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L’erede del ciceone

In copertina Albert Hofmann

Una molecola per pochi

Il 12 luglio del 1965, due anni prima che la Dietilamide dell’Acido Lisergico (LSD è l’acronimo tedesco) fosse messa al bando, Saul Steinberg scrisse ad Aldo Buzzi: «Giorni fa ho preso una dose minima di LSD (una droga simile al mescalin che avevo usato 6 anni fa) e ho passato una giornata di tale felicità che la memoria di questa possibilità che esiste in me rende tutto il resto senza importanza, riduce le miserie alla scala giusta. È una cosa importantissima che potrà cambiare il senso della vita». Chi assume innocentemente LSD – come candido e innocente ci appare l’animo di Saul Steinberg, disegnatore meditabondo – scorge «una possibilità che esiste in lui», una promessa di cambiamento del senso della vita e comincia a giudicare il resto «senza importanza». Tale sensazione è comunemente descritta da chi fa il tuffo allucinogeno e ha nel contempo l’abilità di descriverlo. Menti educate e sensibili scoprono mediante l’esperienza psichedelica un’ignota possibilità in loro contenuta, e giudicano tale esperienza come qualcosa di rilevante. Ciò accade perché fa capolino qualcosa di attinente alla conoscenza: che nonostante il crescente analfabetismo culturale resta sempre l’attrazione maggiore esercitata sull’uomo.

Timothy Leary, noto come «the most dangerous man in America»
Timothy Leary, noto come «the most dangerous man in America»

In brevi tratti una storia sociale dell’LSD: dopo la sua scoperta si diffuse nella società, a tal punto che nel “sistema” – come una volta s’usava dire – si sparse lo sgomento. Fu presto giudicato un serio pericolo il fatto che la molecola, prodotta come farmaco, fosse presto assurta a scorciatoia di esperienze mistiche. Il professore Timothy Leary dell’Università di Harvard teorizzò e diffuse la politica dell’estasi, ponendosi all’origine della freak generation. La reazione non si fece attendere: sfoderando la sua natura repressiva, il “sistema” intervenne e pose fine a ogni cosa. La Sandoz, nei cui laboratori era stata realizzata la sintesi della molecola, ne cessò la vendita e nel 1967 l’LSD fu messa al bando, ma iniziò anche la campagna di demonizzazione e il correlato proibizionismo: l’LSD entrò nella leggenda e ci è rimasto per tutto il Novecento. Oggi è quasi del tutto dimenticato: l’ultima generazione giudica probabilmente la questione dell’LSD con un occhio già storico, e in alcuni casi i giovani faticano anche a sapere di che si tratta.

La campagna contro l’impiego dell’LSD ha certo tolto dalla circolazione una sostanza se non pericolosa certo destabilizzante, ma l’ha tolta anche dalle mani di chi mediante la molecola aveva dato corpo a idee molto più interessanti rispetto a quelle sorte dal semplice impiego di massa in forma di “droga”. L’accennata questione del rapporto tra molecola e conoscenza possiede infatti un risvolto notevole: l’effetto più compiuto della sostanza si manifesta in menti aguzze. La diffusione della “eucarestia” lisergica, in forma di pasto sacro per le masse, non ha avuto l’esito da molti sperato: che tutti coloro che ne fecero uso ne fossero illuminati. Ha invece agito in senso squisitamente gnostico: ha soggiogato – e forse anche dannato – molti, concesso illuminazione e conoscenza a pochi. E come sempre, i pochi sono senza indugio collocati nell’area dei predestinati. Se questa delimitazione avviene in ambito laico con una punta di biasimo, poche volte è stata tanto corretta.

