qualche brivido determinato però più che altro dalla mia totale instabilità nell’affrontare una infinità di scalini accidentati nella più completa oscurità. Cercavo di trovare il possibile passaggio segreto di cui faceva menzione una leggenda locale, secondo la quale numerosi Catari che abitarono il castello prima di un assedio perpetrato dalle truppe francesi, siano poi tutti misteriosamente scomparsi facendone uso. Il passaggio segreto ovviamente non lo trovai ma, come i catari della leggenda, riuscii comunque a dileguarmi in un battibaleno per avere a disposizione il tempo necessario di visitare con tutta calma sua maestà il castello di Montsègur.

In un batter d’occhio il mio casco si tramutò in fedora ed anzichè impugnare le comode manopole di Bucefalo mi ritrovai tra le mani frusta e relvolver: la trasformazione in Indiana Rahn era completata!

Mentre Bucefalo ondeggiava sinuosamente tra le bellissime curve disegnate dalle irregolari pendici dei Pinerei, riuscii a scorgere la sagoma di una imponente collina rocciosa. Favorito da una straordinaria limpidezza del cielo, nonostante la notevole distanza che mi separava dalla sua sommità, in un tratto di strada rettilineo, con il naso all’insù, individuai chiaramente sulla cima la presenza di una fortezza. Era proprio lei: Montsègur!

Mentre salivo dolcemente di quota cominciai a confondere involontariamente ciò che stavo vivendo con ciò che la mia fervida immaginazione produceva. Rahn scrisse nel sul libro frutto di quella sua prima esperienza al favoloso Monsalvat dei trovatori provenzali, ovvero l’attuale Montségur, queste significative parole: “il Tabor dei catari in Occitania e l’ultimo rifugio dell’eresia albigese, esso è uno di quei luoghi alti in cui soffia lo spirito”. Un luogo assai in quota difatti, la cui punta si trova a ben milleduecento metri sul livello del mare. Non è certamente un caso che il cosiddetto Pog, ovvero lo sperone roccioso su cui fu costruito il castello, sia considerato tutt’oggi un luogo sacro. Arrivato al punto più alto percorribile su strada parcheggiai quindi il mio destriero e varcai l’ingresso del sito accanto ad un poderoso cancello di legno su cui era apposto un cartello con su scritto in tre lingue diverse: “Campo dei Cremati, presumibilmente il luogo in cui più di 225 catari furono bruciati al palo il 16 marzo 1244”. Effettivamente lì si trovava l’unico tratto pianeggiante ai piedi della fortezza ma non volli dargli attenzione in quel momento, dal punto di vista temporale rappresentava la fase conclusiva della storia.

Nonostante il caldo e la mia tenuta tutt’altro che estiva iniziai ad affrontare la salita, e che salita. Per vedere la cima mi venne il torcicollo e quando, già stanco, vidi una biglietteria in mezzo ad una folta vegetazione formulai una delle mie solite demenziali domande: “da quale parte devo andare per prendere l’ascensore?”. Inutile dire che i francesi non apprezzano molto il mio humor, ma in quel caso, dopo aver atteso comunque qualche buon minuto prima che la bigliettaia capisse la mia freddura, alla fine gli strappai un sorriso. Per fortuna fino ad una certa quota c’era una fitta vegetazione che mi riparava dal sole, peccato solo che dagli alberi scendevano una miriade di bruchi appesi a sottilissime ed invisibili ragnatele, che avevano oltretutto le sembianze delle temibili processionarie. Il dislivello era esagerato e la pendenza talmente considerevole che ipotizzare anche una semplice caduta poteva potenzialmente dire anche un veloce trapasso a miglior vita. Dopo circa una mezz’oretta e dopo aver messo a dura prova il mio fisico, finalmente arrivai alla porta principale del castello ed appena varcato l’ingresso la prima vera sorpresa. Era piccolissimo, in piedi erano rimaste praticamente solo le mura perimetrali ed era incredibilmente pieno di gente. Sapevo che la fortezza attirasse molti visitatori, molti dei quali appassionati di esoterismo, ma speravo anche che questa sua difficile accessibilità avesse potuto creare una maggiore selezione. Invece c’era una guida che parlava in francese ad una trentina di persone che si erano comodamente sedute in ogni dove, tutti stavano ad ascoltarla con estrema attenzione, tutti tranne me ovviamente, che non conoscevo affatto la loro lingua. Decisi allora di scandagliare tutto il castello con le dovute maniere, evitando quindi di creare disturbo a tutti i presenti, ma di rilevazioni energetiche, tipo Stonehenge tanto per intenderci, neanche l’ombra.
Ripercorsi allora mentalmente quel fatidico 15 marzo 1244, giorno in cui terminò drasticamente quell’estenuante assedio della fortezza di Montsègur iniziato circa un anno prima dalle forze crociate contro una strenua difesa della rocca organizzata da Pierre Roger di Mirepoix. Quel giorno dei mercenari baschi riuscirono a scalare il precipizio sotto la Roc de la Tour e piazzando una catapulta riuscirono a bombardare anche l’interno della rocca. Gli assediati s’arresero e vennero poste le condizioni della resa secondo le quali avrebbe avuto salva la vita solo chi avesse abiurato, diversamente sarebbe stato invece bruciato come eretico sul rogo. All’alba del giorno successivo, ben duecentoventicinque persone rifiutarono d’abiurare e furono pertanto arse ai piedi della rocca. Il prato ove venne eretto il rogo fu chiamato Prat dels cremats, “prato dei bruciati”. Questo evento sancì la fine definitiva della guerra contro i catari in Occitania.
Specifico in Occitania perchè il catarismo si spinse fino al nord Italia e secondo le cronache dell’epoca nell’anno 1278 venne scritta un’altra pagina tragica di questo straordinario movimento religioso con un rogo collettivo di duecento catari nell’arena di Verona.

