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Un’ottima notizia: “Il brusío”

La notizia non è di poco conto. A venticinque anni dalla sua ultima raccolta (Gente di corsa, Garzanti 2000, Premio Viareggio) torna con un nuovo libro di versi uno dei maestri più raffinati e originali della poesia italiana: Tiziano Rossi. In questo frattempo, in cui pure era uscito l’importante Elefante Garzanti che ne raccoglieva l’intera opera poetica (1963 – 2000), il poeta milanese si era dedicato in via esclusiva alla prosa, pubblicando nel corso degli anni sei volumi di racconti brevi e ancor più brevi, di recente antologizzati nel bellissimo Gli affaccendati (Moretti & Vitali, 2024). E si tratta di racconti che per la loro forza e icasticità, la loro dissacrante e peculiare carica di ironia e insieme al disincanto loro sotteso, costituiscono un caso unico e di speciale rilievo nella prosa italiana degli ultimi decenni, come ben sottolineava Alberto Bertoni nel saggio a corredo del volume.

Tiziano Rossi, poeta che le compilazioni letterarie affiliano alla sereniana “linea lombarda”, aveva in effetti lavorato da sempre all’incontro tra verso e racconto, in una sua lingua di poesia che sapeva inserire il parlato nella scansione metrica, rilevandone miserie e potenzialità in un quadro via via sempre più mosso, in cui le voci tendevano a moltiplicarsi. E questo fino a toccare la misura limite, rastremata, delle quartine di Gente di corsa. Il racconto breve, concentratissimo, sembrava dunque l’esito non solo inevitabile, ma definitivo, non fosse che è dei poeti la facoltà di sorprenderci.

A questa lunga traversata nella prosa il ritorno alla composizione in versi deve tuttavia molto; in quella l’ironia del poeta si è ulteriormente raffinata, e così pure lo sguardo su quanti compongono la sua tendenzialmente infinita rappresentazione e tornano ora a parlarci. Chi altri lo produce Il brusío (Einaudi, 121 pp., 12 euro) se non gli affaccendati? Ma va detto subito che al rumore di fondo della metropoli fin troppo “operosa”, al brusío degli affaccendati insomma, si intreccia, e fa controcanto, una delicatissima trama memoriale avente al suo centro la figura del padre del poeta, il pittore di ascendenza simbolista Vanni Rossi – il “pittore scoiattolo” che inaugurava la raccolta Miele e no (1988) e tornava in sogno anche in uno dei racconti del figlio – e con il padre l’incontro degli affetti scomparsi e il ricordo dei giorni terribili della guerra in cui sembrano venir meno tutte le coordinate, ma non la consueta intelligenza delle cose: “Qualche intrepida bestia se la cava / come i topi, che sanno / risolvere il difficile.”

Tutti si affaccendano nella città di Tiziano Rossi, in piena serietà e inconsapevolezza, con dedizione e devozione verrebbe da dire, e non di rado sentenziano: “Anche l’apparenza ha una sua verità, / e pure complessa, perché ne nasconde / altre.” “Il cane si affeziona all’uomo, purché / questo un po’ gli somigli.” Così il “signor Tupi”, che insieme al “signor Terbi”, al loico “dottor Póntoli” votato a un equivoco esprit de géometrie, porta avanti la stralunata onomastica dispiegatasi in venticinque anni di racconti, dei quali è stata uno dei tratti distintivi. Tutti partecipano al gran brusío che configura il mondo, i bambini dell’ultima sezione del libro come i condòmini litigiosi e tuttavia, inaspettatamente stregati dalla Luna: “Ma è comparsa la Luna nel cielo / meravigliosa / e siamo tutti rimasti / lí a contemplarla.” Dove si può apprezzare come la straniante ironia del poeta, ribaltando i presupposti del récit, non sia sguardo concessivo dall’alto, da umanista annoiato e supercilioso. Alla umana commedia egli invece partecipa, fra “gli incamminati”, non dismettendo però la facoltà di discernere, l’uso accuratissimo e acuminato delle parole – è proprio della sua ironia il conferire ad esse risonanze e coloriture imprevedibili – e mai, mai la sua pietas.

Al gran brusío del mondo prende parte anche la morte, che “proprio come noi si dà da fare. / E dunque noi con la nostra / stipata valigia / andremo altrove nell’aria: / un nuovo trasloco, come tanti.” Riflessione, come si può vedere, condotta col sorriso del disincanto, e parte di una materia tra le costitutive di questo libro, che è in più punti meditazione sul limite, sul punto di rottura, sulla fragilità delle cose e di noi compartecipi fra di esse. Pure c’è un senso che laicamente tutto questo travalica e stabilisce come una trama che con discrezione ed eleganza unifica e se vogliamo riscatta tale articolatissima materia. E che nel “ritmo circolare delle stagioni”, il ritmo stesso della vita, miracolosamente sa cogliere “quella mai ferma luce / che fa morire un po’ / un po’ resuscitare”.

marcovitale58@gmail.com

 

L'autore

Marco Vitale
Marco Vitale
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.

(foto di Dino Ignani)