I maldestri non vanno a Delo

Il termine “psichedelia” fu introdotta da Humphry Osmond (un corrispondente di Aldous Huxley) e originariamente riferita alle sostanze che «illuminano l’anima», che facilitano la conoscenza della psiche. L’etimo si potrebbe rendere in questo modo: «Andare a Delo con l’anima». E non sarebbe un modo fantasioso o immaginifico; non sarebbe, come sembra al primo colpo, una para-etimologia. La parola ha un’evidente origine greca: psyché è l’anima e dêloun è mostrare, manifestare. Delos è ciò che è evidente e perspicuo. Tale è Delo, l’isola delle Cicladi che diede i natali ad Apollo, la divinità dallo sguardo saettante. Visitata ogni giorno da un cielo di inaudita chiarità, Delo è la Manifesta, la Trasparente: “psichedelico” è allora ciò che rende manifeste le cose all’anima, ciò che mostra elementi psichici non immediatamente evidenti.

Sulla scorta delle feconde osservazioni di James Hillman, possiamo intendere con psyché (anima) una prospettiva, una disposizione emozionale ma anche intenzionale. Psyché è facoltà di guardare e muoversi. Quando essa agisce lo fa con una volontà: perché psyché non è sottomessa o passiva. Abbinare Psiche e Delo suggerisce la volontà di rendere manifesti elementi psichici normalmente celati: «portare la psiche a Delo» equivale a condurla nel luogo esemplare dell’evidenza e della trasparenza, quella appunto che ci riserva la luce cicladica, che illumina e chiarifica ogni particolare della realtà. Psichedelica è una volontà, una forza d’animo, una disposizione a vedere meglio, a vedere di più e oltre.

Le cose diventano più chiare se l’uomo può vedere oltre il comune, superare la linea della visuale quotidiana e affidarsi a un panorama dai confini più estesi. Chi porta la psiche a Delo lo fa di proposito. Si affida forse a un rito, ma sceglie di farlo, e mira a un risultato specifico: vedere meglio, di più e oltre. Giudica limitato lo sguardo della sola ragione, il campo visivo della quotidianità. È implicita in quell’atto la volontà di oltrepassare il comune, la consapevolezza che il quotidiano non sia sufficiente a svelare tutto ciò che all’uomo è dato di poter vedere. In quanto fondata su un processo visivo (come sguardo gettato all’interno per cogliere la relazione che si stringe con ogni cosa della realtà), l’esperienza psichedelica è anche una specifica esperienza conoscitiva.

Ma non solo. Riferendosi l’etimo a un allargamento di coscienza, il senso di “psichedelico” potrebbe essere perfezionato in «ciò che libera la mente dalle sovrastrutture cui soggiace»: e a quali sovrastrutture si può desiderare di sfuggire se non a quelle culturali che costituiscono il comune terreno della vita quotidiana? Ecco allora che l’esperienza psichedelica si profila come massimamente sovversiva – e non è cosa ordinaria percorrere il massimamente sovversivo. La questione è allora quella già ventilata: il coefficiente di sovversione non è dato come tale, ma emerge in chi affronta l’esperienza psichedelica con una mente perfezionata. I predestinati ci sono: l’esperienza psichedelica è del tutto efficace se provata dagli gnostici physeisozomenoi, gli «eletti per natura». È alquanto scorretto affermarlo, ma la storia dell’LSD dimostra che non era una cosa per tutti. È successo come quando si permette a chiunque di maneggiare un oggetto delicato: i maldestri lo frantumano.

Acido individuale

Come esperienza conoscitiva, quella psichedelica rientra nell’area della gnosi. L’etimo greco ha una radice manifesta: la gnosi è conoscenza, ma conoscenza particolare: per i mezzi che usa, per l’oggetto che indaga, per lo scopo che si prefigge. I mezzi non sono razionali: la conoscenza avviene mediante l’intuito e la rivelazione. La gnosi è una conoscenza che implica l’identità del conoscente, del conosciuto e del mezzo tramite cui egli conosce.

