Paolo Finoglio (1590-1645), pittore napoletano tra i maggiori del Seicento, fortemente influenzato dallo stile caravaggesco (per gli effetti di luce), fu attivo a Conversano nella prima metà del Seicento, a partire dal 1635, per volontà del conte Giangirolamo II Acquaviva, detto il Guercio delle Puglie, per il quale realizzò il ciclo pittorico della Gerusalemme liberata (oggi, ammirabile nelle sale del castello conversanese). Finoglio, in precedenza, era già stato in Puglia, a Lecce, in modo particolare, lasciando in giro tracce della sua opera. Tra le tavole del ciclo dedicato alla Gerusalemme liberata (splendide e gigantesche), una raffigura il supplizio di due personaggi minori del poema di Torquato Tasso, Olindo e Sofronia, immortalati mentre sono legati a un palo, in procinto di essere giustiziati, per ordine del crudele re musulmano Aladino. L’intero episodio, autentico intermezzo narrativo di tutto il poema, lo si può leggere alle ottave 14-53 del canto II della Gerusalemme liberata. I due giovani cristiani, si auto-accusano del furto di un’icona sacra della Vergine (che, in precedenza, era stata sottratta dal mago Ismeno, per essere collocata, come provocazione, in una moschea), pur non avendolo commesso, gareggiando, così, in eroismo, spirito di sacrificio e amore (da parte di Olindo, che, però, viene ignorato, in questa sua estrema dichiarazione d’amore, da Sofronia). Olindo, per amore, si assume la colpa del furto sacrilego, ma il crudele re Aladino, irritato dal duplice gesto di auto-accusa, sentendosi preso in giro dai due ragazzi, dispone di giustiziarli entrambi, con il rogo. L’arrivo improvviso di Clorinda, fortissima guerriera musulmana, di cui è innamorata l’eroe crociato Tancredi (e che, non riconoscendola, le darà morte, in un memorabile duello notturno), riuscirà a salvare entrambi.

L’episodio del mancato supplizio dei due giovani, legati tergo a tergo, ad un unico palo, scatenò l’intervento censorio dell’Inquisizione, su queste ottave del poema, giudicate lascive, fino a farlo eliminare del tutto, per censura. Le ottave di Tasso, dedicate al supplizio dei due giovani, furono giudicate spregiudicate, se non pornografiche, nel più generale clima della contro-riforma tridentina:
Sono ambo stretti al palo stesso; e vòlto
è il tergo al tergo, e ‘l volto ascoso al volto
Olindo, piangendo, confessa a Sofronia il suo amore, con un certo trasporto voluttuoso:
“Quest’è dunque quel laccio ond’io sperai
teco accoppiarmi in compagnia di vita?
questo è quel foco ch’io credea ch’i cori
ne dovesse infiammar d’eguali ardori?
Altre fiamme, altri nodi Amor promise
altri ce n’apparecchia iniqua sorte.
Lasciandosi andare, poco dopo, in pensieri lascivi, da innamorato (non certamente da guerriero):
[…] giunto seno a seno
l’anima mia ne la tua bocca io spiri
Sofronia, invece, è personaggio modellato sugli esempi delle vergini bibliche; ella è guerriera pudica e santa, e tiene lontano Olindo, non lo ascolta, anzi, lo rifiuta. Sofronia non si cura affatto di lui, non vede e non sente il suo amore, tutta concentrata com’è sulla sua missione, contro i musulmani:
“Amico, altri pensieri, altri lamenti,
per più alta cagione il tempo chiede.
Tasso, infatti, presentandola, aveva insistito proprio sul suo carattere di vergine cristiana:
Vergine era fra lor di già matura
verginità, d’alti pensieri e regj:
d’alta beltà, ma sua beltà non cura,
o tanto sol quant’onestà sen fregi.
Olindo, invece, della stessa città di Sofronia, l’ama in silenzio, da sempre, non visto, o, peggio, non gradito, dall’insensibile Sofronia, che non può perder tempo con l’amore terreno:
Ei che modesto è sì, com’essa è bella,
brama assai, poco spera, e nulla chiede;
nè sa scoprirsi, o non ardisce: ed ella
o lo sprezza, o nol vede, o non s’avvede.
Così finora il misero ha servito
O non visto, o mal noto, o mal gradito.
Assume, dunque, particolare valenza culturale, direi di sfida culturale, nei confronti del clima controriformistico imperante al tempo, la presenza di questa tela, all’interno del ciclo dedicato alla Gerusalemme liberata, con l’episodio di Olindo e Sofronia, che, invece, in altra sede, in quegli stessi anni, veniva discusso e censurato. Come si può ben notare, guardando la tela, grazie al gioco della luce, Finoglio ha collocato in primo piano, al centro di tutta la scena, Sofronia, l’ha raffigurata in tutto il suo candido splendore femminile (facendole indossare la candida veste delle vergini), con tutta la sua prorompente (e conturbante) bellezza di donna (il seno è quasi del tutto scoperto, il petto è candido e nudo, lascivo, il piede fa capolino da sotto la veste, bianco e invitante, la stessa posa del corpo, che accenna a un movimento sensuale, da amante, non da giustiziata, le labbra rosse, appena dischiuse, quasi ad accennare un bacio). Sia nella tela di Paolo Finoglio, che nella pagina di Torquato Tasso, Sofronia è donna bellissima, che mal s’adatta ai modelli della contro-riforma.
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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