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Sheherazade! Chi era costei?

“Ogni cosa mi pareva allora sillaba di un discorso del quale avrei voluto ricostruire il disegno; ogni luogo pagina di un libro i cui caratteri sconosciuti mi si proponevano come un enigma da sciogliere.” Traggo la citazione da un punto mediano del bel libro di Francesco Tarquini (Blu di metilene, Il Labirinto, Roma 2024, 110 pp., 15 euro) perché mi sembra restituire bene il climax che vi si respira e con esso il senso di un’avventura provvista certamente di un inizio, ma non di una fine. Che libro è questo di Francesco Tarquini, di cosa parla e perché ne consigliamo la lettura? Questo libro è tante cose insieme, ma mirabilmente fuse o forse dovrei dire assemblate, accostate con artigiana perizia, non altrimenti dai fili di un coloratissimo tappeto che si tengono insieme. Ma è un tappeto in cui si legge una storia, anzi più storie e non vi è ammesso un unico senso di direzione; i movimenti tendono a sovrapporsi, a creare risonanze, a intrecciarsi e poi, sì, anche a eludere lo sguardo, perché questo può sempre accadere. Tanto più che se anche il tessitore è bravissimo a intrattenerci con i suoi ritmi e i suoi punti di fuga, finiamo per renderci conto di come tutto sia in realtà funzionale a una quête che ci chiama in causa come lettori e ci interroga. L’antica città di Asilah sulla costa atlantica del Marocco, bella nella sua medina e le sue cinque porte e le torri che affacciano sull’infinito, ne è l’oggetto così presente e insieme elusivo, vibratile come le inesauribili gradazioni del blu che ne decora le case. L’autore vi giunge per la prima volta insieme alla moglie, l’artista Primarosa Cesarini Sforza invitata a un importante festival internazionale – il Moussem culturel – sentito come vivace lacerto di utopia, “repubblica ideale di artisti e di poeti”. È il punto di partenza della sua avventura e ha nel caffè di Saad il luogo di ogni incontro e discorso, a premessa di accertamenti, divagazioni, conoscenze preziose e scoperte. Tutti prima o poi vi passano. Vi passa Khalil El Ghrib, che raccoglie oggetti si scarto, legni consunti, detriti sulla spiaggia, incrostazioni di nila, “il blu assoluto, il nila grattato via dai muri e dalle porte, il nila nelle sue plurime gradazioni e il cui nome si vuole derivi da una pianta che cresce sulle rive del grande fiume d’Egitto”, e tutto questo rifonde in misteriose figurazioni. Vi passa l’anziano Edmond Amran El Maleh di antica famiglia sefardita, che dopo aver diretto il partito comunista del Marocco nella lotta per l’indipendenza è diventato scrittore e racconta nei suoi romanzi un mondo, quello ebraico del Nord Africa, ridotto al silenzio dalle follie del Novecento. Ne è emblema il vecchio cimitero che sorge davanti all’Oceano, un luogo struggente e abbandonato; Tarquini torna ogni anno a visitarlo rendendo onore ai nomi – trascrivendoli e pronunciandoli ad alta voce – che la pietra ancora conserva perché, scrive Elias Canetti, “l’anima di ogni uomo deve trasformarsi almeno una volta nell’anima di un ebreo.”

E sarà proprio Edmond El Maleh a introdurre l’autore in un luogo segreto e iniziatico, il modestissimo Café bleu frequentato dai pescatori, porta di accesso a “un’altra Asilah, lontana seppure contigua alla città solare del Moussem con la sua allegra esuberanza” e certo distante dal “fascino dubbio dei romanzi di Paul Bowles.” Questi luoghi, queste persone – e in aggiunta andrebbero citati almeno la scrittrice Toni Maraini, e Mehdi Akhrif, traduttore in arabo di Pessoa… – queste innumerevoli rifrazioni della luce, questi profumi, queste storie che si fondono nella Storia e questa Storia che si fa a tratti fantasmagoria, sono altrettanti piani su cui la narrazione indugia e attrae il lettore con continui cambi di passo, nei tempi di una sintassi elaborata e elegante, sottilmente incantatoria.

Poi, per i vicoli bianchi e azzurri della medina di Asilah, come un filo conduttore, un nastro che si svolge per le pagine del libro, passa misteriosa un’anziana donna avvolta in un candido panneggio di lana; non se ne vedrà mai il volto ma sapremo che segretamente, udibile appena e unendo arabo e desueto castigliano, tesse filamenti di storie, come un’ineffabile Sheherazade. Tra i misteri di cui il libro non è avaro questo si manifesta come il più importante, e anche il più significativo. Perché nella sua quête che in quanto tale non potrà avere soluzione, il libro è soprattutto un omaggio all’arte di narrare; un tributo che si articola per brani di autentica poesia in prosa come per avvertite riflessioni critiche, tra rêverie e intelligenza storica, musica, immagini, pensiero. E il sospetto è che l’anziana Sheherazade della medina, flaubertianamente, e dunque ironicamente, sia forse altro da quello che appare.

marcovitale58@gmail.com

 

 

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)