Uno dei cardini dello gnosticismo è l’idea che l’uomo tende all’Essere Supremo perché c’è in lui una scintilla divina che lo spinge a farlo. Una scintilla però assopita: l’uomo è nell’oblio, dimentico della sua origine, racchiuso come in una oscura cella di carcere. Urge che sia risvegliato, che fugga dalla prigione in cui è rinchiuso: risveglio che può avvenire solo grazie a una chiamata dall’alto. Dalla conoscenza del divino che è in lui, l’uomo trae tristezza e angoscia. Si sente affogato nella materia, si accorge del fango in cui si trova e sviluppa ostilità per il mondo e per il suo proprio corpo. Egli nutre pertanto del mondo una valutazione negativa: non lo vede come cosmo, come qualcosa di bello e ordinato, ma come un esilio che stimola il desiderio di una patria remota. Anche le leggi del mondo, e la stessa società, gli sembrano elementi negativi.

Un disegno classico della cultura psichedelica
Un disegno classico della cultura psichedelica

Alcuni caratteri dell’esperienza psichedelica sono riferibili a quanto appena detto. Scelta volontaria di attuare un’esperienza cognitiva; ricerca di una visione che si presume salvifica; esperienza condotta in solitudine; volontà di intraprenderla; accettazione della frattura con le convenzioni: tutto questo rientra nei caratteri della gnosi.

La concezione di un Dio che regge l’universo dall’esterno – dai remoti cieli della sua trascendenza – è all’origine della diffusa perdita di sacralità, della sottrazione della natura dall’area del divino. Quella psichedelica è paradossalmente un’onesta esperienza religiosa, consapevole dei limiti umani: cercare il divino nei propri meccanismi cerebrali, aiutandosi con qualcosa che spalanchi la via.

Comprensibile che fortemente critici nei riguardi dell’esperienza psichedelica siano quei pensatori che hanno un preciso riferimento di fede. Carlo Bo, critico di attitudine cattolica, si sofferma in una nota del 1966 (contenuta nel Diario ininterrotto 1932-1991) sulla sterilità etica dell’esperienza allucinogena, riferendola al fatto che quella esperienza isola chi la compie, è percorsa in solitudine e senza riferimenti a una comunità. Anche Elémire Zolla, nel saggio Le regressioni nella droga (accolto in Eclissi dell’intellettuale), è parecchio critico nei confronti dell’impiego della droga perché le conquiste sono ottenute senza prezzo alcuno e per il finale dominio del vuoto e della solitudine.

Questo non fa che sottolineare il senso gnostico dell’esperienza allucinogena, dato che gnosi implica ricerca individuale, affidamento più su se stessi che su una struttura. Ma se è lecito che ogni “ecclesia” abbia spavento della possibilità che un soggetto isolato possa cercare, e forse anche trovare, perché nutrire questa preoccupazione da parte di critici e sociologi, cioè di chi “ecclesia” non è? Che cosa di condannabile c’è nel fatto che una persona cerchi e trovi? E soprattutto nel fatto che a cercare siano stati in molti e a trovare in pochi? In fondo, il meccanismo della “grazia” che luminosamente occupa uno dei centri della teologia, è in azione anche qui, e ugualmente funziona.

L’erede del ciceone

Essere stata praticata da soggetti di misera spiritualità è una delle principali accuse mosse all’esperienza psichedelica. Ma la superficialità e il rischio di ciarlataneria sono superati dal fatto che la casuale scoperta della principale sostanza psichedelica, l’LSD, sia legata a uno scienziato umanista, una mente colta, una personalità con ansie religiose, che provò su se stesso la sostanza e ne espresse elegantemente gli effetti. Possiamo insomma giudicare un colpo di fortuna che nel 1943 un goccia di LSD appena sintetizzato gli cadde casualmente su un dito e scatenò il primo viaggio lisergico della storia.

