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Amicizia e poesia in “Un mondo migliore” di Silvia Sereni

Grazie ai mirabili versi di Un posto di vacanza (Stella Variabile) di Vittorio Sereni il borgo di pescatori di Bocca di Magra è divenuto un luogo mitico, un «posto» reale trasformato in «posto» della poesia. Per il paesaggio innanzitutto, e per la vita estiva che vi si svolgeva: la foce tra fiume e mare; il «traghettatore»; le due rive; le canne che facevano «musica d’organo»; le canzoni della balera; la radura e il sempreverde; uno scafo sul mare; il raggio di un vetro in corsa; la razza e i gabbiani; le voci di tanti.  Le voci risalgono a presenze amiche, che riappaiono evocate: Franco Fortini, che in versi, memorabili per Sereni, gli rammentava che «non sempre giovinezza è verità»; Elio Vittorini, che con ironia si stupiva della fedeltà ad un luogo ormai disamato («Ma tu» -insiste – «che ci fai in questa bagnarola?»). Ma su tutte è la voce del poeta, che cerca la parola densa e fisica, che dica la cosa, la renda unica, vera essenza del reale, e sveli gli inganni della memoria: «Fabbrica desideri la memoria, / poi è lasciata sola a dissanguarsi / su questi specchi multipli» (III, vv. 19-21).

Luogo indimenticabile della poesia per la lettrice, che si era a lungo soffermata su quella lirica in cinque parti e ne aveva amato l’eleganza del comporre e l’energia del pensiero, Bocca di Magra appartiene ad anni particolari del ‘900 in cui la frequentarono intellettuali e scrittori. Racconta assai bene quel tempo Marco Ferrari nel suo Mare verticale. Dalle Cinque Terre a Bocca di Magra (Laterza, 2014) disegnando il «buen retiro» di intellettuali e scrittori nelle estati dal dopoguerra alla fine degli anni settanta sotto un berceau o in riva al fiume o a Villa degli Ulivi: Montale, che ne scrisse Nella casa sul Magra e nella lirica Ritorno; Elio Vittorini e Giansiro Ferrata; Luciano Bianciardi e Sergio Solmi; Marguerite Duras e Dionys Mascolo; Mary McCarthy e Nicola Chiaromonte; Giulio Einaudi e Cesare Pavese; Valentino Bompiani; Fernando Bandini e Zeno Birolli, che affidò i suoi ricordi ai Taccuini di Bocca di Magra, e molti altri, europei e angloamericani.

Ora quel tempo è tornato a rivivere nei Ritratti di Silvia Sereni, Un mondo migliore (Bompiani, 2019), che si aprono, in esergo, con i versi dalla Spiaggia del padre: «I morti non è quel che di giorno / in giorno va sprecato, ma quelle / toppe d’inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce / Non / dubitare, -m’investe della sua forza il mare – / parleranno». Ed è proprio vero: i ritratti, alcuni dei quali sono illustrati, con segno incisivo e preziosamente evocativo, dalla sorella Giovanna, sono tracciati da Silvia con penna affettuosa e gentile sul filo dei ricordi e riportano, con i volti e i caratteri, il colore degli anni, il sentimento dell’amicizia, la personalità, colta in una situazione, un  gesto o in una frase,  di persone che Vittorio e la moglie Maria Luisa avevano frequentato e che la figlia aveva conosciuto con lo sguardo attento e partecipe dei suoi giovani anni. Così il «paesino, più che un vero paese», rinasce alla vita delle intermittenze del cuore in un set che, con Vittorio Sereni, «sapeva di America povera e di cinema neorealista…», dove gli amici, talvolta solo di passaggio, uomini e donne usciti dalla guerra, si aggregavano per condividere idee e visioni, per progettare «un mondo migliore».

Non tutti i personaggi, che sfilano davanti ai nostri occhi, hanno soggiornato a Bocca di Magra; ma tutti appartengono a quel mondo ormai lontano – e lontana ora è anche Silvia che ci ha lasciati – di «toppe d‘inesistenza e cenere/pronte a farsi movimento e luce», la cui assenza si fa viva «presenza» come dice un verso giovanile di Bertolucci.  È proprio il poeta parmigiano che, rappresentato nel disegno tra foglie di granturco con una falce in mano (allusione al gentiluomo di campagna o, più sottilmente, al pensiero della morte che aleggia sui suoi versi?), apre la schiera, un Bertolucci al sicuro solo con la sua famiglia, poeta della natura, della vita e del male di vivere. La chiude Mario Soldati, ospite generoso nella sua villa di Tellaro, dalla voce inconfondibile e dall’eleganza impeccabile e curata, spregiudicato al dire di molti, certamente libero e inquieto, aperto a mondi diversi, letteratura, cinema, televisione.

