In primo piano · scrivere nelle varie lingue d'Italia

Koscinìzo fonè – Setaccio voci. Dialogo con Leo Luceri

Con Koscinìzo fonè – Setaccio voci, Leo Luceri costruisce una raccolta che si muove lungo le frontiere linguistiche e culturali del Mediterraneo, trasformando la poesia in uno spazio di attraversamento, ascolto e custodia della memoria. Il titolo stesso — “setaccio voci” — evoca un gesto lento e necessario: filtrare, trattenere, salvare ciò che rischia di disperdersi nel rumore del presente. Tra italiano, griko e altre stratificazioni linguistiche mediterranee, la raccolta interroga temi come l’appartenenza, la perdita, l’oralità, la distanza e la sopravvivenza delle memorie collettive, restituendo alla parola poetica una funzione non soltanto estetica, ma anche etica e culturale.

Il titolo Koscinìzo fonè – Setaccio voci contiene già un’immagine profondamente simbolica: quella del “setacciare” le voci. Quali memorie, presenze o eredità linguistiche ha sentito il bisogno di attraversare e custodire in questo libro?

Soprattutto le prime voci che ho sentito, quelle di casa, dei miei genitori, dei nonni, di alcune zie. La memoria linguistica familiare, che era composita, multipla, pur nella semplicità degli scambi. Ma anche quella del vicinato, che quando io ero bambino era ancora una presenza quotidiana, attiva, di condivisione e partecipazione, quasi una forma allargata di famiglia.

Nella raccolta la parola poetica sembra nascere da una tensione costante contro la dispersione e l’oblio. La poesia rappresenta, per lei, una forma di resistenza alla scomparsa?

È esattamente così. Più precisamente, la poesia che scrivo in griko rappresenta per me una necessità quasi etica, di impegno civile, di resistenza linguistica, appunto. È il modo a me più consono, considerato che scrivo poesia anche in italiano, per dare il mio contributo alla salvaguardia della lingua, per dimostrare che il griko è tuttora vivo, nonostante i ripetuti annunci di morte.

Il griko nelle sue poesie non appare come semplice testimonianza folklorica o residuo identitario, ma come lingua ancora capace di produrre contemporaneità. Quale spazio occupa oggi questa lingua nella sua esperienza poetica ed esistenziale?

Il mio scopo è proprio quello di dimostrare che il griko può essere usato in maniera performativa anche in contesti contemporanei. La poesia, la letteratura in genere, è uno di questi contesti e, anche grazie alle peculiari caratteristiche di questa lingua (penso per esempio alla possibilità di unire parole o alla presenza di un alto numero di parole tronche che consentono più facilmente la rima e il ritmo metrico) i risultati estetici – basti considerare l’abbondante produzione musicale in griko – sono spesso di alto livello.  Scrivo in griko, quindi, perché è importante farlo come testimonianza, certamente anche per un fatto sentimentale, ma soprattutto perché, me lo lasci dire, è proprio una bella lingua. Gli aspetti folklorici o di rivendicazione identitaria non mi appartengono. Credo che siano anche controproducenti perché tendono a relegare la lingua nella sfera nostalgica, del passato, riconoscendo così implicitamente la sua fine.

Mare, vento, pietra, ulivi, sete: il paesaggio mediterraneo attraversa la raccolta quasi come una memoria corporea. Quanto il paesaggio agisce nella sua scrittura come archivio culturale ed emotivo?

Il paesaggio che ci circonda, l’ambiente in cui viviamo agiscono profondamente sul nostro sentire, perfino sul modo in cui percepiamo la realtà. Non potrei immaginare la mia poesia se non nel contesto che mi appartiene, o per lo meno che ho conosciuto e in cui ho vissuto, seppur in situazioni diverse. A maggior ragione, la scelta di scrivere in griko lega ancora di più la parola al luogo. Per fare un esempio banale, il griko non possiede i vocaboli corrispondenti a “fiume” o a “montagna” perché in Salento non esistono né fiumi né montagne (e non casualmente invece nel greco calabro esistono entrambi i vocaboli), ma ovviamente conosce il termine “tálassa” in quanto il mare dista pochi chilometri dai nostri paesi. Lo stesso vale per il vento o per gli ulivi o per la pietra, tutti elementi tipici del paesaggio salentino. Il paesaggio, quindi, agisce sulla lingua e la lingua, a sua volta, spinge all’uso di certe parole e di conseguenza alla creazione di immagini che le contengono. La lingua guida la poesia. Non si scrive allo stesso modo in griko o in italiano.