Ogni intervista e testimonianza su Albert Hofmann riferisce della sua grande spiritualità, volta a cogliere l’unione di tutte le cose: davvero singolare che proprio a Hofmann fosse riservato di scoprire la molecola che aiuta a mettere in rilievo l’unità dell’uomo con la natura. La vicenda di Hofmann non si è allora esaurita nel semplicistico rapporto con una “droga”, è stata invece un percorso di conoscenza che ha assecondato un desiderio di trascendenza. Hofmann sembra l’erede di una tradizione sacrale: si è rapportato all’LSD come fosse il ciceone (la bevanda sacra dei Misteri Eleusini a cui non a caso egli ha dedicato il saggio I misteri di Eleusi), come fosse il fungo allucinogeno dell’antica civiltà messicana o il soma dei Veda. Ha infatti studiato da chimico la natura per valutarne i profondi legami con l’uomo. Il suo caso può rammentare quello simile di Konrad Lorenz: uomini che hanno conciliato un’innata capacità speculativa col positivismo della loro scienza.

La prima reazione di Hofmann alla “auto-esperienza” dell’LSD non fu scioccamente egoista, come testimonia una dichiarazione che ha rilasciato in una intervista a Gnoli e Volpi. Alla domanda su come aveva controllato la situazione del suo primo viaggio, drammaticamente diventato un horror trip, rispose: «Mi sembrava di essermi sdoppiato. Sentivo che il mio corpo era come morto, e al tempo stesso avevo l’angosciante impressione che un demone si fosse impossessato di me. Fu così che scoprii l’LSD. Capii immediatamente che rispetto alle sostanze psicotrope allora conosciute si trattava di qualcosa di portentoso, che anche assunto in dosi infinitesimali produceva sulla psiche effetti di intensità inimmaginabile. La prima cosa che pensai fu che sarebbe stato molto importante per la psichiatria».

La ripetizione dell’esperienza condusse a qualcosa di positivo: Hofmann ottenne cognizioni panteistiche che rientrano nella geografia gnostica. La prima fu la fusione tra il soggetto e il mondo: «Quando si scende al livello profondo, si ha la sensazione di non essere più separati dall’ambiente circostante, ma di formare tutt’uno con il mondo. Si perde il senso della contrapposizione tra l’io e la realtà esterna, la coscienza personale viene meno e ci si sente parte del tutto. È quello che si chiama il sentimento oceanico, cosmico».

Il fatto è che l’LSD, benché prodotta con sintesi chimica, è una sostanza che si trova in natura, forse per questo «sotto il suo effetto si esperisce in modo emotivo, veramente coinvolgente, l’affinità che ci lega alla natura. Si ha l’impressione di venire immersi nella totalità dell’essere, di immedesimarsi nel tutto. E c’è una profonda differenza fra l’esperienza emotiva di questa identità e la sua mera descrizione astratta, filosofica». Alla domanda se crede in Dio, la sola possibile risposta diventa per Hofmann: «Assolutamente sì. L’importante è però intenderci sul concetto di fede: non credo nei dogmi, che sono per così dire esperienze di seconda mano. Credo in uno spirito creatore, che si manifesta nella creazione e che mi si apre nell’esperienza dell’unione mistica con il tutto».

Allucinazione del nichilismo

Le porte della percezione di Aldous Huxley

Dieci anni dopo la scoperta di Hofmann, Aldous Huxley narrò nel 1954 la propria esperienza psichedelica nel celeberrimo libro Le porte della percezione. Alcuni tratti del libro sono molto significativi in relazione al nostro tema. Quando Huxley assume la mescalina, le sue percezioni si modificano nel senso “relazionale” già intravisto da Hofmann. Poco dopo l’assunzione della sostanza, egli osserva un semplice vaso di fiori ed ecco cosa accade: «Non guardavo adesso una inconsueta disposizione di fiori. Vedevo ciò che Adamo aveva visto la mattina della sua creazione: il miracolo, momento per momento, dell’esistenza nuda». Ma la percezione assume un tratto di totalità per il fatto che di quei fiori si percepisce l’essere ma anche il divenire, non nel modo separato con cui Platone vede il mondo. Huxley aveva percepito infatti «la transitorietà che pure era vita eterna, la perpetua deperibilità che era nello stesso tempo puro Essere». Egli superava così il dualismo occidentale – platonico e cartesiano – tra soggetto e oggetto, corpo e spirito.