La scelta dei catari di morire sul rogo può apparire oggi come un atto totalmente scellerato ma non dobbiamo dimenticare quella profonda intimità con la quale costoro vissero la religione, quella stessa religione che consentiva loro di praticare l’Endura. Questa consisteva in un digiuno caratterizzato dall’astinenza completa sia dal cibo che dall’acqua e che spesso portava quindi inevitabilmente alla morte. Esso rappresentava una sorta di totale negazione di se stessi e di una separazione dal mondo materiale che, per la concezione dei catari, era dominato dal male.
Tornando al Santo Graal, una leggenda narra però che la notte prima dell’assalto finale che determinò la fine dei catari, tre di loro, protetti dalle tenebre, portarono al sicuro il tesoro sacro oltre le mura.  Quest’ultimo sarebbe stato rappresentato dalle sacre reliquie dei Re Merovingi ed una coppa che si ritiene fosse stata appunto il Santo Graal. E qui entra in gioco il nostro Otto Rahn che, dopo aver studiato attentamente la sacra geometria di Montsègur e soprattutto la sua relazione con altri posti sacri, riuscì a scoprire incredibili passaggi sotterranei grazie a quella che sembrerebbe essere la cosiddetta geografia sacra. Quest’ultima sarebbe stata derivata dagli studi dei druidi e soprattutto dallo studio dei Templari che lo stesso Rahn aveva portato avanti nel corso della sua avventura in Linguadoca.

Egli arrivò quindi ad analizzare quei luoghi cari ai Catari in cui avrebbero potuto portare la sacra reliquia in salvo e li individuò con estrema precisione nelle caverne dello Sabarthes a sud di Montsègur e nell’altrettanto vicine caverne del Lombrives. Quest’ultime furono
così importanti per i catari che la più grande di queste venne chiamata addirittura “La Cattedrale” e fu utilizzata come tempio consacrato al Dio iberico Illhomber, il Dio del sole. Rhan, nei suoi emozionanti resoconti riportati nel suo primo famoso libro descrive la sua suggestiva discesa tra bianche stalagmiti e rocce brillanti immerse tra i monoliti che conducevano a questa immensa caverna alta circa ottanta metri ed utilizzata non a caso come cattedrale dagli eretici catari. Nelle caverne del Sabarthez Rahn trovò invece ampi muri coperti da un’infinità di simboli caratteristici dei cavalieri templari che si confondevano con gli emblemi dei catari, che rafforzarono così la sua tesi che i due importanti ordini religiosi per un certo periodo furono tra di loro strettamente legati.

In parte deluso dalla fatiscente struttura del castello ma per altri versi assai appagato dal notevole fascino che ancora oggi era in grado di emanare questa antica vestigia del passato, mi incamminai fuori dalle mura per iniziare le operazioni di discesa.