In diversi testi emerge la figura dello “straniero”, dell’identità sospesa, dell’appartenenza mai completamente pacificata. Ritiene che questa condizione rappresenti oggi una delle esperienze più profonde dell’essere mediterraneo?

Credo che il sentimento di estraneità, ma anche direi di spaesamento, sia abbastanza comune all’uomo contemporaneo, non solo a quello mediterraneo. La realtà ipermoderna tende all’isolamento e allo sradicamento, alla non appartenenza, proprio a causa del mito della connessione permanente. Nella mia poesia, però, il sentimento dell’identità sospesa o dell’appartenenza mai completamente pacificata, che lei giustamente sottolinea, deriva piuttosto da un senso di colpa, mio, personale, non so quanto possa essere anche collettivo, rispetto a ciò che avrei potuto fare, rispetto al mio sguardo strabico: il mio voler essere qui e altrove contemporaneamente, il mio sentirmi arcaico e moderno, locale e globale, che mi ha portato ad allontanarmi e a ritornare o, forse meglio, a non essermi mai completamente allontanato e a non essere mai definitivamente ritornato. E questo sentimento ambivalente forse è effettivamente comune in chi vive il Mediterraneo, luogo in cui tutto è già accaduto, ma anche luogo dell’incontro per antonomasia e quindi luogo in cui tutto continua ad accadere, luogo in cui sperare che le possibilità mancate possano realizzarsi.

La sua scrittura sembra muoversi continuamente tra oralità e poesia. Quanto il suono della parola precede, accompagna o modifica il significato del verso?

La parola è suono. Fin dall’antichità la poesia nasce orale e spesso accompagnata dalla musica. A volte un verso o un intero componimento nascono da una parola e quindi il suono precede. Poi, però, nel processo poetico tutto viene rimesso in discussione, tutto cambia. La poesia, pur non potendo mentire (come invece può fare la prosa), è comunque artificio, spesso richiede diversi interventi e molteplici riletture. Scrivere poesia in griko implica in più la limitatezza del lessico a disposizione e, quindi, a volte diventa necessario intervenire anche sul significato affinché il tutto si tenga, sia dal punto di vista del suono che dal punto di vista del contenuto.

In Koscinìzo fonè le lingue convivono senza gerarchie. Il plurilinguismo è per lei soprattutto una scelta poetica, una necessità esistenziale o anche una posizione culturale e politica?

Il plurilinguismo è per me innanzitutto una condizione di vita. Sono cresciuto in un contesto in cui si parlavano tre lingue (il griko, il dialetto salentino e l’italiano), successivamente all’università ho studiato Lingue e Letteraturre Straniere, con una tesi in letteratura francese, lingua che ho anche insegnato nelle scuole superiori in Italia. In seguito ho insegnato per molti anni nella Svizzera di lingua tedesca, poi ho lavorato come lettore di italiano in università straniere per conto del Ministero degli Affari Esteri (Ecuador, Spagna, Slovacchia). Il dottorato in letteratura comparata l’ho fatto presso la Universidad Autónoma di Madrid. Insomma, ho dovuto usare anche per ragioni di studio e di lavoro, non solo per mio interesse, diverse lingue. Naturalmente tutta questa varietà linguistica non poteva essere assente nella produzione poetica. Scrivo poesia in italiano, in griko e occasionalmente in spagnolo, ma spesso inserisco anche dei versi in altre lingue, e infatti il titolo del mio primo libro di poesie è Catumerèa – versi multilingui a sud del sud (Musicaos Editore, 2022).

