L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
La versione romanesca del Cantico delle creature di San Francesco nasce in occasione della lettura del testo francescano in 35 lingue, realizzata a San Damiano il 26 febbraio.
Volgere in romanesco il Cantico vuol dire essenzialmente scontrarsi con un problema fondamentale: il romanesco ha assunto negli ultimi anni la veste di una lingua connotata in senso comico, o comunque come un livello basso e popolare dell’italiano. Il rischio, insomma, era (ed è) quello di far apparire la versione romanesca del Cantico come una sorta di parodia del testo di San Francesco e non come una versione fatta nella lingua parlata dal popolo, senza alcuna connotazione umoristica. Mi piace pensare, insomma, che sarebbe questa la lingua con cui i frati annunciassero oggi al popolo il messaggio di Francesco.
Il testo non è una traduzione con velleità letterarie né con velleità poetiche: ho cercato – come scriveva San Girolamo a Pammachio – di rendere l’idea con l’idea, e credo che il messaggio di partenza non sia stato travisato. Senz’altro le forme di romanesco non sono quelle “pure” e della tradizione. Ho usato, sostanzialmente, il dialetto contemporaneo, che parlerebbe (e capirebbe) oggi un “romano medio”: mi è sembrata la scelta più in linea con il messaggio del testo.
Artissimo, onnipotente, bbòn Zignore
a tte tte damo ’e lodi, ’a groria, l’onori
e ttutte ’e cose bbone che ppotemo da dì.
A tte sortanto, Artissimo, jje vanno a ffaciolo,
e nnisuno se pò ppermette nemmanco de chiamatte pe nnome.
Èssi lodato, Signore mio, ’nzieme a ttutte ’e crature tua,
e ssoprattutto er nostro frate Sole,
pe ccui ce dài er giorno e cce manni ’a calla;
è bello er Zole quann’ arisprenne che tt’abbajja
e cce fa véde, Artissimo, che vvor dì cche cce stai te ’n cielo.
Èssi lodato, Ddio mio, pe ssora luna e pee stelle,
che ll’hai messe ’n cielo bbrillarelle e ffriccicarelle.
Èssi lodato, Ddio mio, paa ggiannetta che cce se porta,
pell’aria, e ppe’r tempo anche quanno che sse ’mbrojja:
è er modo con cui ce dài da campà.
Èssi lodato, Ddio mio, pe ssorella acqua,
che cce serve ’n zacco e è prezziosa e pe ttutti.
Èssi lodato, Ddio mio, pe ffratello foco,
con cui ce dài ’a luce pe smiccià dde notte,
e qquanno se smove è bbello e vvivace, è ggajjardo e ttosto.
Èssi lodato, Ddio mio, paa nostra madre tera,
che cce dà dda vive e dda magnà,
e ffà ’na mucchia de frutta, de ’nfiorate e d’erbetta.
Èssi lodato, Ddio mio, da tutti quii che nner nome tuo
nun ze ggirano da ’n antra parte, anche quanno fa male,
e nner nome tuo all’antri jje perdonano.
Beati quii che sse pijjeranno st’accolli,
perché da te pijjerano ’a corona.
Èssi lodato, Signore mio, puro perché ’r nostro corpo more,
e ’a morte nun ce sta nisuno ch’aa pò scampà:
nu’ jje dirà bbene a cchi ha ffatto male,
so’ bbeati quii ch’hanno seguito ’a legge tua,
perché a lloro ’a seconna morte nii tocca.
Benedicemo allora Nostro Signore,
dimojje grazzie e sservimolo con umirtà.
(Ringrazio Marcello Teodonio per i suggerimenti e la revisione di alcune traduzioni)
L'autore
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Giulio Vaccaro, romano e romanista, è un ciclista amante delle salite lunghe. Insegna Storia della lingua italiana all’Università di Perugia, dopo aver lavorato all’Opera del Vocabolario Italiano e all’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea.
Dal 2009 al 2016 ha diretto il progetto DiVo – Dizionario dei Volgarizzamenti (di cui ha coordinato l’attività dell’unità della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’interno di un progetto FIRB – Futuro in Ricerca 2010); dal 2014 al 2016 ha diretto il progetto bilaterale Manoscritti italiani in Polonia: ricerca, catalogazione, studio / Włoskie rękopisy w Polsce: poszukiwanie, inwentarz i badanie e ha coordinato il Laboratorio Volgarizzamenti: storia, testi, lessico presso il Centro di Elaborazione Informatica di Testi e Immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola Normale Superiore. Nel 2018 è stato research fellow presso il Deutsches historisches Institut in Rom. Ha collaborato alla GSR-Grammatica Storica del Romanesco, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero e coordina un’unità del progetto CorTIM. Corpus Testuale dell’Italia Mediana. Si occupa di volgarizzamenti di classici latini e mediolatini negli antichi volgari italiani (Albertano da Brescia, Seneca, Vegezio), di studio materiale dei manoscritti ai fini della storia della tradizione dei testi, di testi genealogici tra Due e Cinquecento, di contatti tra Italia e Spagna nel Medioevo e di autori dialettali romaneschi (Sindici, Tacconi, Zanazzo).
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