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GRAUTS di Yannis Mavritsakis

Yannis Mavritsakis occupa un posto particolare nel panorama della drammaturgia greca contemporanea. Autore tra i più significativi della nuova scrittura teatrale greca, le sue opere hanno superato i confini nazionali attraverso traduzioni e rappresentazioni all’estero. Anche GRAUTS è stato tradotto in inglese e pubblicato dalla casa editrice greca Nefeli, confermando il percorso internazionale di una drammaturgia che dialoga con le grandi inquietudini del nostro tempo.

Dalle sue prime opere fino a oggi, la scrittura di Mavritsakis si muove costantemente in territori di transizione e di crisi: là dove l’identità umana si destabilizza, dove le certezze crollano e dove il linguaggio, invece di funzionare come uno strumento sicuro di comunicazione, rivela i propri limiti.

Il suo teatro non è interessato alla semplice rappresentazione della realtà, ma ai momenti in cui la realtà comincia a mostrare le sue crepe. Sotto la superficie del quotidiano emergono paure, desideri, meccanismi di potere e inquietudini sotterranee di un’intera epoca. La scena diventa così uno spazio di indagine e non di certezza; un luogo in cui le domande restano aperte.

In GRAUTS, opera di cui firma sia il testo sia la regia, questa ricerca assume una forma particolarmente attuale. Lo spettacolo si organizza intorno al mondo di uno studio televisivo, uno spazio in cui la realtà non viene semplicemente presentata, ma costruita, messa in scena e infine messa in discussione. L’immagine televisiva diventa un meccanismo di produzione della verità, lo specchio di una società che fatica ormai a distinguere il fatto dalla narrazione.

La scelta del periodo del lancio delle missioni spaziali Voyager conferisce all’opera una più profonda dimensione simbolica. Nel momento in cui l’umanità tenta di inviare un messaggio della propria esistenza oltre i confini della Terra, verso un destinatario sconosciuto nell’universo, si rivela la sua paradossale incapacità di comunicare realmente con sé stessa.

L’ottimismo tecnologico e la fede nel progresso convivono con il bisogno di nuovi miti, di verità alternative, di sistemi di credenze capaci di promettere un senso all’interno di un mondo disorientato. Mavritsakis non presenta questo conflitto come una semplice opposizione tra ragione e irrazionalità. Al contrario, esplora un territorio molto più complesso: il bisogno umano di credere in qualcosa quando i vecchi punti di riferimento sono venuti meno.

Il confronto tra il Presentatore interpretato da Michalis Valasoglou e la Leader della setta interpretata da Kleopatra Markou supera i confini di un’intervista televisiva. Si trasforma nello scontro tra due modi diversi di percepire la realtà. Da una parte troviamo il razionalismo, l’informazione, il bisogno di classificazione e controllo; dall’altra la fede, il mistero, la promessa di una diversa forma di verità.

Eppure, nessuna delle due parti rimane innocente. Anche il mondo della ragione può produrre meccanismi di potere, così come il mondo della fede può condurre alla manipolazione. La domanda centrale dell’opera, alla fine, non è chi possieda la verità, ma chi abbia il potere di raccontarla.

Qui GRAUTS dialoga inevitabilmente con il pensiero di Guy Debord e con La società dello spettacolo. L’immagine non è più soltanto una rappresentazione del mondo; diventa il modo stesso attraverso cui il mondo viene vissuto. Lo studio televisivo si trasforma così nella miniatura di una società in cui tutto viene esposto, ma nulla è necessariamente rivelato.

Lo stesso titolo racchiude questa crisi del significato. GRAUTS. Un suono più che una parola. Una frattura vocale, un frammento di comunicazione, qualcosa che sembra precedere il linguaggio organizzato oppure arrivare dopo il suo crollo. In un mondo saturo di parole, immagini e informazioni, forse la forma più sincera di espressione è proprio un suono inarticolato.

Un ruolo determinante in questa esperienza scenica è affidato alla musica. La presenza di Blaine L. Reininger, membro fondatore dei leggendari Tuxedomoon, non funziona come semplice accompagnamento musicale. Il Cantante diventa una figura intermedia: un osservatore, un testimone, una voce sospesa tra passato e presente, tra memoria e deformazione.

Particolare importanza drammaturgica assume il dialogo dello spettacolo con il ciclo “Canti per i bambini morti” (Kindertotenlieder) di Gustav Mahler, opera basata sulla raccolta poetica di Friedrich Rückert. Scritti all’ombra di una perdita indicibile, questi canti non rappresentano il lutto come grido o come esternazione del dolore, ma come un percorso interiore attraverso la memoria, l’assenza e l’impossibile riconciliazione con l’irreparabile.

Nell’universo di GRAUTS, questa memoria musicale viene trasportata in un paesaggio sonoro radicalmente diverso. La fragilità di Mahler incontra, attraverso la trascrizione punk di Tilemachos Moussas, l’angoscia dell’uomo contemporaneo che continua a confrontarsi con la perdita: non solo come esperienza personale, ma anche come esperienza collettiva di una civiltà che vede crollare le proprie certezze.

Il passaggio dall’interiorità malinconica di Mahler all’energia cruda dell’estetica punk non rappresenta una decostruzione dell’originale, ma una sua riattivazione. I “bambini morti” di Rückert possono essere letti oggi non soltanto come immagine del lutto personale, ma anche come metafora di una civiltà che piange le proprie perdite: l’innocenza, la certezza, la fede in un progresso ininterrotto.

Il disegno sonoro di Tilemachos Moussas e il movimento creato da Sofia Mavragani danno vita a un universo in cui il corpo e il suono continuano a parlare quando il linguaggio fallisce. La realtà scenica non si costruisce soltanto attraverso le parole, ma attraverso ritmi, tensioni, silenzi ed esplosioni corporee.

Le scene di Katerina Vlachbei, i costumi di Eva Goulakou e le luci di Eliza Alexandropoulou servono l’immagine di un mondo sospeso tra rivelazione e costruzione. Lo studio televisivo appare contemporaneamente come luogo di controllo e spazio di disgregazione.

Le figure che solitamente restano invisibili — la Camerawoman di Maria Vourou, la Truccatrice di Eleni Kastanioti, il Floor manager di Stavros Kottas — acquistano una propria presenza. Coloro che producono l’immagine diventano essi stessi parte della narrazione.

GRAUTS è, in definitiva, un’opera sull’epoca dell’eccesso di comunicazione e della profonda solitudine. Su un mondo che è riuscito a inviare la propria voce nello spazio, ma continua a cercare un modo per ascoltare l’essere umano stesso.

Lo strano suono del titolo rimane come ultimo segno di resistenza. Là dove le parole si sono consumate e le immagini si sono moltiplicate fino all’esaurimento, qualcosa continua a persistere.

Un GRAUTS.

Un rumore dentro il silenzio.

Non il crollo del significato, ma la prova della sua persistenza. Anche nelle crepe di un mondo che cambia, qualcosa di profondamente umano continua a resistere e a chiedere spazio.

Festival di Atene ed Epidauro 2026 – Pireos 260, 6-7 giugno

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.