Lei ha vissuto e lavorato in diversi paesi. In che modo l’esperienza dello spostamento e della distanza ha trasformato il suo sguardo poetico sul Mediterraneo?

Diciamo che le esperienze all’estero mi hanno dato la possibilità di guardare da un’altra prospettiva la mia terra, il Salento, “il sud del sud”. La lontananza consente un occhio staccato dal contingente. Il confronto con altre culture, altri mondi, permette di mettere tutto in relativo. Da vicino i difetti, le problematiche, come anche le qualità, vengono in un certo senso sentiti in modo totale. Ero andato via da giovane con una visione molto critica della mia terra, che peraltro conoscevo poco, sono ritornato riuscendo a vedere le cose che non vanno ma anche sapendo apprezzare quanto di positivo questa terra può offrire. Il Sud, e quindi il Mediterraneo, sono parte di me, anzi potrei dire che io sono Sud e sono Mediterraneo. Il rapporto ambivalente resta. Ma va bene così.

Nel libro il silenzio sembra avere un ruolo quasi equivalente alla parola. Che rapporto esiste, nella sua scrittura, tra voce e silenzio?

Il silenzio è per me il momento del raccoglimento, ed è anche il momento in cui le voci ritornano. È lì che nasce la parola e quindi la poesia. Nel rapporto tra il silenzio esteriore e quello interiore.

L’acqua ritorna costantemente nella raccolta: mare, pioggia, pozzi, sete. È soltanto un elemento simbolico o rappresenta anche una forma di memoria mediterranea?

L’acqua è sicuramente un mitologema tra i più proficui in poesia. È un elemento simbolico archetipico, potente e allo stesso tempo subito comprensibile da tutti, con i quali tutti ci confrontiamo. L’acqua può essere simbolo di vita, ma anche di morte. Il mare, in particolare, rappresenta l’inconscio, ma anche la figura materna, e non a caso in griko, come in greco, “tàlassa” è un vocabolo femminile. E infatti nella poesia che apre la sezione Otikanè mùttize, i versi che dicono “e tàlassa / mana asimègna” hanno un significato più immediato rispetto alla versione italiana “il mare / madre d’argento” perché in italiano il mare è maschile.

Il Mediterraneo che emerge dal libro è lontano da ogni rappresentazione folklorica o stereotipata. Quale Mediterraneo ha voluto raccontare?

Il Mediterraneo che unisce, che sa raccontare le proprie diversità come ricchezza. Il Mediterraneo custode della memoria storica. Ma anche il Mediterraneo creatore di miti, che conserva sempre qualche angolo nascosto, qualche luogo a cui ritornare.

Nella sua poesia convivono continuamente dimensione intima e memoria collettiva. Come nasce questo equilibrio tra esperienza personale e stratificazione storica?

Per me è difficile scindere le due parti. La dimensione intima non può non essere collegata al contesto in cui si vive. Nel caso specifico di Koscinizo fonè, inoltre, l’intento dichiarato è proprio quello di trasportare sul piano intimo, a volte anche privato, le problematiche legate alla lingua grika, perché proprio così, attraverso il racconto personale esse diventano di tutti. Quindi anche i ricordi, la memoria individuale e quella collettiva, servono a scendere nel profondo del mio rapporto con chi parlava questa lingua e con la comunità tuttora parlante. È un processo che parte dal passato, dall’infanzia, per arrivare alla contemporaneità, alla ricerca di senso rispetto alla mia esperienza personale.

Che rapporto esiste, secondo lei, tra poesia e memoria linguistica?
Una lingua minoritaria custodisce anche un diverso modo di guardare il mondo?

Certamente ogni lingua rispecchia una cultura e quindi una visione del mondo. Ma, come dicevo prima, la lingua forgia anche la visione, rende più facile notare alcune cose e più difficile vederne altre. Le lingue minoritarie, proprio in quanto tali, e a maggior ragione se sono a rischio, vanno protette, proprio perché con esse sparirebbe anche una cultura, un modo diverso di vivere il mondo.