Memorabile la descrizione che Huxley fa della perdita dei rapporti di spazio e tempo: «I rapporti di spazio avevano cessato di avere gran peso e la mia mente percepiva il mondo in termini diversi dalle categorie di spazio […] Posto e distanza cessano di avere grande interesse. La mente percepisce in termini di intensità di esistenza, profondità di significato, relazioni entro uno schema […] Lo spazio era sempre là, ma aveva cessato di predominare. La mente si interessava, soprattutto, non di misure e di collocazioni, ma di essere e di significato. E con l’indifferenza per lo spazio venne una indifferenza ancora più completa per il tempo».

Quel che infine si crea è una «visione sacramentale della realtà». Non solo Huxley fissa gli oggetti, ma ne diventa parte, è in loro: «Ecco come bisognerebbe vedere, ecco come le cose sono veramente», sbotta, con la riserva che se si guardasse in tal modo non si vorrebbe fare null’altro. L’esperienza apre infatti l’antica controversia tra attivi e contemplativi, perché dona una contemplazione incompatibile con l’azione.

Per Huxley le sostanze psichedeliche sono “mezzi di trasporto” che accompagnano l’uomo nelle regioni della trascendenza. La loro superiorità rispetto alle tecniche convenzionali atte a conseguire esperienze mistiche (ascesi, preghiera, digiuno, meditazione) consiste nel fatto che tali mezzi convenzionali esigono decenni, senza che l’effetto ultimo sia garantito. Nel caso dell’LSD l’effetto è invece sempre assicurato. E Huxley credeva talmente nella teoria da chiedere la somministrazione di LSD sul letto di morte.

Oggi l’LSD non è più un fenomeno di cultura, esiste solo come una molecola scoperta dall’uomo e non più prodotta. Con ciò, le cose non sono cambiate: c’è ancora chi potrebbe farne esperienza positiva. Forse oggi non c’è nemmeno l’interesse: sembra quasi che il totale disincanto odierno abbia largito a molti quella visione analogica e panteistica che nell’epoca dell’LSD andava ancora cercata. È lecito chiedersi se per caso il nichilismo dei nostri tempi, maturo ed estatico, non sia, di per sé, una buona via all’espansione della coscienza. Ma se anche così fosse, sarebbero in pochi, ancora una volta, a goderne.

castronuovo.medlav@gmail.com

 

Riferimenti bibliografici

Saul Steinberg, Lettere a Aldo Buzzi (1945-1999), Milano, Adelphi, 2002 (lettera del 12 luglio 1965).

James Hillman, Anima. Anatomia di una nozione personificata, Milano, Adelphi, 1989.

Carlo Bo, Diario ininterrotto 1932-1991, in Letteratura come vita, Milano, Rizzoli, 1994.

Elémire Zolla, Le regressioni nella droga, in Eclissi dell’intellettuale, Milano, Bompiani, 1959, pp. 189-202.

Antonio Gnoli e Franco Volpi, Il dio degli acidi. Conversazioni con Albert Hofmann, Milano, Bompiani, 2003.

Aldous Huxley, Le porte della percezione, Milano, Mondadori, 1980.

Mario Iannaccone, Rivoluzione psichedelica, Milano, SugarCo, 2008 (nuova ed. Milano, Ares, 2020).

 

 

 

L'autore

Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo (1954) è saggista, traduttore e bibliofilo. Ha fondato l’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Il suo ultimo saggio è Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018). Sua ultima traduzione: Maurice Sachs, Una valigia di carne (Via del Vento 2020). Ha curato da ultimo Nella repubblica del libro di Francesco Lumachi (Pendragon 2019) e il Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani di Formíggini (Elliot 2020).