Per me era oramai giunto il momento di tornare e l’indomani montai in sella all’adorato Bucefalo e presi la strada di casa. Mentre affrontavo le monotone autostrade francesi ripensai però al triste epilogo della vita del mio caro Indiana Jones. Si, utilizzo l’aggettivo possessivo non a caso in quanto non tutti furono convinti che George Lucas e Steven Spielberg si ispirarono per il loro illustre personaggio al giovane Otto Rahn, anzi proprio loro negarono qualsiasi tipo di attinenza tra le due persone.

Comunque sia, Rhan, dopo aver pubblicato il suo controverso secondo libro intitolato “La Corte di Lucifero”, abbondantemente revisionato dai censori della Ahnenerbe, iniziò ad avere seri problemi con gli stessi gerarchi nazisti che lo avevano precedentemente tanto apprezzato. Nel 1937 Otto fu sottoposto ad un periodo punitivo e per questo assegnato allo svolgimento di alcuni servizi all’interno del campo di concentramento di Dachau, per ragioni mai chiarite ma probabilmente determinate da una sua presunta omosessualità nonché per l’abuso di alcool e per la sua scarsa disciplina militare. L’anno successivo egli arrivò poi a chiedere le dimissioni dalle SS che a quanto pare lo stesso Himmler concesse senza indugi ma, nell’aprile del 1939, il suo corpo senza vita ed in avanzato stato di decomposizione fu trovato da due ragazzini in una fattoria del Tirolo austriaco. Ufficialmente si trattò di un suicidio per ipotermia però la presenza di due fiale di medicinali ritrovate vicino al suo corpo esanime fecero poi crescere forti dubbi sulle modalità del decesso.
Ma Otto Rahn riuscì alla fine dei suoi approfonditi studi a trovare il Graal? In una sua lettera indirizzata ad un suo collega di nome Westhor in cui apostrofava la segretezza della stessa, qualificandola come strettamente confidenziale, gli confidò di essersi imbattuto in “grosse sorprese” delle quali non voleva far parola con nessuno al di fuori del Fuhrer in persona. In molti credettero che Rahn riuscì a trovare il Santo Graal e che questo fosse stato custodito fino alla fine della seconda guerra mondiale nel castello di Wewelsburg.

Personalmente ritengo che questa interpretazione sia del tutto priva di fondamento, ma di una cosa ero certo, Rahn fu un “puro”, una sorta di cataro moderno, di cavaliere romantico. Egli studiò con così tanta dedizione e passione la storia del catarismo occitano da rimanerne affascinato fino nel suo più intimo pensiero ed al punto di porre fine alla sua vita mettendo in atto una sorta di Endura, di suicidio cataro. Una morte a suo modo eroica, così come i suoi predecessori occitani avevano avuto il coraggio di affrontare. Egli stesso scrisse infatti: “l’Endura richiedeva coraggio, ma all’atto finale di una definitiva ascesi si richiedeva l’eroismo. La conseguenza non è poi così crudele come potrebbe apparire”.

L'autore

Francesco Loreti
Francesco Loreti, nato a Perugia il 25.06.1968, si è laureato in Giurisprudenza nel 1992. Ufficiale dell’esercito italiano nel 1994 con la qualifica di istruttore degli allievi ufficiali di complemento della Scuola di Fanteria di Cesano di Roma, è stato comandante di plotone e vice comandante di compagnia; nel 1995 ha ricoperto il ruolo di ufficiale del reparto corsi nella medesima Scuola ed è stato insegnante delle materie militari NBC e LCB per gli allievi ufficiali di complemento e per i soldati facenti parte del contingente italiano nelle guerre di Bosnia e Somalia. Conseguito il titolo di Avvocato nel 1996 ed iscritto all’albo degli avvocati del foro di Perugia nel 1997, è Patrocinante in Cassazione dal 2009. Nel 2015 gli è stato conferito un riconoscimento ufficiale della BMW Motorrad in Germania, dal Presidente Stephan Schaller, per aver percorso 300.000 chilometri con un quattro cilindri fronte marcia della casa bavarese; collabora da diversi anni con le riviste motociclistiche INMOTO ed AboutBMW, ha pubblicato tre libri ed ha realizzato due docufilm, "Omo Nero e Bucefalo in Kurdistan Iracheno" nel 2023 e "La Via per Tawam" nel 2025.
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