Quale ruolo ha avuto la traduzione nel percorso di Koscinìzo fonè?
Tradurre poesia significa anche attraversare e trasformare il respiro stesso della lingua?

Il libro è trilingue: griko, greco, italiano. Della traduzione in greco non mi sono occupato io, è stata affidata a dei madrelingua. Per quanto riguarda le versioni in griko e in italiano non parlerei di traduzione. Il mio modo di procedere è parallelo. L’idea iniziale, la parola o l’immagine che danno l’avvio al processo di creazione è sempre in griko, ma poi scrivo contemporaneamente nelle due lingue. Penso allo stesso tempo come suonerà il verso nelle due lingue, e non sempre infatti c’è una perfetta corrispondenza, appunto perché il ritmo, il respiro, come ben dice lei, è diverso nelle due lingue.

Nelle sue poesie si percepisce una tensione continua tra radice e movimento, appartenenza e attraversamento. Dove sente oggi di “abitare” poeticamente?

È una domanda a cui è difficile rispondere per me. Sia poeticamente che concretamente, nella mia vita quotidiana, vivo sia la radice che il movimento. L’inquietudine iniziale, che per me è forse la vera spinta alla scrittura, deriva proprio da questa tensione irrisolta. Abito il griko e il Salento, ma abito anche l’italiano e lo spagnolo e l’Europa. Vivo, a volte con difficoltà ma di solito in modo naturale, nel mio bisogno continuo di attraversare l’altrove e poi di ritornare. Una poesia presente nella raccolta Catumerèa, che ha per titolo “molte case ho vissuto”, finisce con queste parole: “ed io sono ancora di là / e sono già qui”.

Esiste un’immagine, un suono o una memoria da cui questa raccolta ha avuto origine?

Non direi che ci sia un’immagine o un suono da cui ha avuto origine direttamente, però è vero che quando penso a questo libro nella mia mente rivedo mia madre, mia nonna e due zie, d’estate, sedute in cerchio davanti alla porta di casa che lavorano a maglia parlando in griko. Del resto a questo ricordo faccio riferimento esplicito in una delle poesie.

Se dovesse definire Koscinìzo fonè attraverso un’unica immagine poetica, quale sceglierebbe?

Credo che l’immagine più emblematica sia proprio quella del titolo, che anche lei ha giustamente ricordato all’inizio di questa intervista. Nell’azione del setacciare è implicita la lentezza, la scelta, la conservazione, ma, trattandosi di voci, anche la memoria, la lingua, le persone.

Che cosa spera resti al lettore, dopo aver attraversato questo “setaccio di voci”?

Spero che resti la voglia di avvicinarsi a questa lingua, a tutto ciò che essa si porta dietro, alla nostra cultura, al nostro territorio. Che si possa cogliere la determinazione di questa lingua a continuare ad essere usata, la sua bellezza, la sua duttilità, la sua capacità di adattarsi, malgrado tutto, al mondo contemporaneo. Ma voglio sperare che all’ipotetico lettore resti allo stesso tempo qualcosa di me, delle mie emozioni, delle mie contraddizioni e inquietudini, non in quanto mie, ma in quanto percepibili come di ognuno. E spero che resti anche il desiderio di riflettere sul rapporto tra la contemporaneità e la stratificazione storica.

A quali nuovi progetti poetici o di ricerca sta lavorando attualmente?

Nel mese di maggio, oltre a questo libro, è stata pubblicata a Barcellona in edizione bilingue – italiano / catalano – un’altra mia silloge di poesie, perciò per adesso nuovi progetti poetici non ci sono. Continuerò però nella mia consueta attività di diffusione della poesia e della letteratura, in particolare di quella del nostro territorio, cercando allo stesso tempo di tessere incontri con realtà poetiche di altre regioni e di altri paesi del Mediterraneo, e penso in particolare alla Grecia e alla Spagna.

 

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.