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«Schliemann III»: scavare gli strati della memoria alla Pireos 260

In copertina:
Schliemann-III-AEF2026-photo-by-©-Karol-Jarek

Il Festival di Atene ed Epidauro 2026 ha scelto di inaugurare il suo percorso alla Pireos 260 con «Schliemann III» di Heiner Goebbels e Michael Simon, affidando l’apertura a una creazione che sembra interrogare la natura stessa della memoria, del tempo e della trasmissione culturale. Una scelta particolarmente significativa anche perché coincide con i vent’anni di attività della Pireos 260 come uno dei luoghi più riconoscibili della sperimentazione scenica contemporanea in Grecia.

Ex complesso industriale situato lungo l’asse di via Pireos, tra Atene e il Pireo, la Pireos 260 è diventata negli anni molto più di un semplice contenitore teatrale. Un laboratorio di linguaggi, un territorio di incontro tra teatro, danza, musica e arti performative. La sua architettura industriale, lontana dalla monumentalità degli spazi storici del Festival, conserva le tracce della produzione e del lavoro trasformandole in materia scenica: un luogo dove ogni nuova creazione entra inevitabilmente in dialogo con la memoria dello spazio che la accoglie.

Uscendo dalla Pireos 260 dopo «Schliemann III», rimane così la sensazione di non aver semplicemente assistito a uno spettacolo, ma di aver preso parte a un singolare processo archeologico. Uno scavo non soltanto di un luogo perduto, ma della memoria stessa, là dove la Storia, il mito, l’esperienza personale e i residui culturali si incontrano attraverso frammenti, suoni, immagini e silenzi.

Schliemann-III-AEF2026-photo-by-©-Karol-Jarek-

La stessa storia dell’opera assomiglia del resto a uno scavo nel tempo. «Schliemann III» rappresenta la terza tappa di una ricerca artistica iniziata alla fine degli anni Ottanta con «Newton’s Casino» e proseguita con «Schliemanns Radio», lavori nei quali Heiner Goebbels e Michael Simon indagavano già il rapporto tra Storia, tecnologia, suono e frammenti della memoria culturale. Il loro ritorno oggi a questo materiale non assume il carattere di una ripresa nostalgica, ma appare piuttosto come un nuovo scavo all’interno della loro stessa creazione precedente.

Come un archeologo che ritorna nello stesso luogo sapendo che ogni epoca porta alla luce reperti diversi, i due artisti riesaminano il proprio passato attraverso lo sguardo del presente. «Schliemann III» diventa così non soltanto uno spettacolo sull’archeologia della Storia, ma anche un’archeologia del teatro stesso: delle forme che scompaiono, delle immagini che resistono e dei suoni che continuano a ritornare.

Il riferimento a Heinrich Schliemann funziona più come punto di partenza che come oggetto narrativo. L’uomo che cercò la Troia di Omero diventa qui la figura simbolica del bisogno umano di tornare a un’origine, di individuare tra gli strati del tempo una traccia capace di confermare una storia. Eppure lo scavo non rivela mai una verità unica: ogni ritrovamento è, nello stesso momento, una nuova narrazione.

Troia, d’altra parte, è già di per sé un luogo di molteplici sovrapposizioni: città sopra città, civiltà sopra civiltà, memorie sopravvissute attraverso le distruzioni. Goebbels e Simon trasferiscono questa logica archeologica sulla scena. Non cercano di rappresentare Troia: costruiscono una Troia contemporanea con i materiali della nostra epoca.

Lo spettacolo si organizza come un palinsesto di esperienze. Il suono, le voci, gli oggetti, i corpi e lo spazio non sono al servizio di una narrazione tradizionale, ma funzionano come reperti autonomi di uno scavo che avviene davanti ai nostri occhi. Lo spettatore non è chiamato a seguire una storia; è invitato a cercare relazioni tra i frammenti.

È qui che «Schliemann III» incontra quasi inevitabilmente il pensiero di Walter Benjamin. Nelle sue Tesi sul concetto di storia, la celebre immagine dell’angelo della Storia ispirata all’Angelus Novus di Paul Klee presenta il passato non come un percorso continuo di progresso, ma come un accumulo di rovine e frammenti. L’angelo guarda verso ciò che è andato perduto, mentre il vento della Storia lo spinge verso il futuro.

Qualcosa di analogo accade nello spettacolo. Non ci viene offerta una ricostruzione del passato, ma un’esperienza di incontro con le sue tracce. La memoria appare non come un museo di certezze, ma come uno spazio aperto in cui ogni epoca rilegge i segni che ha ricevuto.

Così, accanto alla Troia di Omero e alla Troia di Schliemann, appare un’altra Troia: la Troia della creazione contemporanea. Uno spazio in cui convivono strati temporali sovrapposti: l’antichità, l’epoca industriale, l’esperienza urbana del presente.

La musica, elemento inscindibile dal linguaggio di Goebbels, acquisisce una dimensione quasi architettonica. Non accompagna l’immagine scenica, ma la costruisce. Anche i suoni sembrano emergere da diversi strati del tempo, come reperti sonori in attesa del proprio archeologo.

In questo particolare universo scenico, la presenza degli interpreti non si organizza attorno alla concezione tradizionale del ruolo, ma agisce come un ulteriore livello della composizione. Achillas Karazisis e Andromachi Fountoulidou non sono portatori di un’azione teatrale convenzionale, ma veri e propri archivi viventi della memoria. Le loro voci e i loro corpi diventano un altro materiale dello scavo, trasmettendo frammenti di parola, immagini e riferimenti culturali.

La presenza di Lydia Koniordou e Angelos Kydonieos nel canto apre un tempo diverso all’interno dello spettacolo. La voce umana funziona come un atto rituale di evocazione, come un ponte tra l’arcaico e il contemporaneo. Accanto a loro, il bouzouki di Anestis Barbatis e il clarinetto di Filippos Fasoulas aggiungono nuovi strati a questo palinsesto sonoro nel quale tradizione, memoria e sperimentazione convivono.

La presenza umana diventa così un’altra forma di archivio: non una rappresentazione di un mondo perduto, ma un modo vivo attraverso cui il passato continua a dialogare con il presente.

Forse è proprio per questo che l’esperienza non termina con l’uscita dalla sala. L’AFTER della Pireos 260, con l’inaspettata convivenza del quotidiano, dell’elemento popolare, dell’estetica pop e dell’incontro tra le persone, funziona come una sorta di prosecuzione informale dello stesso pensiero. L’arte non rimane chiusa nello spazio protetto della scena: si diffonde nella vita, nella conversazione, nell’esperienza collettiva.

L’incontro inatteso tra l’alto e il quotidiano — tra Troia e la città contemporanea, tra il pensiero filosofico e l’estetica pop, tra il monumentale e l’effimero — sembra infine dialogare organicamente con il nucleo dello spettacolo. Perché la cultura non è un edificio immobile, ma un campo in continua trasformazione, dove tracce, memorie ed esperienze differenti si incontrano, scompaiono e ritornano assumendo nuovi significati.

«Schliemann III» potrà forse mettere alla prova chi cerca nel teatro una narrazione lineare e un’identificazione psicologica. Appartiene a una diversa concezione dell’atto scenico: un teatro che non spiega, ma attiva. Non offre risposte, ma crea spazi di pensiero.

E forse la sua scoperta più essenziale si trova proprio qui: la Troia che cerchiamo non è sepolta in qualche terra lontana. È costituita dagli strati successivi dell’esperienza umana, da tutto ciò che perdiamo e ritroviamo, da tutto ciò che il tempo distrugge ma che la memoria continua ostinatamente a riportare alla luce.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.