Tra questi due scrittori, che si frequentavano e si apprezzavano molto, donne e uomini che si mossero in campi affini, tutti descritti da Silvia con quella simpatia umana e quella leggerezza di tocco, che contraddistinguono la sua scrittura e che riappaiono nei vivi ritratti di Giovanna, accordati, con linea sapiente, alle immagini rammemorate. Ed è lei Silvia che, con sguardo ironico e acuto, sempre affettuoso e complice, con poche notazioni sicure ci fa scoprire da vicino  Anita Dolza sugli «scogli» o approdata alla spiaggia elegantissima in bianco e blu; Anna Banti «coriacea» e perentoria, ma illuminante dalla parte delle donne; Fernando Bandini amabile e versatile poeta; Gigino Biso medico generoso e difensore del paesaggio dalla speculazione edilizia con gli «Amici di Bocca di Magra»; Gillo Dorfles artista libero e leggendario, cittadino del mondo e Lalla, la moglie «angelo custode», coltissima ma di signorile discrezione; Giorgio Cusatelli,  appassionato del fantastico al pari di Silvia; Giovanni Pintori, grafico pubblicitario di grande cultura artistica, la cui casa marina, squadrata, bianca con strisce colorate tra le finestre, rifletteva il suo stile;  Piero Chiara narratore con «un che di epico, di portentoso» e ottimo scrittore di microcosmi di provincia; Bartolo Cattafi aristocratico e munificente; Carlo Bo regale nel suo vivere la letteratura; Daria Menicanti, la Daria «famigliare», poetessa «tenue e profonda»; Giovanni Raboni, fedele alla concezione etica del far poesia e sempre capace di ricuperare, con Proust, il miracolo della vita; Dante Isella dall’«azzurra fermezza di occhi di re/di Francia» di Al distributore degli Strumenti umani; e ancora Fruttero e Lucentini, Lalla Romano e Laura Grimaldi, Maria Cumani, danzatrice e poetessa («se torno alla danza/ a me s’aprono ali» scrisse); Oreste del Buono, che seppe apprezzare come «lezione di scrittura» una fiaba della bambina Giovanna, Laura Lovisetti, intima amica della madre, e Giuseppe Pontiggia, il simpatico Peppo e Paolo Franci, che donava come strenna natalizia agli amici un «libro-farfalla» edito da Scheiwiller.

Franco Fortini e Vittorio Sereni in occasione della presentazione del libro di V. Sereni, Il musicante di Saint-Merry, 1981 (foto: Giovanna Borgese, Archivio Fortini)
Franco Fortini e Vittorio Sereni in occasione della presentazione del libro di V. Sereni, Il musicante di Saint-Merry, 1981
(foto: Giovanna Borgese, Archivio Fortini)

Anche Vittorini e Fortini sono ritratti da Silvia Sereni e si affacciano il primo, con i suoi redattori Pippo, Vito e Donatella, animato da «una sorta di impazienza» nell’inseguire il mutarsi della realtà; il secondo, isolato a Fiumaretta sull’altra riva del fiume, dall’eloquio «labirintico», impegnato a fondo nel confronto e nello scavo su tutto ciò che era intellettualmente importante.  Ma si affacciano accompagnati dai volti disegnati da Giovanna, l’uno simile a un «bellissimo eroe greco» con uno scolapasta in testa, «perché stavano giocando a rappresentare l’Orlando furioso»; l’altro, mentre alla macchina da scrivere, lancia aereoplanini di carta, sorridente metafora dei messaggi poetici, degli «spifferi di carta dall’altra riva» del Posto di vacanza, I, vv.12, ma citati, su di un aereoplanino in primo piano, secondo la lezione dell’epigramma di Fortini nell’Ospite ingrato: «Sereni esile mito / filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità / un’altra gioventù giunge con gli anni / c’è un seguito alla tua perplessa musica / / Chiedi perdono alle “schiere dei bruti” / se vuoi uscirne. Lascia il giuoco stanco / e sanguinoso, di modestia e orgoglio. / Rischia l’anima. Strappalo, quel foglio / bianco che tieni in mano».

Nell’introduzione Silvia avverte che tra i ritratti manca quello di suo padre, che dice «paziente, tenero, per nulla pedagogico o autoritario». Eppure Vittorio Sereni è presente, con i ricordi di Silvia, in questo mondo d’affetti. Lo è attraverso gli incontri e le amicizie sincere; i cabaret di paste con i cannoncini da lui preferiti; la stanza indipendente, dove poter scrivere, e la pesca al razzaglio con l’amico Biso; l’ascolto sorridente e partecipe; la passione intellettuale; la riservatezza e la cortesia; la visione di sinistra; il credere in una comunità di persone che anteponevano le ragioni ideali alle ragioni economiche. Infine: è presente attraverso l’onestà e l’eticità del suo essere poeta.

 

 

 

 

L'autore

Gabriella Palli Baroni
Gabriella Palli Baroni laureata in Lettere Classiche a Pavia, allieva di Lanfranco Caretti, perfezionata a Chicago e a San Diego sul pensiero scientifico rinascimentale e su Machiavelli, vive a Roma. Scrittrice e saggista, è studiosa di letteratura dell’800 e del 900 ed è critica di letteratura contemporanea. Collaboratrice di «Strumenti Critici», «L’Illuminista», «Il Ponte» e di altre riviste italiane e straniere, si è dedicata in particolare ad Attilio Bertolucci, del quale ha curato il Meridiano Mondadori Opere, le prose Ho rubato due versi a Baudelaire, gli scritti sul cinema e sull’arte, e a Vittorio Sereni, del quale ha curato i carteggi con Bertolucci (Una lunga amicizia. Lettere 1938-1983, Garzanti 1993) e con Ungaretti Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969, Archinto, 2013). Ha inoltre pubblicato l’antologia Dagli Scapigliati ai Crepuscolari (Istituto Poligrafico dello Stato 2000) e Tavolozza di Emilio Praga (Nuova SI, 2008). È autrice di saggi sulla poesia di Amelia Rosselli e ha collaborato al Meridiano L’opera poetica, uscito nel 2012 e al numero monografico XV, 2-2013 di «Moderna» (Serra, 2015). Nel 2020 ha pubblicato di Attilio e Ninetta Bertolucci, Il nostro desiderio di diventare rondini. Poesie e lettere (Garzanti).